Divertimento

Mio Marito Chiese Il Divorzio Davanti Alla Sua Famiglia E Mi Ordinò Di Lasciare La Villa — Poi Posai Una Chiave Sul Tavolo E Dissi: «Questa Casa È Mia»

Lessi quella frase così tante volte che le parole smisero quasi di avere significato. La signora Lucia Bellini richiede che la figlia Elena non venga informata dell'atto fino a nuova disposizione. Mia madre era morta da tre settimane quando qualcuno, secondo quel registro, si era seduto davanti a un notaio, aveva mostrato dei documenti, aveva firmato con il suo nome e aveva chiesto esplicitamente che io non sapessi nulla.

«Voglio parlare con quel notaio.»

Andrea chiuse la cartellina. «È quello che faremo.»

Marco scosse la testa. «Non oggi.»

Mi voltai verso di lui. «Non credo che tu abbia ancora il diritto di decidere cosa faccio.»

«Non sto cercando di decidere per te.»

«Ieri hai annunciato il nostro divorzio davanti alla tua famiglia per costringermi a lasciare casa mia.»

«Per proteggerti.»

La parola mi fece ridere, ma senza alcuna allegria. «Da tua madre?»

Marco non rispose.

Andrea lo fissò. «Se sai qualcosa, questo è il momento di parlare.»

Marco guardò attraverso la vetrina del bar. «Quattro mesi fa ho trovato dei documenti nella cassaforte di Teresa. Pensavo fossero relativi all'azienda di famiglia. Poi ho visto l'indirizzo della villa.»

«Perché frugavi nella sua cassaforte?» chiesi.

«Perché avevo scoperto che mancavano soldi dai conti della società.»

Questa era nuova.

«Quanto?»

«Quasi un milione e duecentomila euro.»

Andrea si irrigidì.

Marco continuò. «All'inizio pensavo a un errore contabile. Poi ho trovato trasferimenti verso Emilia Investimenti. Mia madre sosteneva fossero anticipi per un'operazione immobiliare.»

«La stessa società che dovrebbe comprare la villa lunedì», dissi.

Marco annuì.

«Chi la possiede?» domandò Andrea.

«Formalmente, un uomo chiamato Carlo Venturi.»

Quel nome non mi diceva niente.

Andrea, invece, smise di muoversi.

«Lo conosci?» chiesi.

«Conosco il nome.»

«Da dove?»

Mi guardò con un'espressione che non mi piacque. «Era il commercialista di tua madre.»

Sentii un brivido corrermi lungo la schiena.

Marco si chinò verso di me. «Capisci adesso? Quando ho scoperto la vendita ho affrontato Teresa. Mi ha detto che la villa non era più affar tuo.»

«E tu le hai creduto?»

«No. Ho iniziato a cercare.»

«Senza dirmi niente.»

«Avevo intenzione di farlo.»

«Quando? Dopo che qualcuno avesse venduto casa mia?»

Marco abbassò gli occhi.

«Poi Teresa ha scoperto che stavo controllando i conti. Mi ha mostrato la procura. Mi ha detto che se avessi interferito avrebbe fatto emergere documenti che avrebbero coinvolto anche me.»

«Quali documenti?»

Il silenzio di Marco fu la risposta peggiore possibile.

«I quattrocentomila euro», disse Andrea.

Marco annuì.

«Ho firmato il finanziamento.»

«Usando una garanzia che non potevi concedere», dissi.

«Teresa mi aveva assicurato che la procura rendeva tutto legale.»

«E la mia firma?»

Marco mi guardò finalmente. «Non l'ho messa io.»

Gli credevo? Non lo sapevo più.

«Perché chiedere il divorzio?»

Marco si passò entrambe le mani sul viso. «Venerdì ho sentito Teresa parlare al telefono. Diceva che domenica sera doveva essere tutto sistemato e che tu non dovevi più dormire nella villa. Ho pensato che se ti avessi umiliata abbastanza, te ne saresti andata immediatamente.»

Lo fissai incredula.

«Hai deciso di distruggere il nostro matrimonio per salvarmi senza spiegarmi da cosa?»

«Non sapevo di chi fidarmi.»

«Potevi fidarti di tua moglie.»

Marco non trovò risposta.

Quella frase rimase tra noi più dolorosa del divorzio stesso.

Andrea si alzò. «Il notaio ci aspetta tra quaranta minuti.»

