Divertimento

Mia Suocera Mi Rasò I Capelli Nel Sonno Dopo La Mia Promozione, Mio Marito Disse Che Me L’Ero Meritato… Poi La Guardia Di Finanza Bussò Alla Porta E Scoprii Cosa Mi Nascondevano Da Anni

Uscii dalla banca con la fotografia di Serena chiusa nella borsa e una domanda che mi martellava in testa: da quanto tempo la mia vita privata e il mio lavoro erano diventati parti dello stesso inganno? Fino a quel momento avevo potuto separare le due cose. Marco mi aveva tradita come marito, Patrizia mi aveva usata come garanzia finanziaria, Valenti aveva alimentato i loro debiti. Ma Serena apparteneva all’unico luogo che consideravo ancora mio. Avevamo lavorato insieme per quasi nove anni. Conosceva i miei stipendi, i bonus, le promozioni, probabilmente persino i documenti necessari alle pratiche bancarie aziendali. Se era coinvolta, allora qualcuno aveva avuto accesso a informazioni che Marco da solo non avrebbe mai potuto ottenere.

Consegnai il materiale di mio padre alla Guardia di Finanza quella stessa mattina. L’agente che seguiva il caso osservò la fotografia di Serena senza commentare.

«La conoscete?» chiesi.

«Da questo momento le consiglio di non contattare nessuna delle persone presenti in queste immagini.»

«Quindi sapevate di lei.»

«Sto dicendo soltanto che dobbiamo verificare.»

Mi chiese anche di non informare Marco dell’esistenza della cassetta 317. Accettai. Per la prima volta da giorni avevo qualcosa che mio marito ignorava e capii quanto fosse importante non lasciargli prevedere le mie mosse.

Andai comunque in ufficio.

Entrare nell’edificio con i capelli cortissimi attirò qualche sguardo, ma nessuno fece domande dirette. Il mio capo, Lorenzo Ferri, mi chiamò nel suo ufficio appena mi vide.

«Giulia, se hai bisogno di qualche giorno...»

«Preferisco lavorare.»

Non gli raccontai tutto. Dissi soltanto che c’erano problemi familiari e un’indagine finanziaria nella quale risultavo parte lesa. Lorenzo mi assicurò che l’azienda avrebbe collaborato con qualsiasi richiesta ufficiale.

Poi domandai:

«Serena è qui?»

«No. Ha chiamato stamattina. Dice di avere la febbre.»

La coincidenza mi fece gelare.

Entrai nel mio nuovo ufficio e chiusi la porta. Sulla scrivania c’erano ancora i fiori della promozione. Tra i biglietti trovai quello di Serena: “Te lo sei guadagnato. Ora cambia tutto.”

Ora quelle parole avevano un significato diverso.

Controllai le email degli ultimi mesi. Serena mi aveva chiesto più volte copie di documenti relativi ai miei bonus e alle trasferte, sempre con motivazioni amministrative perfettamente plausibili. Poi trovai qualcosa di più strano: tre settimane prima mi aveva inviato un modulo da firmare per l’aggiornamento dei dati assicurativi aziendali. Io l’avevo firmato digitalmente senza pensarci.

Scaricai il documento.

La firma era autentica.

Ma le proprietà del file mostravano che, dopo la mia firma, era stato modificato.

Chiamai immediatamente il reparto informatico. Chiesi una verifica senza spiegare troppo. Un tecnico mi richiamò mezz’ora dopo.

«Il documento è stato aperto da un account amministrativo dopo la tua firma.»

«Quale account?»

Esitò.

«Quello di Serena Conti.»

Sentii un brivido lungo la schiena.

Prima che potessi chiedere altro, ricevetti un messaggio.

Era Serena.

“Dobbiamo parlare. Non fidarti di Elena.”

Quasi nello stesso momento Elena mi chiamò.

«Giulia, hai trovato qualcosa nella cassetta?»

Mi irrigidii.

«Come sai della cassetta?»

Silenzio.

«Marco me ne aveva parlato anni fa.»

«Mi avevi detto che non sapevi dove fossero le prove.»

«Non sapevo che tuo padre le avesse lasciate lì.»

