Il nome di Carlo Venturi rimase sospeso nella sala come una condanna. Per ore avevo creduto che il centro di tutto fosse Teresa, poi Riccardo, poi quella rete di società costruita da mia madre. Adesso lo stesso uomo compariva dietro Emilia Investimenti, dietro i conti dei Conti e perfino dietro la morte di Paolo.
«Perché?» chiesi.
Riccardo aprì la vecchia busta. «Paolo aveva scoperto che Venturi sottraeva denaro sia ai Bellini sia ai Conti attraverso società di comodo. Quando cercò di denunciarlo, morì.»
Andrea prese i documenti. Erano copie di verbali, fotografie dell'auto di Paolo e una relazione tecnica mai entrata nel fascicolo ufficiale. Secondo quella relazione, i freni erano stati manomessi.
Mi aggrappai allo schienale di una sedia.
Diciotto anni prima avevo aspettato mio padre fino a notte inoltrata. Ricordavo mia madre seduta accanto al telefono, Teresa arrivata poco dopo mezzanotte e le parole che avevano diviso la mia vita in due: Paolo ha avuto un incidente.
«Mamma», disse Marco, «tu lo sapevi?»
Teresa non rispose.
«Tu lo sapevi?» gridò lui.
«Sapevo che Paolo aveva dei sospetti.»
«Non è quello che ti ha chiesto», dissi.
Teresa guardò me. «La sera prima di morire Paolo venne qui.»
Sentii le gambe indebolirsi.
«Perché?»
«Aveva trovato prove contro Venturi. Voleva convincere mio marito a testimoniare.»
Il padre di Marco era morto quattro anni prima. Improvvisamente la fotografia dell'accordo Bellini–Conti assumeva un significato diverso.
«E cosa fece tuo marito?»
Teresa abbassò gli occhi. «Rifiutò.»
Marco si allontanò come se fosse stato colpito.
«Papà sapeva?»
«Aveva paura. Carlo gestiva i conti dell'azienda. Conosceva ogni irregolarità commessa negli anni difficili. Se tuo padre avesse parlato, avrebbe rischiato di perdere tutto.»
«Così lasciò morire Paolo?»
«Non sapeva che sarebbe successo.»
Riccardo intervenne. «Ma dopo lo seppe.»
Teresa lo fissò.
«E accettò l'accordo», continuò Riccardo.
Finalmente compresi le quattro parole dietro la fotografia.
Accordo Bellini–Conti. Tutto chiuso.
«Mio nonno comprò la villa per coprire il silenzio della famiglia Conti.»
Teresa scosse la testa. «Vittorio acquistò la villa per sottrarla ai creditori e garantire che un giorno arrivasse a te. In cambio, mio marito consegnò a Lucia quello che sapeva su Venturi.»
«E perché nessuno andò alla polizia?»
Fu Riccardo a rispondere. «Perché le prove erano incomplete. E perché Carlo aveva qualcosa contro tutti.»
Guardai la chiavetta.
«Mia madre ha passato anni a raccogliere il resto.»
Andrea annuì. «Probabilmente è questo l'archivio.»
Riprendemmo il video.
Lucia parlava lentamente.
«Carlo non lavora mai direttamente. Usa debiti, firme, società e persone convinte di poter controllare la situazione. Se state guardando questa registrazione, cercate il conto 317. È lì che troverete ciò che manca.»
Federica si avvicinò al computer.
«Ho visto quel numero.»
Cominciò ad aprire cartelle.
«Qui.»
Conto 317.
Andrea esaminò i movimenti. Il denaro partiva da società riconducibili ai Conti, transitava attraverso Emilia Investimenti e finiva presso una fiduciaria in Svizzera.
Ma l'ultimo trasferimento era diverso.
Quattrocentomila euro.
La cifra del finanziamento firmato da Marco.
«Eccoli», disse lui.
Il bonifico era stato effettuato appena tre giorni prima.
Beneficiario: CV Consulting SA.
Riccardo indicò lo schermo. «Venturi.»
Guardai Marco.
«Quindi i quattrocentomila sono finiti a lui.»
«Non volontariamente.» Marco sembrava sconvolto. «Teresa mi disse che servivano per bloccare un creditore.»
Teresa non protestò.
«Perché?» chiesi.
«Perché Carlo aveva ricominciato a ricattarci.»
«Con cosa?»
Teresa si sedette.
«Con il fascicolo di Paolo. E con la procura falsa.»
Andrea capì immediatamente. «Venturi ha organizzato anche quella.»
Teresa annuì.
«Dopo la morte di Lucia, Anna doveva eseguire il piano preparato dalla sorella. Carlo aveva ancora accesso ai documenti Bellini e riuscì a inserirsi nell'operazione. Quando capii cosa aveva fatto era troppo tardi.»
«E invece di denunciargli tutto hai continuato a pagarlo.»
«Per proteggere Marco e Federica.»
Federica scoppiò quasi a ridere. «Ci hai intestato società, ci hai fatto firmare documenti e lo chiami proteggerci?»
Teresa non riuscì a guardarla.
Io tornai al video.
Lucia stava dicendo qualcosa.
«Elena, c'è una ragione per cui la proprietà deve rimanere a tuo nome fino alla fine. Non è la villa che Carlo vuole.»
Mi avvicinai allo schermo.
«Sotto la proprietà esiste qualcosa che Vittorio non inserì mai nei documenti ordinari. Paolo lo scoprì poco prima di morire.»
