Natalia continuava a fissare le incubatrici mentre io cercavo di dare un senso alle sue parole. Cartelle cliniche mie e dei bambini. Nell’ufficio di Domenico. Datate settimane prima del ricovero. Federico fu il primo a reagire. Chiuse lentamente la cartella che aveva in mano e si avvicinò a lei.
«Natalia, devi dirmi esattamente cosa hai visto.»
Lei si passò una mano sul viso. «Non ricordo tutto. C’erano referti, analisi, il nome di Aurora, le settimane di gravidanza. E due pagine con il logo del Sant’Aurelia.» Deglutì. «Pensavo che Domenico le avesse perché era suo marito.»
«Perché allora ti hanno spaventata?» chiesi.
Natalia mi guardò. Per la prima volta non vidi l’amante che aveva attraversato il reparto indossando il mio cappotto. Vidi una donna che aveva cominciato a capire di essersi legata a un uomo che non conosceva affatto.
«Perché una pagina aveva una data futura.»
Federico aggrottò la fronte. «Futura rispetto a cosa?»
«Rispetto al giorno in cui l’ho trovata. Era una richiesta di fornitura per questo reparto. Ventilazione neonatale, pompe per infusione, sensori… non conosco i termini esatti.» Inspirò tremando. «Ma in fondo c’erano due iniziali: L.V. e C.V.»
Il mio cuore sembrò fermarsi.
Lorenzo Valenti.
Chiara Valenti.
Non Rinaldi.
Valenti.
Mi voltai verso Arturo. Anche lui aveva capito.
«I bambini nei documenti risultavano già con il mio cognome?» domandai.
Natalia annuì.
Una sensazione fredda mi attraversò la schiena. Domenico aveva sempre insistito affinché i gemelli portassero il suo cognome. Avevamo litigato persino poche settimane prima del parto perché io desideravo aggiungere Valenti in memoria di mia madre. Se quei documenti riportavano già Lorenzo e Chiara Valenti, qualcuno sapeva molto più di quanto avrebbe dovuto sapere.
Federico prese immediatamente il telefono.
«Bloccate ogni accesso informatico alle cartelle cliniche di Aurora Valenti e dei neonati Lorenzo e Chiara. Conservate i registri degli accessi degli ultimi sei mesi. Nessuno cancella niente.»
Arturo si rivolse al direttore generale.
«Voglio l’audit completo. Adesso.»
L’uomo annuì e uscì rapidamente.
Io guardai Natalia. «Dove sono quei documenti?»
«Non lo so.»
«Hai detto che li hai trovati.»
«Sì. Ma quando sono tornata nell’ufficio due giorni dopo, erano spariti.»
«Hai fatto una foto?»
Natalia esitò.
Fu un’esitazione minuscola, ma Federico la notò.
«Natalia.»
Lei abbassò lo sguardo.
«Una.»
Dalla borsa estrasse il telefono.
«Avevo cominciato a sospettare che Domenico mi mentisse. Diceva che avrebbe divorziato subito dopo la nascita dei bambini, ma ogni volta cambiava versione. Così fotografavo le cose che non capivo.»
Aprì una cartella nascosta e mi mostrò l’immagine.
La fotografia era inclinata e leggermente sfocata, ma si leggeva abbastanza.
In alto compariva il logo del Sant’Aurelia.
Sotto:
**PROGRAMMA DI SOSTITUZIONE URGENTE — UNITÀ NEONATALE**
Più in basso c’era il nome della società di Domenico.
Rinaldi Medical Supplies.
Federico ingrandì l’immagine.
«Aspetta.»
Indicò una riga.
**Motivazione: ricovero gemellare ad alto rischio previsto.**
Sentii un ronzio nelle orecchie.
«Previsto?»
Arturo mi afferrò delicatamente una mano.
«Aurora, siediti.»
«Ero alla ventiseiesima settimana quando è stato redatto questo documento.»
La mia voce uscì quasi senza suono.
«Nessuno prevedeva un parto prematuro.»
Ricordavo perfettamente quella settimana. I medici mi avevano detto che la gravidanza procedeva bene. Ero stanca, certo, ma nulla lasciava pensare che tre settimane dopo sarei stata trasportata d’urgenza in ospedale con una grave complicazione.
Federico continuò a osservare la foto.
«C’è un numero di autorizzazione interno.»
Arturo lo lesse.
Il suo volto cambiò.
«Conosco quel codice.»
«Di chi è?» chiesi.
Mio nonno non rispose subito.
«Dell’ufficio acquisti centrale.»
Natalia si sedette sulla sedia più vicina. «Domenico mi aveva detto che il Sant’Aurelia avrebbe comprato da lui apparecchiature per milioni.»
Federico la fissò. «Milioni?»
«Diceva che dopo questa commessa non avrebbe più avuto bisogno di nessuno.»
