Il piano era semplice soltanto in apparenza.
Per farli continuare, dovevo convincerli che ero ancora la stessa Viviana che avevano imparato a controllare.
Spaventata.
Ferita.
Dipendente dagli altri.
Mara mi guardò come se stesse cercando un’ultima ragione per farmi cambiare idea.
«Se facciamo questo, dovrai accettare che vedano alcune informazioni.»
«Solo quelle che scegliamo noi.»
Davide era ancora collegato al telefono.
«Posso creare una copia controllata del sistema. Sembrerà che gli accessi funzionino normalmente, ma ogni operazione verrà registrata.»
«E loro non se ne accorgeranno?»
«Se non diventano sospettosi.»
Guardai il registro della mia cartella clinica.
«Mia madre pensa già che io non sappia nulla.»
«Allora lasciamoglielo credere», disse Mara.
Il primo passo fu revocare pubblicamente alcune delle decisioni che avevo preso quella mattina.
Non quelle vere.
Quelle visibili.
Mara preparò una comunicazione interna in cui dichiaravo che, a causa delle mie condizioni di salute, avrei sospeso temporaneamente qualsiasi intervento operativo.
Non rinunciavo alle mie quote.
Non nominavo fiduciari.
Non ammettevo incapacità.
Ma, letto velocemente, il messaggio sembrava quello di una donna troppo debole per combattere.
Lo inviammo.
Passarono sette minuti.
Poi il telefono cominciò a vibrare.
Mia madre.
Non risposi.
Subito dopo arrivò un messaggio.
Finalmente stai ragionando.
Lo fissai senza respirare.
Nessuna domanda su come stessi.
Nessuna parola sulle mie costole.
Nessuna preoccupazione per la commozione cerebrale.
Soltanto sollievo.
Perché pensava che fossi tornata al posto che aveva scelto per me.
Mara lesse il messaggio.
«Conserviamolo.»
«Conserva tutto.»
Quindici minuti dopo Davide ci avvertì che l’account di mio padre era tornato attivo.
Aveva aperto immediatamente la sezione relativa alle deleghe.
Poi quella delle votazioni societarie.
Poi il fascicolo sulla linea di credito.
«Sta controllando se può procedere», disse Davide.
«Lasciamolo procedere.»
«Viviana, se arriva troppo avanti...»
«Lo fermiamo prima della firma definitiva.»
Ci fu un altro accesso.
Questa volta da Ferri Holding.
Mia madre.
Aprì i dati finanziari.
Scaricò una proiezione di cassa.
Poi consultò il documento che indicava la scadenza della linea di credito.
Avevamo ragione.
Non stavano improvvisando.
Stavano semplicemente riprendendo il piano dal punto in cui la mia ribellione lo aveva interrotto.
Alle tredici e diciotto arrivò la prima vera conseguenza.
Il nostro cliente più importante sospese due nuovi incarichi.
Non perché sapesse tutto.
Perché aveva saputo abbastanza.
Le voci sulla sospensione di Giuliano e sui conti bloccati avevano cominciato a circolare.
Il direttore finanziario mi chiamò personalmente.
«Viviana, devo proteggere la nostra azienda.»
«Lo capisco.»
«Se non riceviamo chiarimenti entro quarantotto ore, potremmo rivedere l’intero contratto.»
Chiusi la chiamata con la gola stretta.
Quella società non era soltanto un’arma contro Giuliano.
Era il lavoro di quasi sessanta persone.
Persone che non sapevano nulla.
Persone con stipendi, mutui e famiglie.
Per la prima volta sentii tutto il peso della scelta che avevo fatto.
Mara se ne accorse.
«Puoi fermarti.»
Scossi la testa.
«No.»
«Non sarebbe una sconfitta.»
«Se mi fermo adesso, possono distruggere l’azienda comunque. Solo che decideranno loro come.»
Davide intervenne.
«Viviana ha ragione. Dobbiamo separarli dalla società prima che il danno diventi irreversibile.»
Quella frase mi diede una nuova priorità.
Non volevo vendetta.
Non più.
Volevo impedire che trascinassero con loro tutto ciò che avevo costruito.
Chiesi a Davide di preparare due bilanci.
Uno reale.
Uno identico a quello che Giuliano e mio padre si aspettavano di vedere.
Il secondo mostrava una crisi di liquidità molto più grave.
Abbastanza grave da rendere necessaria una ricapitalizzazione immediata.
«Se tua madre vede questo», disse Mara, «potrebbe anticipare il piano.»
«È quello che voglio.»
Alle quattordici e sei minuti Ferri Holding aprì il documento.
Alle quattordici e undici lo scaricò.