Lo studio notarile si trovava sotto i portici del centro di Bologna. Il notaio, Giulio Bernardi, aveva quasi settant'anni e ci accolse in una stanza piena di faldoni. Quando pronunciai il nome di mia madre, il suo volto cambiò.

«Lucia Bellini», disse lentamente. «Ricordo quel caso.»

Gli mostrai una fotografia di mia madre.

«È questa la donna che venne qui?»

Bernardi prese la foto.

La osservò a lungo.

Poi scosse la testa.

«Non posso dirlo con certezza.»

«Prima ha detto ad Andrea che la ricordava perfettamente.»

«Ricordo l'incontro. Non necessariamente il volto.»

Sentii crescere la rabbia. «Una donna morta si è presentata nel suo studio e lei non sa dirmi chi fosse?»

Andrea intervenne. «Elena.»

Bernardi si alzò e aprì un armadio.

«All'epoca l'identificazione risultò regolare. Carta d'identità, codice fiscale, documentazione societaria. Non avevo motivo di sospettare nulla.»

«Chi era presente?»

Il notaio esitò.

«Teresa Conti.»

Marco inspirò bruscamente.

«E Carlo Venturi», aggiunse Bernardi.

Ecco il collegamento.

Teresa. Il commercialista di mia madre. Una donna che si presentava come Lucia dopo la sua morte.

«C'era qualcun altro?» domandai.

Bernardi rimase in silenzio.

Poi tirò fuori una vecchia agenda.

«Sì.»

Fece scorrere il dito lungo una pagina.

«Un uomo.»

«Chi?»

Il notaio mi guardò.

«Tuo padre.»

Sentii il sangue gelarsi.

Mio padre, Paolo Bellini, era morto quando avevo diciassette anni.

«Sta sbagliando.»

«Non credo.»

«Mio padre era morto dodici anni prima.»

Bernardi si tolse gli occhiali. «Allora qualcuno usò anche la sua identità.»

Andrea prese l'agenda.

Ma Bernardi aggiunse qualcosa.

«No. Aspettate. Qui c'è una nota.»

Si avvicinò alla finestra per leggere meglio.

«L'uomo non si presentò come Paolo Bellini.»

Il cuore cominciò a battermi più forte.

«Come si chiamava?»

«Riccardo Serra.»

Non conoscevo quel nome.

«E perché lo ha chiamato mio padre?»

Bernardi mi fissò.

«Perché fu Lucia a presentarmelo così.»

Nessuno parlò.

«Disse: “Questo è il padre di Elena.”»

Mi aggrappai al bordo della scrivania.

Marco fece un passo verso di me, ma lo fermai con una mano.

«Dove posso trovare Riccardo Serra?»

Bernardi scosse la testa. «Non ne ho idea.»

Andrea, intanto, stava fotografando le pagine dell'agenda.

Il telefono di Marco squillò.

Teresa.

Lui rifiutò la chiamata.

Squillò di nuovo.

Poi arrivò un messaggio.

Marco lo lesse e diventò pallido.

«Che succede?» chiesi.

Mi mostrò lo schermo.

SO DOVE SIETE. ELENA DEVE TORNARE ALLA VILLA. DA SOLA. È ORA CHE SAPPIA COSA HA FATTO SUA MADRE.

Sotto c'era una fotografia scattata pochi minuti prima.

Noi tre mentre entravamo nello studio notarile.

Qualcuno ci stava seguendo.

Andrea guardò fuori dalla finestra, ma io continuavo a fissare un particolare nell'immagine.

In fondo alla strada, riflesso nel vetro di un'auto parcheggiata, si vedeva parte della persona che aveva scattato la fotografia.

Un uomo dai capelli grigi.

Sul lato sinistro del volto aveva una cicatrice sottile che arrivava fino alla mandibola.

Mi mancò il respiro.

Avevo già visto quella cicatrice.

Non nella vita reale.

In una fotografia che mia madre aveva nascosto per anni dentro un vecchio album.

Da bambina le avevo chiesto chi fosse quell'uomo.

Lei aveva strappato la fotografia davanti a me e aveva risposto soltanto:

«Una persona che non deve mai sapere dove sei.»

Andrea mi guardò.

«Elena, che succede?»

Ingrandii l'immagine con due dita.

Dopo quasi trent'anni, finalmente vedevo di nuovo quel volto.

E sotto la fotografia strappata, mia madre aveva scritto un nome che da bambina non avevo mai dimenticato.

Riccardo.

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