Guardai Arturo senza riuscire a parlare. La voce di Vittorio continuava a risuonarmi nella testa: quarantacinque minuti prima che arrivasse l’ambulanza. Mio nonno era già in ospedale. Non avrebbe dovuto sapere che qualcosa stava per accadermi.
«È vero?» domandai infine.
Arturo abbassò lentamente lo sguardo.
Federico intervenne. «Aurora, qualunque cosa sia successa quella notte, dobbiamo evitare conclusioni—»
«Non sto parlando con te.» Non alzai la voce. Non ne avevo bisogno. «Sto parlando con mio nonno.»
Arturo si sedette di fronte a me. Sembrava improvvisamente più vecchio.
«Sì. Ero qui.»
Sentii Natalia trattenere il respiro.
«Perché?»
«Perché avevo ricevuto una telefonata.»
«Da chi?»
«Non lo so.»
Risi, ma fu un suono amaro. «Tu possiedi una rete ospedaliera, hai uomini che controllano persino chi entra nel tuo garage e vuoi farmi credere che sei corso qui nel cuore della notte per una telefonata anonima?»
Arturo incassò le parole senza reagire.
«La persona sapeva della tua gravidanza. Disse che eri in pericolo e che avrei dovuto preparare un’équipe d’emergenza.»
La rabbia cedette il posto alla paura.
«Cosa disse esattamente?»
Mio nonno esitò.
«Disse: “Se vuole salvare Aurora e i gemelli, faccia preparare una sala operatoria entro un’ora.”»
Guardai Federico. «E nessuno ha pensato di raccontarmelo?»
«Eri quasi morta», rispose Arturo. «Poi i bambini sono finiti qui. Volevo capire chi avesse chiamato prima di spaventarti.»
«E hai scoperto qualcosa?»
«Il numero era irrintracciabile.»
La dottoressa Moretti si avvicinò. «C’è un modo per verificare almeno la cronologia. I registri del pronto soccorso, della sala operatoria e delle telecamere vengono conservati.»
Federico annuì. «Fatelo.»
Arturo rimase in silenzio.
Lo conoscevo abbastanza da capire quando mi nascondeva ancora qualcosa.
«Non è tutto.»
Il suo sguardo tornò su di me.
«Aurora…»
«Non è tutto, vero?»
Finalmente infilò una mano nel cappotto e ne estrasse una piccola busta.
«La telefonata non fu l’unico avvertimento.»
Dentro c’era un foglio piegato.
Federico lo aprì indossando un paio di guanti presi dal reparto.
Tre righe stampate.
**CONTROLLATE COSA PRENDE AURORA.
NON FIDATEVI DELLA CARTELLA CLINICA.
QUALCUNO VUOLE CHE SEMBRI UNA COMPLICAZIONE NATURALE.**
La stanza sembrò restringersi intorno a me.
«Quando l’hai ricevuto?»
«La mattina successiva al tuo ricovero.»
«E ancora non mi hai detto niente.»
«Stavi combattendo per sopravvivere.»
«Adesso sto combattendo per capire di chi posso fidarmi.»
Quelle parole lo ferirono. Lo vidi.
Ma non potevo proteggerlo.
Non più.
Elena ricevette una notifica sul tablet. «Abbiamo recuperato parte dei filmati della notte del ricovero.»
Ci spostammo in una piccola sala riservata accanto alla terapia intensiva, lasciando un’infermiera con Lorenzo e Chiara. Sul monitor apparve l’ingresso principale dell’ospedale.
01:47.
Arturo entrava accompagnato dal suo autista.
02:32.
L’ambulanza che mi trasportava arrivava al pronto soccorso.
Vittorio aveva detto la verità.
Ma Elena fece avanzare il video.
«Guardate questo.»
02:11.
Ventuno minuti prima del mio arrivo, un uomo attraversò un ingresso laterale riservato al personale. Cappuccio, mascherina, testa abbassata.
Passò un badge sul lettore.
La porta si aprì.
«Possiamo identificare il badge?» chiese Federico.
Elena digitò qualcosa.
Il nome apparve.
**Dott. Riccardo Bellini.**
Il medico le cui credenziali erano state utilizzate per accedere alla mia cartella.
«Ma Bellini non lavorava più qui», dissi.
«Esatto.»
Elena cambiò telecamera.
L’uomo attraversò un corridoio e raggiunse un ascensore di servizio.
Poi accadde qualcosa che fece irrigidire Arturo.
Prima che le porte si chiudessero, l’uomo abbassò la mascherina per qualche secondo.
Non era Domenico.
Non era Vittorio.
Non era nemmeno Bellini.
Arturo si avvicinò allo schermo.
«Conosco quell’uomo.»
