Divertimento

Mio Marito Mi Lasciò Con I Nostri Gemelli Prematuri E Svuotò I Conti, Ma Non Sapeva Chi Fosse Davvero Mio Nonno

Continuai a fissare il nome sulla ricevuta finché le lettere cominciarono quasi a confondersi.

Vittorio Valenti.

Mio prozio Vittorio non era semplicemente il fratello minore di Arturo. Era l’uomo che, dopo la morte dei miei genitori, veniva a prendermi a scuola quando mio nonno era bloccato in consiglio d’amministrazione. Quello che mi aveva insegnato a guidare nella vecchia tenuta di famiglia. Quello che, al mio matrimonio con Domenico, mi aveva baciata sulla fronte dicendomi che mia madre sarebbe stata orgogliosa di me.

«Non può essere lui», dissi.

Arturo non rispose.

Fu quel silenzio a spaventarmi più del nome.

Mi voltai verso di lui. «Nonno.»

Il suo sguardo rimase sulla fotografia.

«Dimmi che è impossibile.»

«Vorrei poterlo fare.»


Federico prese delicatamente il telefono dalle mie mani. «Una firma su una ricevuta non dimostra che Vittorio sapesse cosa contenesse il pacco. Potrebbe averlo ritirato per caso.»

«Vittorio non veniva mai nel mio appartamento senza avvisarmi.»

Arturo chiuse gli occhi per un istante.

«Tre giorni prima del tuo ricovero», disse, «mi disse che sarebbe andato a trovarti.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Perché non me l’hai mai detto?»

«Perché pensavo che lo avesse fatto.»

Natalia ci guardava senza comprendere pienamente la storia che stava emergendo. Federico, invece, aveva già iniziato a fotografare la ricevuta e a inoltrarla alla squadra legale.

«Dobbiamo rintracciarlo.»

Arturo estrasse il telefono e chiamò suo fratello.


Uno squillo.

Due.

Cinque.

Nessuna risposta.

Provò di nuovo.

Segreteria telefonica.

Fu allora che la dottoressa Moretti parlò.

«Signor Valenti, c’è un’altra cosa.»

Ci voltammo tutti verso di lei.

«Il codice di autorizzazione sulla richiesta di fornitura fotografata da Natalia non appartiene soltanto all’ufficio acquisti centrale. È collegato a un’autorizzazione dirigenziale.»


«Di chi?» domandò Federico.

Elena abbassò lo sguardo sul tablet.

«Vittorio Valenti.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.

Arturo si appoggiò più pesantemente al bastone.

«Da quanto tempo?»

«La richiesta risale a cinque settimane prima del parto.»

Federico prese il tablet. «E l’importo?»

«Due milioni e quattrocentomila euro.»

Natalia inspirò bruscamente.


«È la cifra.»

La guardai.

«Quale cifra?»

«Domenico parlava sempre di due milioni e quattro. Diceva che quella commessa avrebbe cambiato tutto.»

Federico sfogliò rapidamente i dati. «Ma il reparto neonatale non aveva bisogno di una sostituzione urgente delle apparecchiature.»

Elena scosse la testa. «Infatti la richiesta fu respinta dalla direzione clinica.»

«E allora perché Rinaldi Medical Supplies ha ricevuto denaro?»

«Non lo ha ricevuto per quella commessa.»

Elena aprì un altro documento.

«Ha ricevuto tre anticipi per consulenze e forniture destinate ad altre strutture del gruppo. In totale, seicentottantamila euro.»


Arturo sollevò lentamente il capo.

«Autorizzati da Vittorio?»

«Tutti.»

Il silenzio divenne pesante.

Finalmente cominciavo a vedere una forma dietro il caos. Domenico non aveva semplicemente tradito sua moglie. Aveva costruito un rapporto commerciale segreto con un membro della mia famiglia. Aveva consultato illegalmente la mia cartella clinica. Qualcuno aveva previsto il ricovero dei gemelli prima che avvenisse.

Ma mancava ancora il motivo.

«Perché?» domandai. «Perché Vittorio dovrebbe aiutare Domenico?»

Arturo mi guardò.

Questa volta vidi qualcosa che non avevo mai visto negli occhi di mio nonno.

Vergogna.


«C’è una cosa che avrei dovuto raccontarti molti anni fa.»

Federico si irrigidì.

«Arturo, forse non è il momento.»

«È esattamente il momento.»

Mio nonno si sedette accanto a me.

«Quando tua madre morì, lasciò quasi tutte le sue quote del gruppo a te.»

Lo sapevo.

«Il trentuno per cento.»

Arturo annuì.

«Con una clausola.»


Quello non lo sapevo.

«Quale clausola?»

«Fino al tuo trentacinquesimo compleanno, o fino alla nascita del tuo primo figlio, quelle quote sarebbero rimaste amministrate da un trust.»

Guardai le incubatrici.

Lorenzo mosse appena una mano.

«I bambini sono nati.»

«Sì.»

La voce di Arturo era diventata quasi un sussurro.