Quelle parole mi riportarono improvvisamente a una sera di circa un mese prima. Domenico era tornato a casa alle due del mattino. Quando gli avevo chiesto dove fosse stato, aveva detto che stava negoziando il più importante contratto della sua carriera.
Allora gli avevo creduto.
Adesso ricordavo un altro dettaglio.
Quella stessa notte mi aveva portato un bicchiere d’acqua e le vitamine prenatali, cosa che non faceva quasi mai.
Il respiro mi si spezzò.
No.
Non potevo permettere alla paura di trasformare ogni ricordo in una prova.
«Federico», dissi, «non voglio supposizioni. Voglio fatti.»
Lui annuì. «Ed è esattamente ciò che troveremo.»
La porta si aprì.
Entrò il direttore generale con una donna che non avevo mai visto. Aveva circa cinquant’anni, capelli scuri raccolti e un badge identificativo.
«Questa è la dottoressa Elena Moretti, responsabile della sicurezza clinica.»
Elena si presentò rapidamente, poi posò un tablet davanti a Federico.
«Abbiamo controllato gli accessi alla cartella della signora Valenti.»
«E?»
La dottoressa guardò me prima di rispondere.
«Qualcuno ha consultato la sua cartella ventisette volte nelle sei settimane precedenti al ricovero.»
«Il mio ginecologo?»
«No.»
«Domenico?»
«Nemmeno.»
Federico si irrigidì. «Chi?»
Elena girò il tablet.
Compariva il nome di un medico.
**Dott. Riccardo Bellini — Medicina Materno-Fetale.**
Non lo conoscevo.
«Non sono mai stata visitata da quest’uomo.»
«Lo sappiamo», disse Elena. «E c’è un altro problema. Il dottor Bellini non lavora più qui da otto mesi.»
Arturo appoggiò entrambe le mani sul bastone.
«Allora qualcuno ha utilizzato le sue credenziali.»
Elena annuì.
«Abbiamo controllato da quale terminale sono stati effettuati gli accessi.»
Sentii la gola seccarsi.
«Dove?»
«Non dall’ospedale.»
Federico sollevò lentamente gli occhi.
«L’indirizzo di rete appartiene agli uffici della Rinaldi Medical Supplies.»
Natalia si portò una mano alla bocca.
Io rimasi immobile.
Domenico aveva avuto accesso ai miei dati medici molto prima del parto.
Ma non era ancora la cosa peggiore.
Elena fece scorrere lo schermo.
«Tre giorni prima del ricovero è stata modificata una voce nella sua cartella.»
«Quale voce?»
La dottoressa esitò.
«La terapia prescritta.»
Sentii Arturo stringere la mia mano.
«Io non seguivo nessuna terapia particolare.»
«Secondo la cartella originale, no. Solo integratori prenatali e ferro.» Elena inspirò lentamente. «Ma qualcuno ha inserito temporaneamente una prescrizione diversa e poi l’ha cancellata poche ore dopo.»
Il ricordo di Domenico che mi porgeva quelle vitamine tornò con una precisione terribile.
«Che prescrizione?»
Elena stava per rispondere quando il telefono di Natalia vibrò.
Lei guardò lo schermo e impallidì.
«È Domenico.»
«Non rispondere», disse Federico.
Ma non era una chiamata.
Era un messaggio.
Natalia me lo mostrò.
**Non dire loro niente della notte prima del parto. Se scoprono cosa hai portato ad Aurora, siamo finiti entrambi.**
Sollevai lentamente gli occhi verso di lei.
Natalia indietreggiò.
«Aurora…»
«Cosa mi hai portato?»
Le lacrime tornarono sul suo viso.
«Io non sapevo cosa fosse.»
«Cosa. Mi. Hai. Portato?»
Natalia chiuse gli occhi.
«Una scatola di vitamine. Domenico disse che erano quelle che prendevi sempre.»
Il monitor di Lorenzo continuava a scandire il suo ritmo regolare mentre dentro di me qualcosa crollava.
Natalia riaprì gli occhi.
«Ma non te le consegnai io.»
La fissai.
«Allora chi?»
«Le lasciai alla reception del tuo palazzo.»
Fece una pausa.
«E la persona che firmò per ritirarle non era Domenico.»
Federico prese immediatamente il telefono.
«Chi era?»
Natalia ingrandì una vecchia fotografia della ricevuta di consegna.
Sotto la firma compariva un nome.
Arturo lo vide prima di me.
Il volto di mio nonno diventò bianco.
«Impossibile.»
Gli strappai quasi il telefono dalle mani.
Lessi quel nome una volta.
Poi una seconda.
Era una persona che conoscevo da quando ero bambina.
Una persona alla quale mio nonno avrebbe affidato la propria vita.
**Vittorio Valenti.**
Il fratello minore di Arturo.







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