«Chi è?» domandai.
«Enrico Sala. Era il responsabile finanziario del gruppo.»
Federico lo guardò incredulo. «Era?»
«Lo licenziai quattro anni fa per appropriazione indebita.»
«Perché non fu denunciato?»
Arturo strinse le labbra.
«Vittorio mi convinse a evitare lo scandalo. Enrico restituì il denaro e firmò un accordo.»
La rete si stava allargando.
Vittorio.
Domenico.
Enrico.
«Dove andò dopo essere stato licenziato?» chiesi.
Federico aveva già iniziato a cercare sul telefono.
Poi si fermò.
«Interessante.»
Girò lo schermo verso di noi.
Enrico Sala risultava amministratore di una piccola società di consulenza chiamata Mediora Consulting.
Elena controllò i pagamenti.
«Mediora ha ricevuto centoventimila euro da Rinaldi Medical Supplies negli ultimi sei mesi.»
Natalia impallidì. «Ho visto quel nome.»
Tutti la guardarono.
«Dove?»
«Sul computer di Domenico. C’erano bonifici mensili.»
Federico fece qualche domanda, poi uscì per chiamare gli investigatori.
Io tornai dai bambini.
Avevo bisogno di guardarli per ricordare perché stavo facendo tutto questo.
Appoggiai una mano sul vetro dell’incubatrice di Lorenzo.
«Mamma è qui», sussurrai.
Arturo rimase qualche passo dietro di me.
«Aurora, c’è un’altra cosa che devi sapere.»
Chiusi gli occhi.
«Dimmi tutto adesso.»
«La telefonata anonima salvò probabilmente la tua vita. Quando arrivasti, l’équipe era già pronta. Senza quell’avvertimento avremmo perso minuti fondamentali.»
Mi voltai.
«Quindi chiunque abbia chiamato sapeva cosa stava per succedere.»
«Sì.»
«Potrebbe essere qualcuno coinvolto che si è pentito.»
Arturo annuì.
Il telefono di Federico squillò nella stanza accanto. Pochi secondi dopo tornò di corsa.
«Abbiamo un problema.»
«Quale?»
«Gli investigatori sono andati all’indirizzo registrato di Enrico Sala.»
«E?»
«L’appartamento è vuoto. Sembra che se ne sia andato in fretta.»
Mi sentii gelare.
«Quando?»
«Probabilmente stamattina.»
Arturo imprecò sottovoce.
Federico continuò.
«Ma hanno trovato qualcosa.»
Estrasse dal telefono una fotografia inviata dagli investigatori.
Era una parete dello studio di Enrico.
Coperta di documenti.
Fotografie.
Diagrammi.
Nomi collegati da linee.
Al centro c’ero io.
Accanto alla mia fotografia c’erano Domenico, Vittorio e Arturo.
Ma sotto la foto di mio nonno non c’era scritto “Arturo Valenti”.
C’era una sola parola.
**BERSAGLIO.**
Sotto la mia, invece:
**ERede.**
E sotto quella di Domenico:
**PEDINA.**
Federico ingrandì la parte inferiore della parete.
Una quarta fotografia era stata strappata via, lasciando soltanto gli angoli fissati con del nastro.
Sotto lo spazio vuoto qualcuno aveva scritto:
**AUTORE.**
«Quindi Domenico non comandava nulla», mormorai.
«Sembrerebbe di no», disse Federico.
Natalia si coprì la bocca.
Arturo guardò la parete fotografata con un’espressione cupa.
Poi Elena ricevette un’altra notifica.
«Aspettate.»
Aveva recuperato l’ultima telecamera.
Quella del parcheggio sotterraneo.
Sul monitor apparve Enrico Sala mentre usciva dall’ospedale alle 03:06, poco dopo il mio ingresso in sala operatoria.
Raggiunse un’auto nera.
Qualcuno lo aspettava sul sedile posteriore.
Enrico aprì la portiera e si chinò per parlare con quella persona.
Per un istante la luce del parcheggio illuminò il volto all’interno.
Mi alzai così velocemente che la sedia cadde dietro di me.
Conoscevo quel volto.
Lo avevo visto nelle fotografie conservate da mio nonno, nelle cornici della vecchia casa di famiglia, nei miei sogni da quando avevo vent’anni.
«No.»
Arturo afferrò il bastone con entrambe le mani.
«Non può essere.»
Federico guardò prima lo schermo, poi me.
Io non riuscivo più a respirare.
Perché la donna seduta nell’auto aveva gli stessi occhi che vedevo ogni mattina nello specchio.
Gli occhi di mia madre.
La donna che tutta la famiglia mi aveva detto essere morta quindici anni prima.







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