«Quindi il trust è terminato.»

Federico completò la frase.


«E Aurora è diventata proprietaria diretta del trentuno per cento del Gruppo Sant’Aurelia.»

Natalia impallidì.

Io, invece, pensai immediatamente a Domenico.

Non sapeva della mia ricchezza.

O almeno così avevo creduto.

«Chi amministrava il trust?»

Non avevo bisogno della risposta.

Arturo me la diede comunque.

«Io e Vittorio.»

Una pressione dolorosa mi attraversò il petto.


«Quindi con la nascita dei bambini Vittorio ha perso il controllo delle mie quote.»

«Esatto.»

«Quanto valgono?»

Federico esitò.

Arturo rispose.

«Oggi? Circa un miliardo e trecento milioni.»

Natalia si lasciò cadere sulla sedia.

Io quasi non sentii la cifra.

Pensavo soltanto alla tempistica.

Alla richiesta di apparecchiature.


Alla cartella clinica.

Alle vitamine.

«Se fossi morta durante il parto, cosa sarebbe successo alle quote?»

Arturo impallidì.

Federico intervenne immediatamente.

«Aurora, non arriviamo a conclusioni.»

«Rispondimi.»

Nessuno parlò.

«Federico.»

Lui espirò.

«Dipende dal testamento.»

«Il mio testamento lascia tutto ai miei figli.»

«Sì.»

«E se anche loro non fossero sopravvissuti?»

Questa volta fu Arturo a chiudere gli occhi.

Compresi la risposta prima che la pronunciasse.

«La tua quota sarebbe rientrata nel trust familiare.»

«Controllato da voi due.»

«Sì.»

Mi sentii improvvisamente nauseata.

La dottoressa Moretti si avvicinò. «Aurora, devi riposare.»

Scossi la testa.

«Voglio sapere cosa mi è stato dato.»

Elena esitò. «Abbiamo recuperato la prescrizione cancellata. Non era un farmaco per provocare un parto. Era un anticoagulante.»

Federico aggrottò la fronte.

«Per una donna incinta senza indicazione clinica?»

«A un dosaggio elevato.»

Portai istintivamente una mano all’addome.

Ricordavo il sangue.

Le urla.

Le luci della sala operatoria.

Ricordavo un medico che diceva che non riuscivano a controllare l’emorragia.

«È per questo che ho quasi rischiato di morire?»

«Non possiamo dirlo senza analisi», rispose Elena. «Ma potrebbe aver aggravato enormemente la situazione.»

Natalia cominciò a scuotere la testa.

«Io non sapevo niente. Giuro.»

La guardai.

«Domenico ti ha mai parlato di Vittorio?»

«Mai con quel nome.»

Mi immobilizzai.

«Che significa?»

«C’era un uomo che chiamava “il professore”.»

Arturo e Federico si scambiarono uno sguardo.

«Hai mai visto quest’uomo?» domandò Federico.

«Una volta.»

Natalia prese nuovamente il telefono e cercò tra le fotografie.

«Domenico mi aveva portata a cena. Si allontanò dicendo che doveva parlare con un investitore. Io scattai una foto perché ero arrabbiata.»

Ci mostrò l’immagine.

Domenico era seduto in fondo a un ristorante con un uomo di spalle.

Non si vedeva il volto.

Ma Arturo riconobbe immediatamente il bastone appoggiato alla sedia.

«È di Vittorio.»

Federico ingrandì l'immagine.

Poi si fermò.

«Aspettate.»

Sul tavolo, accanto alla mano di Domenico, c’era una cartellina aperta.

Da essa sporgeva una fotografia.

La mia fotografia.

Scattata il giorno del matrimonio.

Arturo prese il telefono.

«Voglio Vittorio trovato immediatamente.»

Ma proprio in quel momento il mio cellulare squillò.

Numero sconosciuto.

Federico mi fece cenno di non rispondere.

Io risposi.

«Pronto?»

Per qualche secondo sentii soltanto un respiro.

Poi una voce familiare.

«Aurora.»

Mi si gelò il sangue.

Vittorio.

«Dove sei?»

«Non credere a quello che stanno dicendo.»

«Allora vieni qui e spiegamelo.»

Silenzio.

«Non posso.»

«Perché?»

La sua voce si abbassò.

«Perché Arturo non ti ha raccontato tutto.»

Guardai mio nonno.

Vittorio continuò.

«Domenico è colpevole di molte cose. Ma non è stato lui a modificare la tua terapia.»

«Chi è stato?»

Dall'altra parte sentii un rumore, come una porta che si chiudeva.

Poi Vittorio pronunciò lentamente le parole.

«Chiedi a tuo nonno perché la notte del tuo ricovero era già in ospedale quarantacinque minuti prima che arrivasse l'ambulanza.»

La chiamata si interruppe.

Abbassai il telefono.

Arturo era diventato pallido.

E per la prima volta da quando era entrato nella terapia intensiva neonatale, mio nonno non riuscì a sostenere il mio sguardo.

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