Divertimento

Mio Marito Mi Mandò In Terapia Intensiva, Ma La Telefonata Ai Miei Genitori Cambiò Tutto

Per alcuni secondi non riuscii a capire quello che stavo guardando.

Il modulo tremava tra le mie dita.

Autorizzazione alle dimissioni.

Il mio nome.

Il numero della mia cartella clinica.

L’ora.

E in fondo, accanto alla voce “persona autorizzata”, c’era una firma che conoscevo fin troppo bene.

Mara Conti.

Alzai gli occhi lentamente.

«Dimmi che non è quello che sembra.»


Mara non si mosse.

Dietro di lei, Elena fece un passo verso il letto, come se avesse percepito il cambiamento nell’aria prima ancora di capire cosa stesse succedendo.

«Viviana, ascoltami.»

«No.»

La mia voce uscì più forte di quanto il mio corpo potesse permettersi.

Una fitta mi attraversò il torace.

Strinsi i denti.

«Tu hai firmato questo.»

Mara guardò il documento.

Poi me.


«Sì.»

Quella sola parola mi fece più male delle costole rotte.

Mara era stata il mio avvocato per quasi otto anni.

Aveva registrato la società.

Aveva redatto l’accordo che proteggeva il mio trentotto per cento.

Era stata la persona che mi aveva ripetuto decine di volte che, se mai mi fossi sentita in pericolo, avrei dovuto chiamarla prima di chiunque altro.

Ed era esattamente quello che avevo fatto.

«Perché?»

Mara inspirò lentamente.

«Perché ieri sera qualcuno ha chiamato il mio studio usando il tuo numero.»


Sentii Elena irrigidirsi.

«Cosa significa?»

«Significa che alle ventidue e diciassette ho ricevuto una telefonata da un numero che risultava essere il tuo. Una donna mi ha detto che avevi avuto una crisi, che avevi bevuto, che eri caduta dalle scale e che Giuliano ti aveva portata in ospedale.»

La fissai.

«Io non ti ho chiamata.»

«Lo so adesso.»

Mara indicò il modulo.

«Durante quella telefonata mi è stato detto che volevi essere dimessa non appena possibile e che mi autorizzavi a firmare per evitare che Giuliano venisse coinvolto in uno scandalo.»

Il sangue mi si gelò.

«E tu l’hai fatto?»


Per la prima volta da quando la conoscevo, vidi vergogna sul volto di Mara.

«Ho firmato un’autorizzazione preliminare digitale. Non un ordine definitivo. Quando ho capito che qualcosa non tornava, sono venuta qui.»

Elena prese il documento dalle mie mani e lo esaminò.

«Questo non è un modulo preliminare.»

Mara si voltò verso di lei.

«Come?»

«È stato inserito nel sistema come autorizzazione valida.»

Il silenzio che seguì fu pesante.

Mara afferrò immediatamente il telefono.

«Chi può averlo modificato?»


Elena scosse la testa.

«Non lo so. Ma qualcuno ha usato le sue credenziali oppure ha allegato la sua firma a un documento diverso.»

Mara smise di digitare.

La guardai.

«Quindi qualcuno voleva portarmi fuori dall’ospedale prima che potessi parlare.»

Nessuno rispose.

Non ce n’era bisogno.

Guardai di nuovo la porta.

Giuliano non aveva protestato perché amava sua moglie.

Aveva protestato perché doveva raggiungermi.


E se fossi uscita dall’ospedale priva di protezione, stordita dai farmaci e convinta che i miei genitori non mi volessero...

Sarei tornata esattamente nelle mani di chi mi aveva quasi uccisa.

Mara si avvicinò.

«Viviana, da questo momento non firmare nulla. Non parlare con nessuno senza di me.»

La guardai senza espressione.

«Nemmeno con te.»

Quelle parole la colpirono.

Lo vidi.

Ma non protestò.

«È giusto.»


Elena uscì per chiamare il responsabile del reparto e chiedere che ogni accesso alla mia cartella clinica venisse registrato e bloccato.