La registrazione si bloccò.
«No.»
Andrea provò a riavviarla.
File danneggiato.
Riccardo guardò verso il pavimento.
«Tu sai cosa c'è sotto la villa», dissi.
«So cosa pensava Paolo.»
«Cosa?»
Prima che rispondesse, il campanello suonò.
Tutti rimanemmo immobili.
Marco guardò dalla finestra.
«C'è una macchina al cancello.»
Teresa impallidì.
«Che macchina?»
Marco non ebbe bisogno di rispondere.
Una voce arrivò dall'ingresso.
«Signora Conti? Sono Carlo.»
Riccardo chiuse immediatamente il portatile.
Teresa si alzò.
«Non doveva venire oggi.»
«Allora perché è qui?» chiesi.
Lei guardò l'orologio.
Le 14:47.
Poi ricordai il preliminare.
Lunedì era previsto il perfezionamento della vendita. Ma oggi era domenica.
Teresa sussurrò: «Perché ha capito che abbiamo trovato la chiavetta.»
Carlo Venturi entrò pochi secondi dopo.
Aveva circa settant'anni, un completo grigio impeccabile e l'espressione tranquilla di un uomo che non aveva mai avuto bisogno di alzare la voce.
Vide Riccardo.
Poi Andrea.
Infine me.
«Elena Bellini.» Sorrise appena. «Sei identica a tua madre.»
«Lei conosceva bene mia madre.»
«Molto bene.»
Posò una cartella sul tavolo.
«Immagino abbiate molte domande. Io invece ne ho soltanto una.»
Indicò la chiavetta.
«Chi l'ha aperta?»
«Io», risposi.
Il sorriso scomparve.
Andrea fece un passo avanti. «Qualunque discussione avverrà in mia presenza.»
Carlo lo ignorò.
«Hai visto il video di Lucia?»
«Abbastanza.»
«Allora hai sentito parlare di ciò che si trova sotto questa casa.»
Riccardo si mise davanti a me. «Non dire altro.»
Carlo sorrise di nuovo. «Ancora a proteggerla? Dopo tutti questi anni?»
«Cosa c'è sotto la villa?» chiesi.
Carlo aprì la cartella.
Dentro c'era una vecchia planimetria.
Indicò una zona sotto l'ala occidentale.
«Una stanza murata nel 1991.»
Teresa sembrò confusa. «Non esiste nessuna stanza.»
«Tuo marito sapeva che esisteva.»
Carlo mi porse la planimetria.
«E anche Paolo.»
Sotto la stanza era annotato un codice: B-17.
Ricordai improvvisamente la piccola chiave che avevo posato sul tavolo la sera precedente.
La chiave della villa.
O almeno avevo sempre creduto che lo fosse.
Mio nonno me l'aveva lasciata insieme ai documenti della proprietà, dicendomi soltanto: Non perderla. Un giorno saprai quale porta apre.
La tirai fuori dalla borsa.
Carlo la vide.
E per la prima volta perse completamente la sua calma.
«Dove hai preso quella chiave?»
Riccardo si voltò verso di me.
Teresa fece un passo indietro.
«Me l'ha lasciata mio nonno.»
Carlo allungò una mano. «Dammela.»
La strinsi nel pugno.
«No.»
«Elena, non sai cosa stai facendo.»
«È la prima cosa su cui siamo d'accordo.»
Presi la planimetria e mi avviai verso il corridoio.
Marco mi seguì. Andrea e Riccardo vennero dietro di noi.
L'ala occidentale della villa ospitava una vecchia biblioteca quasi mai utilizzata. Secondo la planimetria, la stanza B-17 si trovava dietro una parete coperta da scaffali.
Trovammo la serratura nascosta dietro una cornice di legno.
Inserii la chiave.
Entrò perfettamente.
Carlo, rimasto sulla soglia, disse soltanto:
«Se apri quella porta, niente tornerà come prima.»
Girò la chiave.
Uno scatto metallico.
Marco e Riccardo spostarono lo scaffale.
Dietro comparve una porta stretta.
La aprii.
L'aria all'interno odorava di polvere e carta vecchia.
Non c'erano soldi.
Non c'erano gioielli.
C'erano decine di scatole d'archivio.
Fotografie.
Registrazioni.
Libri contabili.
Andrea accese la torcia del telefono.
Su ogni scatola compariva un anno.
Poi vidi quella con il nome di mio padre.
PAOLO BELLINI – RISERVATO.
Mi inginocchiai e la aprii.
In cima c'era una videocassetta.
Sotto, una busta indirizzata a mia madre.
E infine un documento firmato da Paolo due giorni prima della sua morte.
Andrea lo prese.
Cominciò a leggere.
Il suo volto cambiò.
«Elena...»
«Cosa?»
Mi porse il foglio.
Era una dichiarazione destinata alla Procura.
Paolo aveva scritto tutto ciò che aveva scoperto su Carlo Venturi.
Ma nell'ultima pagina compariva un secondo nome.
Una persona che, secondo Paolo, aveva aiutato Venturi a nascondere le prove e a costruire i falsi movimenti finanziari.
Lessi quel nome.
Poi guardai Teresa.
Lei scosse lentamente la testa.
«No. Non può essere.»
Ma la firma di Paolo era chiarissima.
Il secondo nome non era quello di Teresa.
Era quello dell'uomo che per anni avevo creduto avesse salvato il patrimonio della nostra famiglia.
Vittorio Bellini. Mio nonno.







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