Alle quattordici e ventisette mio padre convocò una riunione straordinaria per il mattino seguente.
Oggetto:
MISURE URGENTI PER LA CONTINUITÀ AZIENDALE.
Mara mi mostrò la schermata.
«Ci siamo.»
La proposta allegata prevedeva l’ingresso immediato di nuovo capitale da Ferri Holding.
In cambio, la società di mia madre avrebbe ricevuto un ulteriore venticinque per cento.
Le mie quote sarebbero state diluite.
Il mio trentotto sarebbe sceso sotto il trenta.
Giuliano avrebbe conservato il controllo operativo.
E mio padre avrebbe votato al mio posto dichiarandomi temporaneamente incapace.
«Hanno già preparato tutto», sussurrai.
«Sì.»
Poi vidi la data del documento.
Non era stato creato quella mattina.
Era stato redatto tre settimane prima.
Tre settimane prima che Giuliano mi mandasse in terapia intensiva.
Sentii lo stomaco stringersi.
«Mara.»
Lei aveva già capito.
L’aggressione non aveva dato origine al piano.
Era arrivata nel momento esatto in cui il piano aveva bisogno che io fossi fuori gioco.
Non significava ancora che Giuliano mi avesse picchiata per quello.
Ma significava che qualcuno aveva previsto in anticipo la necessità della mia incapacità.
«Dobbiamo trovare quando hanno preparato anche la documentazione medica», disse Mara.
Elena, che stava sistemando la flebo, si voltò.
«Posso controllare se prima del ricovero qualcuno aveva già chiesto informazioni amministrative su di lei.»
La guardai.
«Puoi farlo?»
«Posso chiedere un audit interno.»
Mezz’ora dopo tornò con il responsabile della sicurezza informatica dell’ospedale.
L’uomo teneva alcune stampe.
«Signora Ferri, abbiamo trovato una richiesta insolita.»
Mara si alzò.
«Quando?»
«Cinque giorni fa.»
Cinque giorni prima che finissi in terapia intensiva.
Qualcuno aveva contattato l’ufficio amministrativo chiedendo quale documentazione fosse necessaria per autorizzare le dimissioni di una persona temporaneamente incapace di intendere e di volere.
Il richiedente aveva usato un indirizzo e-mail aziendale.
«Di chi?» chiesi.
L’uomo mi porse il foglio.
Non era Giuliano.
Non era mio padre.
Non era mia madre.
L’indirizzo apparteneva al fratello di Giuliano.
La stessa persona a cui era intestata una delle tre società di comodo.
Sentii il cuore battere più forte.
Fino a quel momento avevo pensato che fosse soltanto un prestanome.
Adesso sapevo che era coinvolto direttamente.
Mara guardò il documento.
«Questo collega la frode finanziaria al tentativo di controllare le dimissioni.»
«Non ancora», dissi.
«Collega una richiesta.»
«Hai ragione.»
Ma avevamo finalmente qualcosa che non era stato creato dopo l’aggressione.
Una traccia precedente.
Un errore.
Quella sera, poco dopo le diciannove, Davide ci chiamò di nuovo.
«Hanno abboccato.»
«Cosa stanno facendo?»
«Tuo padre ha caricato la documentazione per la riunione di domani.»
«E mia madre?»
«Ferri Holding ha già firmato la disponibilità a ricapitalizzare.»
Mara si avvicinò.
«Giuliano è ancora trattenuto per accertamenti.»
Davide rimase in silenzio.
Poi disse:
«Non serve Giuliano.»
Sentii un brivido.
«Spiegati.»
«Hanno caricato anche il voto del suo cinquantadue per cento.»
Mara sbiancò.
«Non può averlo firmato dal posto in cui si trova senza passare dal suo legale.»
«Infatti non lo ha fatto oggi.»
Davide aprì il file.
La delega di voto di Giuliano era stata firmata diciannove giorni prima.
Il destinatario della procura non era mio padre.
Non era sua madre.
Era suo fratello.
La stessa persona che aveva chiesto all’ospedale come far dimettere una paziente incapace.
Guardai la firma.
Poi la data.
Diciannove giorni prima Giuliano aveva già consegnato a suo fratello il potere di votare al suo posto.
Cinque giorni prima suo fratello aveva chiesto come controllare le mie dimissioni.
Tre settimane prima era stata preparata la ricapitalizzazione.
E adesso io ero in terapia intensiva.
Non avevo ancora la prova che avessero pianificato l’aggressione.
Ma per la prima volta avevo una cronologia.
Una che Giuliano non avrebbe potuto spiegare dicendo semplicemente che ero caduta dalle scale.
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