Non le dissi della fotografia.

«Conosci Serena Conti?»

La linea rimase muta per qualche secondo.

«Sì.»

«Quanto bene?»

«Giulia, non parlarle da sola.»

Era la seconda persona, nello spazio di pochi minuti, che mi diceva di non fidarmi dell’altra.

«Perché?»

«Perché Serena lavorava con Valenti prima ancora che io conoscessi Marco.»

Quella frase cambiò ancora una volta il quadro.

«In che senso lavorava con lui?»

«Gestiva documenti, società, passaggi di denaro. Quando Marco mi coinvolse, Serena era già lì.»

«Perché non me l’hai detto?»

«Perché non sapevo che lavorasse nella tua azienda.»

Non le credetti completamente.

Chiusi la chiamata e fissai il messaggio di Serena. Poi risposi con due parole: “Dove sei?”

Mi mandò l’indirizzo di un parcheggio sotterraneo a poche strade dall’ufficio.

Non ci andai da sola. Informai l’agente, che mi disse di non entrare nel parcheggio e di aspettare in un bar dall’altra parte della strada. Due uomini in borghese sarebbero rimasti nelle vicinanze.

Serena arrivò alle 16:10. Indossava grandi occhiali scuri e continuava a guardarsi alle spalle. Entrò nel bar e si sedette davanti a me.

«Hai trovato i documenti di tuo padre», disse immediatamente.

Non risposi.

Serena si tolse gli occhiali. Aveva gli occhi gonfi.

«Alberto mi aveva chiesto aiuto.»

«Mio padre ti conosceva?»

«Aveva scoperto che Marco cercava informazioni attraverso di me. Pensava che fossi sua complice.»

«E non lo eri?»

Serena abbassò lo sguardo. «All’inizio sì.»

La confessione mi fece stringere i pugni.

«Gli passavi i miei dati.»

«Solo informazioni economiche. Mai clienti, mai dati commerciali.»

«Come se questo rendesse tutto migliore.»

«No. Ma poi capii cosa stavano facendo davvero.»

«Chi?»

«Marco e Valenti.»

Serena aprì la borsa e tirò fuori una piccola memoria esterna.

«Tuo padre mi convinse a copiare tutto quello che potevo.»

La posò sul tavolo.

«Qui ci sono operazioni che non compaiono nei documenti che hai trovato.»

Stavo per prenderla quando Serena trattenne la memoria con due dita.

«Prima devi sapere una cosa su Elena.»

«Dimmi.»

«Non era soltanto l’amante di Marco. La società intestata a lei non fu aperta da Marco a sua insaputa.»

Sentii lo stomaco contrarsi.

«Hai delle prove?»

Serena lasciò la memoria.

«Sono lì dentro.»

Tornai in ufficio e la aprii su un computer isolato dalla rete aziendale. C’erano centinaia di file. Contratti, email, estratti conto.

Poi trovai una scansione risalente a quasi tre anni prima.

Era l’atto costitutivo della società di Elena.

In fondo alla pagina c’erano due firme.

Elena Bassi.

E Marco Rinaldi.

Ma accanto alla firma di Elena compariva una nota manoscritta:

“Partecipazione reale: 40% E.B. — 40% M.R. — 20% R.V.”

Elena non era stata semplicemente usata.

Almeno all’inizio, era stata socia di Marco e Valenti.

Continuai a scorrere finché trovai una cartella denominata “ALBERTO”.

Dentro c’era un’unica registrazione audio.

Premetti play.

Sentii la voce di mio padre.

«Se state ascoltando questa registrazione, significa che Marco ha scoperto che Serena mi sta aiutando.»

Seguì un rumore, poi la voce di un uomo.

Marco.

«Alberto, spegni quel telefono.»

Mio padre rispose con una calma che ricordavo perfettamente.

«Prima dimmi perché hai fatto aumentare l’assicurazione sulla vita di Giulia senza dirglielo.»

Mi si fermò il respiro.

La registrazione continuò.

E Marco pronunciò una frase che mi costrinse ad afferrare il bordo della scrivania.

«Perché Valenti non voleva più accettare soltanto immobili come garanzia.»

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