Federico non si mosse.
Per la prima volta da quando mio nonno era entrato nel reparto, l’uomo che aveva sempre avuto una risposta pronta sembrava incapace persino di trovare le parole. Il monitor continuava a mostrare il suo nome accanto all’accesso effettuato diciassette minuti prima, mentre dietro il vetro il neonatologo lavorava ancora su Lorenzo.
«Serra era il cognome dell’uomo che tentò di uccidere Isabella», ripeté Vittorio.
Federico si voltò lentamente verso di lui. «Come si chiamava?»
Vittorio lo fissò.
«Alberto Serra.»
Federico chiuse gli occhi.
Non serviva chiedere.
«Mio padre», disse.
Arturo fece un passo avanti. «Federico, tu mi avevi detto che tuo padre era morto quando eri ragazzo.»
«È vero.»
«Non mi avevi mai detto che aveva lavorato per noi.»
«Perché non lo sapevo.»
Vittorio rise amaramente. «Tuo padre era consulente finanziario del gruppo. Fu lui a creare le prime società fantasma.»
Federico scosse la testa. «Avevo quattordici anni quando morì. Mia madre mi disse che lavorava nel settore bancario.»
«Basta.»
La mia voce interruppe tutti.
Indicai l’incubatrice di Lorenzo.
«Qualcuno è entrato qui usando il badge di Federico e ha toccato la terapia di mio figlio. Prima scopriamo chi. Poi sistemeremo i peccati delle nostre famiglie.»
Elena annuì e controllò il sistema.
«Il badge fisico di Federico è stato utilizzato. Non una copia digitale.»
Federico infilò immediatamente una mano nella giacca.
Il portabadge era vuoto.
«Era qui.»
«Quando l’hai visto l’ultima volta?» domandò Elena.
«Quando siamo entrati nella sala video.»
Natalia alzò improvvisamente la testa.
«Domenico.»
La guardai.
«Cosa?»
«Quando la sicurezza lo stava portando via, ha urtato Federico.»
Federico ricordò. «Mi afferrò la giacca.»
Elena ordinò di recuperare le telecamere del corridoio. Pochi minuti dopo avevamo la conferma: Domenico aveva sfilato il badge mentre fingeva di perdere l’equilibrio.
Ma Domenico era stato accompagnato fuori.
«Quindi lo ha passato a qualcuno», dissi.
La telecamera successiva mostrò Domenico vicino all’ascensore. Per appena un secondo la sua mano toccava quella di un uomo vestito da addetto alle pulizie.
L’uomo abbassò il viso.
Federico ingrandì.
Enrico Sala.
«Era ancora nell’ospedale», disse Arturo.
Elena chiamò immediatamente la sicurezza.
In quel momento il neonatologo uscì.
Mi precipitai verso di lui.
«Lorenzo?»
«È stabile.»
Le gambe quasi mi cedettero.
«La sostanza nella sacca?»
«Stiamo analizzandola. Ma l’abbiamo fermata rapidamente.»
Appoggiai una mano al vetro.
Lorenzo era ancora lì.
Ancora con me.
La paura si trasformò in qualcosa di diverso.
Rabbia.
Non quella rabbia cieca che fa urlare.
Quella fredda che costringe a pensare.
«Chiudete l’ospedale.»
Arturo mi guardò.
«Aurora—»
«Nessuno entra. Nessuno esce finché non troviamo Enrico.»
Questa volta mio nonno non mi trattò come una nipote da proteggere.
Si voltò verso il responsabile della sicurezza.
«Fallo.»
Le porte esterne furono bloccate e ogni dipendente presente venne identificato.
Federico rimase volontariamente nella sala.
«Puoi farmi controllare il telefono, il computer, qualsiasi cosa.»
Lo guardai.
«Lo farò.»
Annuì.
Vittorio, invece, sembrava sempre più nervoso.
«Aurora, Enrico non è il vertice.»
«Lo so.»
«No. Non capisci.»
Mi voltai.
«Allora fammi capire.»
Vittorio guardò Arturo.
«Alberto Serra scoprì qualcosa vent’anni fa. Qualcosa che trasformò le frodi finanziarie in una questione molto più grande.»
«Che cosa?»
«Il gruppo Sant’Aurelia non era soltanto un ospedale per alcune persone. Era un modo per spostare denaro attraverso fondazioni, società farmaceutiche e trust.»
Arturo serrò la mascella. «Io non ne sapevo niente.»
«Isabella sì.»
Sentire il nome di mia madre mi fece male.
