Rimasi a fissare Marco senza riuscire a capire quale delle due cose mi facesse più paura: la firma di Teresa sul documento o il modo in cui suo figlio aveva appena pronunciato quelle parole. Marco non aveva detto non accusarla. Non aveva detto deve esserci un errore. Mi aveva chiesto di nascondere ciò che avevo scoperto. Federica era ancora accanto alla porta, il telefono stretto tra le dita, e per la prima volta da quando la conoscevo non aveva quell'aria sicura e leggermente arrogante che la faceva somigliare tanto a sua madre.
«Perché dovrei fingere di non averlo visto?» domandai.
Marco abbassò la voce. «Perché non sai cosa c'è dietro.»
«Allora dimmelo.»
Dal piano inferiore Teresa chiamò ancora suo figlio. «Marco!»
Lui si voltò verso la porta. «Arrivo.»
Gli afferrai il polso prima che potesse uscire. «No. Prima mi spieghi perché tua madre ha firmato un documento che riguarda una proprietà mia.»
Marco si liberò lentamente. «Non qui.»
«Continui a ripeterlo. E ogni volta scopro qualcosa di peggio.»
Federica guardò il fratello. «Io voglio sapere.»
«Tu non c'entri.»
«Sono una Conti anch'io.»
Marco rise amaramente. «È proprio questo il problema.»
Federica impallidì.
Ci fu un altro silenzio, poi sentimmo dei passi sulle scale. Teresa stava salendo. Marco prese una decisione improvvisa: chiuse l'allegato sul telefono di Federica e le restituì il dispositivo.
«Non dite niente.»
Teresa apparve sulla soglia pochi secondi dopo. Guardò prima me, poi la valigia aperta sul letto, infine i suoi figli.
«Che succede?»
«Niente», rispose Marco troppo velocemente.
Teresa lo studiò. Bastò quello sguardo perché capissi qualcosa che non avevo mai notato davvero durante nove anni di matrimonio. Marco, davanti a sua madre, cambiava. Le spalle diventavano rigide. Le risposte più brevi. Persino la voce sembrava controllata.
«Federica?» chiese Teresa.
«Stavamo parlando.»
«Di cosa?»
Federica aprì la bocca, ma Marco intervenne. «Del divorzio.»
Teresa mi guardò. «È spiacevole, Elena, ma certe cose finiscono.»
Quasi sorrisi. «Come una garanzia immobiliare?»
Marco mi fulminò con gli occhi.
Teresa, invece, non reagì immediatamente. Fu appena percettibile, ma vidi le sue dita stringersi attorno al corrimano.
«Non capisco.»
«Nemmeno io. Ma credo che presto capirò.»
Presi la borsa e chiusi la valigia.
Teresa si spostò dalla porta. «Dove vai?»
«In albergo.»
«Pensavo avessi appena ricordato a tutti che questa è casa tua.»
«Infatti. Ed è per questo che posso scegliere quando tornarci.»
Passandole accanto, mi fermai.
«Domani mattina parlerò con il mio avvocato.»
Il volto di Teresa rimase immobile.
Marco, invece, sussurrò: «Elena, aspetta.»
Non lo feci.
Guidai fino a Bologna quasi senza rendermi conto della strada. Avevo prenotato una stanza in un piccolo hotel vicino al centro, ma una volta entrata non riuscii nemmeno a disfare la valigia. Continuavo a vedere quella firma. La mia, falsa. Quella di Teresa, autentica.
Chiamai Andrea Rinaldi, l'avvocato che aveva seguito la successione di mia madre. Erano quasi le undici, ma rispose.
«Elena? È successo qualcosa?»
«Ho bisogno che controlli una cosa.»
Gli inoltrai i documenti.
Rimase in silenzio per alcuni minuti.
«Dove li hai trovati?»
«Sono arrivati a casa.»
«Marco sa che li hai?»
«Sì.»
«Non firmare nulla. Non rispondere alla società finanziaria e soprattutto non consegnare documenti originali a nessuno.»
Mi sedetti sul bordo del letto. «Andrea, possono davvero prendere la villa?»
«Se la tua firma è falsa, la situazione cambia completamente. Ma c'è qualcosa che non torna.»
«Cosa?»
«Questa delega.»
Sentii il cuore accelerare.
«Quella firmata da Teresa?»
«Sì. Teresa dichiara di agire in virtù di una procura notarile concessa da te.»
Mi alzai.
«Non ho mai dato una procura a Teresa.»
«Lo immaginavo.»
«Quindi è falsa anche quella.»
Andrea esitò.
«Non necessariamente.»
Quelle due parole mi fecero più paura di tutto il resto.
«Spiegati.»
«La delega riporta gli estremi di un atto notarile vero. Numero di repertorio, data, studio notarile. Devo verificarlo domani, ma non sembrano dati inventati.»
«Quando sarebbe stata firmata questa procura?»
Sentii il rumore della tastiera.
Poi Andrea smise di digitare.
«Elena... la data è di sei anni fa.»
Sei anni.
Mi appoggiai alla finestra.