Io rimasi sola con Mara.

«Hai mai parlato con Giuliano dei miei documenti societari?»

«No.»

«Con i miei genitori?»

«No.»

«Hai mai detto a qualcuno che l’accordo societario mi permetteva di sospenderlo in caso di frode?»

Mara esitò.

Solo per un istante.

Ma lo vidi.


«A chi?»

«A tuo padre.»

Mi mancò il respiro.

«Quando?»

«Quattro mesi fa.»

Chiusi gli occhi.

Quattro mesi.

Prima del mutuo.

Prima che i miei genitori cominciassero a insistere perché facessi da garante.

Prima che Giuliano iniziasse a comportarsi in modo stranamente gentile per alcune settimane.


«Perché mio padre ti avrebbe chiesto una cosa simile?»

Mara abbassò lo sguardo.

«Non me lo chiese direttamente. Venne nel mio studio dicendo che stava valutando di investire nell’azienda. Voleva sapere cosa sarebbe successo alle quote se uno dei soci avesse avuto problemi personali o psicologici.»

Aprii gli occhi.

La frase di mia madre tornò nella mia mente.

Potremo dichiarare che è mentalmente instabile.

Non stavano improvvisando.

Quella storia era iniziata mesi prima.

Forse molto prima.

Il telefono di Mara vibrò.


Sul suo schermo comparve un messaggio.

Lo lesse.

Il colore le abbandonò il viso.

«Che cosa c’è?»

Non rispose subito.

Poi mi mostrò lo schermo.

Era una notifica automatica proveniente dal registro interno della società.

Alle 09:43 di quella mattina, qualcuno aveva tentato di convocare una riunione straordinaria dei soci.

Oggetto:

INCAPACITÀ TEMPORANEA DI VIVIANA FERRI.

Sentii un ronzio nelle orecchie.

«Giuliano è stato portato via pochi minuti fa.»

«Lo so.»

«Quindi non può essere lui.»

Mara scorse la comunicazione.

Poi si fermò.

«La convocazione è stata inviata dal profilo amministrativo di tuo padre.»

Rimasi immobile.

Mio padre non aveva mai avuto un ruolo ufficiale nella società.

Almeno così credevo.

«Come ha ottenuto un profilo amministrativo?»

Mara non rispose.

Aprì il portatile.

Entrò nel registro storico degli accessi.

Comparvero decine di righe.

Date.

Orari.

Autorizzazioni.

Poi trovammo la prima.

Sei mesi prima.

Un account era stato creato per mio padre come “consulente esterno finanziario”.

Autorizzato da Giuliano.

Ma quella non era la parte peggiore.

La seconda autorizzazione portava il nome della persona che aveva certificato legalmente l’accesso.

Mara Conti.

Mara fissò lo schermo.

«Io non ho mai firmato questo.»

Questa volta le credetti.

Non perché mi fidassi ancora di lei.

Ma perché la sua paura era reale.

Qualcuno non stava soltanto usando me.

Stava usando anche lei.

Il telefono sul comodino iniziò a vibrare.

Numero sconosciuto.

Mara mi fece cenno di non rispondere.

Io lo feci comunque.

«Pronto?»

Per alcuni secondi sentii soltanto un respiro.

Poi una voce maschile.

Mio padre.

«Viviana.»

La sua voce non era più irritata.

Era calma.

Troppo calma.

«Devi smettere.»

Guardai Mara.

Lei attivò immediatamente la registrazione.

«Smettere cosa?»

«Di fare domande.»

La mia mano si strinse intorno al telefono.

«Papà, perché hai accesso alla mia azienda?»

Silenzio.

Poi lui disse qualcosa che cancellò ogni dubbio.

«Perché quella società non doveva mai diventare davvero tua.»

La chiamata si interruppe.

Rimasi a fissare lo schermo spento.

E capii che il denaro rubato da Giuliano non era il centro della storia.

Era soltanto il primo strato.

Continua — clicca sulla Parte 4 per leggere il seguito.

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