«Per questo tentarono di ucciderla?»
Vittorio annuì.
«E tu la nascondesti.»
«Quando la trovai dopo l’incidente era viva, ma non ricordava quasi nulla. Mi resi conto che chi l’aveva colpita avrebbe cercato di nuovo di finire il lavoro. Feci credere che fosse morta.»
«Anche a suo padre.»
Arturo sembrava devastato.
«Soprattutto a lui.»
«Perché?»
Vittorio esitò.
«Perché non sapevo di chi fidarmi.»
Un agente della sicurezza entrò.
«Abbiamo trovato Enrico Sala.»
Il cuore mi balzò nel petto.
«Dove?»
«Nel seminterrato tecnico.»
Scendemmo soltanto Federico, due uomini della sicurezza e io. Arturo protestò, ma non riuscì a fermarmi.
Enrico era seduto sul pavimento di un piccolo locale elettrico. Non tentò di fuggire.
Sembrava esausto.
Quando mi vide, sorrise tristemente.
«Assomigli moltissimo a Isabella.»
«Hai cercato di fare del male a mio figlio.»
«No.»
«La telecamera ti mostra.»
«Mi mostra entrare nel reparto.»
«Con il badge rubato.»
«Sì.»
Mi avvicinai.
«Perché?»
Enrico estrasse lentamente qualcosa dalla tasca. Gli uomini della sicurezza reagirono, ma lui lasciò cadere a terra una piccola chiavetta USB.
«Per sostituire la sacca prima che fosse troppo tardi.»
Federico la raccolse.
«Stai dicendo che qualcun altro l’aveva già manomessa?»
«Sì.»
«Chi?»
Enrico mi guardò.
«La stessa persona che modificò la tua terapia.»
Sentii un brivido.
«Domenico?»
«Domenico credeva di partecipare a una frode assicurativa e commerciale. È avido, stupido e crudele, ma non sapeva che qualcuno volesse davvero mettere in pericolo te o i bambini.»
«Vittorio?»
«Vittorio cercava di proteggere Isabella.»
«Federico?»
Enrico quasi sorrise.
«Federico non sapeva nemmeno chi fosse davvero suo padre.»
«Allora chi?»
Enrico indicò la chiavetta.
«Lì dentro c’è tutto.»
Federico collegò il dispositivo a un computer isolato.
Comparvero decine di file.
Bonifici.
Registrazioni.
Messaggi.
E una cartella chiamata ISABELLA.
Aprii il primo video.
Mia madre apparve sullo schermo.
Era stato registrato soltanto tre settimane prima.
«Aurora», disse guardando direttamente la telecamera, «se stai vedendo questo, significa che non sono riuscita ad arrivare da te in tempo.»
Mi portai una mano alla bocca.
«Non so quanto Vittorio ti abbia raccontato. Ma devi sapere una cosa: l’uomo che organizzò il mio incidente non era Alberto Serra. Alberto lavorava per lui. Enrico lavorava per lui. E anni dopo, senza saperlo, anche tuo marito ha cominciato a lavorare per lui.»
Federico trattenne il respiro.
Mia madre continuò.
«Ho impiegato anni a ricordare il suo nome. Quando finalmente l’ho fatto, ho capito perché non potevo tornare.»
Il video tremò leggermente.
«Aurora, se vuoi proteggere Lorenzo e Chiara, non fidarti di nessuno che abbia accesso al trust Valenti.»
Mi voltai verso Federico.
«Chi ha accesso?»
Lui digitò rapidamente.
Arturo.
Vittorio.
Io.
E un quarto amministratore indipendente nominato vent’anni prima.
Il nome comparve sullo schermo.
**Cesare Montanari.**
Arturo impallidì.
«Cesare è morto nove anni fa.»
Enrico scosse lentamente la testa.
«No.»
In quel momento il telefono interno squillò.
Federico rispose.
Il suo volto cambiò.
«Aurora.»
«Cosa?»
«Un uomo è appena arrivato all’ingresso principale.»
«Chi?»
Federico abbassò lentamente il telefono.
«Dice di chiamarsi Cesare Montanari.»
Enrico chiuse gli occhi.
«Allora siamo troppo tardi.»
«Per cosa?»
Mi guardò.
«Perché Cesare non è venuto qui per uccidere te.»
Il sangue mi si gelò.
«È venuto per Arturo.»
E nello stesso istante, da qualche piano sopra di noi, risuonò l'allarme d'emergenza dell'ala privata dove avevo lasciato mio nonno.







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