Rimasi a fissare quella firma finché le lettere non cominciarono a sfocarsi davanti ai miei occhi. Matteo. L’uomo che tutti avevano dichiarato morto. L’uomo che, secondo mio padre, era scomparso ventidue anni prima. E adesso qualcuno aveva lasciato una chiave davanti allo studio e mi aveva ordinato di andare da sola al deposito 17.
«Non andrai da sola», disse Benedetto.
Alzai lo sguardo.
«Non hai capito. Il messaggio dice esattamente il contrario.»
«E tu non hai intenzione di obbedire?»
Non risposi.
Mio padre mi prese delicatamente per il braccio. «Chiara, ascoltami. Se Matteo è davvero vivo, non sappiamo chi sia la persona che ti sta contattando. Potrebbe essere una trappola.»
«E se invece fosse davvero lui?»
Mio padre rimase in silenzio.
Vittorio prese il biglietto e lo esaminò.
«La carta è vecchia.»
«Vecchia quanto?»
«Non saprei. Ma questa scrittura...» Si interruppe.
«Cosa?»
Vittorio guardò mio padre.
«È la stessa grafia che Matteo usava nei documenti della società.»
Sentii un brivido attraversarmi.
Benedetto scosse la testa.
«Non significa che sia lui.»
«Lo so», risposi. «Ma significa che qualcuno vuole farmi credere che lo sia.»
Presi la chiave.
«E io voglio sapere perché.»
Mio padre si oppose immediatamente.
«No.»
Era la prima volta quella mattina che mi parlava con un tono così duro.
«Non puoi continuare a proteggermi mentendomi.»
«Sto cercando di proteggerti perché non sai contro chi ti stai mettendo.»
«Allora dimmelo.»
Lui abbassò gli occhi.
«Non posso.»
Quelle due parole mi fecero più male della fotografia.
«Ancora.»
Mio padre si avvicinò.
«Se ti dicessi tutto quello che so, potresti non uscire viva da questa villa.»
La stanza sembrò improvvisamente più fredda.
Benedetto lo fissò.
«Che cosa sta dicendo?»
Mio padre non rispose.
Elisabetta, invece, si alzò lentamente dalla sedia.
«Tuo padre ha ragione.»
La guardai.
«Tu sapevi tutto questo.»
«Non tutto.»
«Abbastanza.»
Elisabetta annuì.
«Abbastanza per avere paura.»
Mi infilai la chiave nella pochette.
«Andrò al deposito.»
Benedetto mi afferrò lo sguardo.
«Allora vengo con te.»
«No.»
«Chiara...»
«Se qualcuno vuole parlare con me, devo sapere cosa vuole da me. Se vede te, potrebbe non mostrarsi.»
Lui rimase in silenzio.
Poi disse piano:
«Non ti lascerò affrontare tutto questo da sola.»
Quelle parole mi attraversarono il cuore in modo inatteso. Per un istante dimenticai la rabbia. Vidi soltanto l’uomo che amavo, confuso e ferito, finalmente costretto a guardare le crepe della famiglia nella quale era cresciuto.
«Non so più se posso fidarmi di te», gli dissi.
Benedetto abbassò lo sguardo.
«Lo so.»
Non cercò di difendersi.
Fu quello a farmi più paura.
Un’ora dopo, lasciai Villa Bellavista dalla porta posteriore. Mio padre credeva che avessi seguito il suo consiglio e fossi rimasta nella villa, ma avevo deciso di non dire a nessuno dove stessi andando.
Il deposito 17 si trovava nella vecchia stazione di Santa Lucia, in una zona ormai quasi abbandonata. Quando arrivai, il cielo era ancora coperto e l’odore della pioggia si mescolava a quello del ferro bagnato.
I vecchi armadietti metallici erano disposti lungo una parete.
Mi fermai davanti al numero 17.
Inserii la chiave.
Per un momento non accadde nulla.
Poi la serratura scattò.
Dentro trovai una scatola di legno.
Nient’altro.
La presi e la appoggiai sulla panca.
Il coperchio non era chiuso a chiave.
Lo sollevai.
Dentro c’erano una fotografia, una vecchia videocassetta e una busta bianca.
La fotografia mi fece perdere il respiro.
C’erano mia madre, Elisabetta e Matteo.
Ma questa volta erano davanti a un ospedale.
Sul retro era scritta una data.
Tre giorni dopo la nascita di Benedetto.
Presi la busta.
Sopra c’era scritto:
Per Chiara. Solo dopo aver scoperto la verità su Benedetto.
Mi bloccai.
Non aveva senso.
Perché una lettera scritta ventidue anni prima avrebbe dovuto parlare proprio di Benedetto?
La aprii.
Dentro c’era un foglio.
Chiara, se sei arrivata fino a questo punto, significa che Matteo non ha rispettato la promessa che mi aveva fatto.
Mi fermai.
La firma in fondo alla pagina era di mia madre.
Continuai a leggere.
Non credere a chi ti dirà che Benedetto è estraneo a questa storia. Non lo è.
Sentii il cuore accelerare.
In quel momento sentii dei passi alle mie spalle.
Mi voltai.
Il corridoio era vuoto.
Poi una voce maschile arrivò dall’oscurità.
«Non dovevi aprire quella lettera.»
Mi alzai di scatto.
L’uomo con l’impermeabile apparve lentamente alla fine del corridoio.
Era lui.
Quello che mi aveva consegnato la busta a Villa Bellavista.
Ma questa volta non sembrava più un semplice messaggero.
Aveva in mano la videocassetta.
«Lei chi è?» domandai.
L’uomo non rispose.
Indicò la lettera.
«Tua madre non voleva che tu sapessi di Benedetto.»
«Perché?»
Fece un passo verso di me.
«Perché il giorno in cui Benedetto è nato, qualcuno ha falsificato il suo certificato di nascita.»
Il pavimento sembrò sparire sotto i miei piedi.
«Che cosa stai dicendo?»
L’uomo mi guardò negli occhi.
«Sto dicendo che Benedetto Moretti potrebbe non essere chi crede di essere.»
Poi sollevò la videocassetta.
«E qui dentro c’è la prova.»
Prima che potessi rispondere, il mio telefono vibrò.
Un messaggio di Benedetto.
“Chiara, non fidarti di quell’uomo. So chi è.”
Alzai lentamente gli occhi.
L’uomo sorrise.
«Tuo marito ti ha appena scritto una bugia.»
E in quel momento capii che uno dei due stava per tradirmi.







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