Divertimento

Mia Suocera Mi Rasò I Capelli Nel Sonno Dopo La Mia Promozione, Mio Marito Disse Che Me L’Ero Meritato… Poi La Guardia Di Finanza Bussò Alla Porta E Scoprii Cosa Mi Nascondevano Da Anni

Per qualche secondo rimasi con la mano sulla maniglia, incapace di decidere se uscire o costringere Patrizia a spiegarmi tutto. Quarantaseimila euro spariti in tre giorni. Un uomo che Marco temeva più della Guardia di Finanza. Elena che mi aveva avvertita di non usare il computer di casa. Ogni risposta sembrava aprire una porta dietro la quale c’era qualcosa di peggiore.

«Chi avete pagato?»

Patrizia distolse lo sguardo. «Non posso dirtelo.»

«Allora chiamerò l’agente e gli mostrerò il trasferimento.»

«Non farlo.»

La paura nella sua voce era autentica. Era la prima emozione sincera che vedevo sul suo volto da quando mi ero svegliata.

«Perché?»

Patrizia si avvicinò e abbassò la voce. «Perché quei quarantaseimila euro non erano per saldare un prestito. Erano per comprare tempo.»

«Da chi?»

«Da qualcuno che Marco non avrebbe mai dovuto incontrare.»

Avrei voluto continuare, ma guardai l’ora. Mancava meno di un’ora all’appuntamento con Elena. Patrizia sembrò intuire la mia decisione.

«Non andare da lei, Giulia.»

«Perché?»

«Perché Elena non è una vittima.»

Quelle parole mi accompagnarono fino a Porta Romana. Durante il tragitto cambiai tutte le password che riuscivo a ricordare: banca, posta elettronica, cloud, account aziendale. Poi chiamai la banca e chiesi il blocco cautelativo delle operazioni sul conto comune. Quando spiegai che era in corso un’indagine per furto d’identità, l’impiegata cambiò immediatamente tono e fissò un appuntamento per il giorno successivo.

Arrivai al bar alle 14:23. Elena era già lì.

La riconobbi senza averla mai vista. Sedeva in fondo alla sala, sui quarant’anni, capelli neri raccolti, cappotto beige nonostante il locale fosse caldo. Quando mi vide, il suo sguardo scivolò immediatamente sulla parte rasata della mia testa.

«È stata Patrizia?» domandò.

Mi fermai.

«Come fai a saperlo?»

Elena indicò la sedia di fronte.

«Perché quando perde il controllo, umilia le persone. È il suo modo di ricordare a tutti chi comanda.»

Non mi sedetti subito. «La conosci bene.»

«Abbastanza.»

«Sei stata con Marco?»

Elena sostenne il mio sguardo.

«Sì.»

La risposta arrivò senza esitazioni. Sentii qualcosa stringermi lo stomaco, ma non le diedi la soddisfazione di vedermi crollare.

«Da quanto?»

«È finita quasi due anni fa.»

Mi sedetti lentamente.

«E i dodicimila e cinquecento euro di cinque giorni fa?»

«Non erano per me.»

Estrasse dalla borsa una cartellina. «Marco li ha fatti transitare attraverso il conto della mia società. Io li ho restituiti subito.»

«Perché?»

«Perché stavo cercando di capire dove finissero.»

La fissai. «Vuoi farmi credere che dopo essere stata l’amante di mio marito hai deciso di diventare investigatrice?»

Elena abbassò gli occhi. «No. Ho deciso di proteggermi.»

Aprì la cartellina e spinse verso di me alcune copie di bonifici. Su tre documenti compariva il mio nome. Su altri compariva quello di Elena.

«Marco ha falsificato anche la mia firma.»

Ricordai la sua frase al telefono: non ha usato soltanto la tua identità.

«Quando l’hai scoperto?»

«Otto mesi fa. Pensavo di denunciarlo. Poi Marco mi mostrò alcune email che sembravano provare che io fossi coinvolta volontariamente. Documenti preparati benissimo. Se fossi andata dalla polizia senza capire cosa stava succedendo, avrei rischiato di sembrare sua complice.»

«E quindi sei rimasta zitta.»

«Ho iniziato a raccogliere prove.»

Mi mostrò fotografie di contratti, estratti conto, messaggi. Poi posò davanti a me una pagina con il nome di una società: Lombardia Consulting S.r.l.

«Questa è quella intestata a me. Ma Marco ne controlla almeno altre due.»

Scorsi le transazioni. Alcune cifre erano enormi.

«Dove sono finiti tutti questi soldi?»

Elena esitò.

«È questo il problema. Non credo che Marco li abbia tenuti.»

Mi tornò in mente Patrizia.

«Quarantaseimila euro sono stati trasferiti a sua madre tre giorni fa.»

Elena impallidì.

«Quarantasei esatti?»

Annuii.

Lei chiuse immediatamente la cartellina. «Allora dobbiamo andare.»

«Dove?»

«In un posto dove Marco teneva i documenti prima che iniziasse l’indagine.»

Non mi mossi. «Prima dimmi chi ha ricevuto quei soldi.»

Elena mi fissò per alcuni secondi, poi pronunciò un nome.

«Riccardo Valenti.»

Non significava niente per me.

«Chi è?»

«L’uomo che cinque anni fa prestò a Marco centomila euro.»

«Cinque anni fa? Perché Marco avrebbe avuto bisogno di centomila euro?»

Elena si morse il labbro. «Questo dovrebbe dirtelo lui.»

«Tu lo sai.»

«Conosco soltanto una parte.»

«Allora dimmela.»

Elena abbassò la voce. «Marco aveva perso soldi. Molti. Aveva fatto investimenti senza dirtelo. Quando non riuscì più a coprire le perdite, iniziò a chiedere prestiti. Valenti fu l’ultimo.»

Mi sentii soffocare. Cinque anni prima avevamo iniziato a cercare una casa più grande. Marco mi aveva convinta a rimandare perché, diceva, voleva essere prudente.

«E Patrizia?»

«Lo aiutava a nascondere tutto.»

Quindi la mia promozione non aveva creato il problema. Aveva soltanto fatto esplodere qualcosa che esisteva da anni.

Seguimmo Elena fino a un piccolo deposito alla periferia sud di Milano. Disse che Marco aveva affittato un box usando il nome della sua società. La serratura era già forzata.

Dentro trovammo scaffali vuoti, scatole aperte e carta sparsa sul pavimento.

«Qualcuno è arrivato prima di noi», sussurrò Elena.

Stavo per risponderle quando vidi una fotografia sotto una scatola rovesciata. La raccolsi.

Marco era seduto al tavolo di un ristorante insieme a Patrizia e a un uomo che non conoscevo. Sul retro c’era una data di quattro anni prima e un nome scritto a penna: Riccardo.

Ma fu ciò che vidi accanto alla fotografia a farmi tremare.

Una copia del mio contratto di lavoro dell’epoca, con stipendio, bonus e dati personali evidenziati. In fondo alla pagina qualcuno aveva scritto:

“GIULIA — capacità finanziaria sufficiente. Usare solo se necessario.”

Riconobbi immediatamente la calligrafia.

Non era quella di Marco.

Era quella di Patrizia.

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