Sei anni prima mia madre era morta dopo una malattia breve. Nei mesi successivi avevo firmato decine di documenti: successione, conti, società, proprietà. Marco mi accompagnava quasi sempre. Teresa, in quel periodo, era diventata stranamente premurosa. Preparava cene. Telefonava. Mi ripeteva che dovevo lasciare che la famiglia si occupasse delle questioni pratiche.
«Potrebbero avermi fatto firmare qualcosa senza che me ne rendessi conto.»
«Possibile. Ma c'è un'altra cosa.»
Andrea abbassò la voce.
«La procura non risulta concessa soltanto a Teresa.»
«A chi altro?»
«Domani recupero l'atto completo. Non voglio darti informazioni incomplete.»
«Andrea.»
«Elena, ascoltami. Questa notte non tornare alla villa.»
La chiamata terminò pochi minuti dopo, ma non riuscii a dormire.
Alle due e diciassette il telefono vibrò.
Era Marco.
Dobbiamo parlare senza mia madre. Domani alle 8. Bar davanti allo studio di Rinaldi. Non dirgli che vengo.
Lessi il messaggio tre volte.
Poi ne arrivò un altro.
Ho chiesto il divorzio perché dovevo farti uscire dalla villa prima di lunedì.
Mi si gelò il sangue.
Digitai immediatamente:
Cosa succede lunedì?
Marco non rispose.
Alle sette e cinquanta del mattino ero già al bar. Marco arrivò dieci minuti dopo. Sembrava non aver dormito. Si sedette davanti a me senza ordinare nulla e posò sul tavolo una busta marrone.
«Se mia madre scopre che te l'ho dato, è finita.»
«Cosa c'è dentro?»
«La ragione per cui ho fatto quella scenata.»
Aprii la busta.
C'erano fotografie della villa, planimetrie, copie di documenti e una lettera datata quattro mesi prima.
Lessi soltanto le prime righe prima di guardarlo.
«Vendita preliminare?»
Marco annuì.
«Teresa sta vendendo la villa?»
«Non solo la villa.»
Voltai pagina.
L'acquirente era una società chiamata Emilia Investimenti S.r.l. Il prezzo indicato era molto inferiore al valore reale della proprietà. Ma in fondo al documento trovai qualcosa di ancora più assurdo.
La vendita avrebbe dovuto essere perfezionata il lunedì successivo.
«Come può vendere qualcosa che non possiede?»
Marco mi fissò.
«Perché secondo i documenti che ha presentato, da sei anni può agire al posto tuo.»
«E tu lo sapevi?»
«L'ho scoperto quattro mesi fa.»
«E invece di dirmelo hai aspettato fino a ieri per chiedermi il divorzio?»
Marco abbassò gli occhi.
«Pensavo di poter fermarla senza coinvolgerti.»
«Usando la mia casa per ottenere quattrocentomila euro?»
Il suo volto si contrasse.
«Quei soldi non erano per me.»
Prima che potessi chiedere altro, qualcuno si fermò accanto al nostro tavolo.
Andrea.
Aveva in mano una cartellina.
Guardò Marco, poi me.
«Bene. A quanto pare non sono l'unico ad avere qualcosa da confessare stamattina.»
Si sedette e aprì la cartellina.
«Ho recuperato la procura.»
Mi mostrò la prima pagina. Il documento esisteva davvero. C'era il mio nome, la mia firma e il timbro notarile.
Poi Andrea girò pagina.
«Teresa non è l'unica persona autorizzata ad amministrare la villa.»
Lessi il secondo nome.
Per qualche secondo pensai di aver capito male.
Non era Marco.
Non era Federica.
Era un nome che non vedevo scritto da sei anni.
Lucia Bellini.
Mia madre.
Alzai lentamente gli occhi.
«È impossibile. Mia madre era già morta quando questo documento è stato registrato.»
Andrea non rispose.
Marco diventò bianco.
Presi il foglio e controllai di nuovo la data.
Tre settimane dopo il funerale.
Ma sotto il nome di mia madre c'era qualcosa che non avevo ancora notato.
Una firma.
E accanto, una dichiarazione notarile:
Comparsa personalmente e identificata.
Guardai Andrea.
«Chiunque abbia firmato questo documento... si è presentato davanti a un notaio fingendo di essere mia madre.»
Andrea chiuse lentamente la cartellina.
«È quello che pensavo anch'io. Finché stamattina non ho chiamato il notaio.»
Marco smise quasi di respirare.
«E cosa ha detto?» chiesi.
Andrea mi guardò negli occhi.
«Ha detto che ricorda perfettamente Lucia Bellini.»
Sentii il pavimento mancarmi sotto i piedi.
«Non può ricordarla. Era morta.»
Andrea spinse verso di me una copia del registro dello studio.
«Secondo lui, no.»
In fondo alla pagina c'era una nota scritta a mano dal notaio il giorno della firma.
La signora Lucia Bellini richiede che la figlia Elena non venga informata dell'atto fino a nuova disposizione.







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