Alle nove del mattino successivo, la riunione straordinaria cominciò senza di me.
Almeno, questo era ciò che credevano.
Ero ancora in ospedale.
Il medico aveva escluso qualsiasi dimissione immediata, ma mi aveva trasferita dalla terapia intensiva a una stanza protetta.
Davanti a me c’erano il portatile di Mara, una copia dei registri recuperati da Davide e il telefono con la registrazione attiva.
Sul monitor vedevo la sala riunioni dell’azienda.
Mio padre sedeva alla mia solita destra.
Mia madre era accanto a lui.
Il fratello di Giuliano aveva davanti una cartellina contenente la procura firmata diciannove giorni prima.
Giuliano non era presente.
Ma il suo cinquantadue per cento sì.
Per sei anni quella sala era stata il posto in cui avevo risolto problemi che tutti gli altri consideravano impossibili.
Quella mattina stavano per usarla per cancellarmi.
Il fratello di Giuliano aprì la riunione.
«A causa delle condizioni di salute della signora Ferri, dobbiamo garantire la continuità della società.»
Davide, collegato da un altro terminale, mi inviò un messaggio.
STA REGISTRANDO TUTTO.
Mio padre prese la parola.
«Viviana non è attualmente in grado di occuparsi delle proprie responsabilità.»
La sua voce era ferma.
Professionale.
Come se la sera precedente non mi avesse ordinato di smettere di fare domande.
Mara si avvicinò allo schermo.
«Aspetta.»
«Cosa?»
«Voglio sentire come giustifica la delega.»
Mio padre sollevò un documento.
«In base alla clausola societaria già depositata, sono autorizzato a esercitare temporaneamente i diritti di voto di mia figlia.»
Davide salvò immediatamente una copia del file che avevano appena caricato.
La falsa clausola.
Usata apertamente.
Davanti a testimoni.
Mia madre intervenne.
«Nessuno vuole approfittare di Viviana. Stiamo cercando di proteggere ciò che lei stessa ha costruito.»
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
Quella frase avrebbe potuto ferirmi.
Una settimana prima, forse lo avrebbe fatto.
Adesso sentivo soltanto quanto fosse studiata.
Il fratello di Giuliano proiettò il falso bilancio che gli avevamo lasciato trovare.
«La società rischia una grave crisi di liquidità. Ferri Holding è disposta a intervenire immediatamente con nuovo capitale.»
Mia madre annuì.
«A condizione di ottenere una partecipazione adeguata al rischio.»
Comparve la proposta.
Venticinque per cento aggiuntivo.
Diluizione delle mie quote.
Controllo effettivo trasferito alla famiglia.
Era esattamente ciò che avevamo previsto.
Mara sussurrò:
«Adesso basta.»
Scossi la testa.
«Non ancora.»
Avevamo già i documenti.
Io volevo le loro parole.
Uno degli amministratori indipendenti presenti nella sala alzò la mano.
«La signora Ferri è stata consultata?»
Mio padre non esitò.
«Non è nelle condizioni di comprendere pienamente una decisione di questa complessità.»
Strinsi il bordo del letto.
«Continua.»
L’amministratore insistette.
«Esiste una certificazione medica?»
Per la prima volta ci fu silenzio.
Poi il fratello di Giuliano aprì un altro documento.
Mara si irrigidì.
«Che cos’è?»
Sul monitor apparve una dichiarazione secondo cui le mie condizioni neurologiche rendevano consigliabile evitare decisioni finanziarie e societarie.
Non diceva che fossi legalmente incapace.
Ma era stata impaginata per farlo sembrare.
In fondo compariva il riferimento alla mia cartella clinica.
Quella a cui Ferri Holding aveva avuto accesso sei volte.
«Hanno usato dati medici riservati», disse Mara.
Davide scrisse subito:
COPIA SALVATA.
L’amministratore lesse il documento.
«Questo non dichiara l’incapacità della signora Ferri.»
Mio padre perse per un istante la sua calma.
«È una formalità.»
Quelle tre parole furono il momento che aspettavo.
Premetti il pulsante per collegarmi alla riunione.
Il mio volto apparve sul grande schermo della sala.
Mia madre impallidì.
Mio padre smise di parlare.
Il fratello di Giuliano si alzò di scatto.
«Viviana.»
Lo guardai attraverso la telecamera.
«Buongiorno.»
Nessuno rispose.
«Papà, stavi dicendo che la mia capacità di decidere è una formalità.»
Lui si ricompose rapidamente.
«Dovresti riposare.»
«E tu non dovresti avere accesso amministrativo alla mia società.»
Mia madre si sporse in avanti.
«Tesoro, non capisci cosa sta succedendo.»
«In realtà, mamma, finalmente lo capisco.»
Mara inoltrò agli amministratori presenti il vero bilancio preparato da Davide.
Sul monitor della sala comparvero due versioni affiancate.
Quella mostrata da loro.
E quella reale.
Cominciarono i mormorii.
«La crisi di liquidità che vi hanno appena presentato non esiste», dissi. «Quel documento è stato lasciato intenzionalmente in un sistema controllato.»
Il fratello di Giuliano si voltò verso mio padre.
Fu un gesto minuscolo.
Ma disse tutto.
Avevano capito di essere stati osservati.
Mio padre chiuse il fascicolo.
«Questa riunione è terminata.»
«No.»
La mia voce attraversò gli altoparlanti.
«È appena diventata interessante.»
Davide inviò il registro delle attività.
La falsa clausola.
La procura di Giuliano.
Gli accessi di mio padre.
Gli accessi di Ferri Holding alla documentazione sanitaria.
La richiesta fatta dal fratello di Giuliano cinque giorni prima del mio ricovero.
Poi la cronologia della sera dell’aggressione.
Ore 21:52.
Ingresso nella mia abitazione con il codice di mio padre.
Ore 22:04.
Uscita.
Ore 22:09.
Accesso ai documenti relativi alle mie quote.
Ore 22:36.
Chiamata al 118.
Nella sala non si sentiva più nulla.
Guardai mio padre.
«Vuoi spiegare perché eri a casa mia quella sera?»
Lui rimase immobile.
Mia madre lo fissò.
Per la prima volta vidi paura tra loro.
Non solidarietà.
Paura.
«Non ero lì», disse infine.
«Il tuo codice sì.»
«Giuliano conosceva il codice.»
«Allora spiegalo agli investigatori.»
Il volto di mia madre cambiò.
«Viviana, non puoi distruggere la tua famiglia per una società.»
Quasi risi.
«Avete usato la mia famiglia per distruggere me.»
Lei aprì la bocca.
Poi commise l’errore che aspettavo.
«Se avessi semplicemente firmato quando te l’abbiamo chiesto, niente di questo sarebbe successo.»
Silenzio.
Mara mi guardò.
Davide smise perfino di digitare.
Mia madre si rese conto troppo tardi di ciò che aveva detto.
«Firmato cosa?» domandai.
«Non intendevo...»
«Cosa dovevo firmare, mamma?»
Mio padre si voltò verso di lei.
«Carla, basta.»
Ma era troppo tardi.
«La rinuncia», disse lei.
La parola rimase sospesa nella sala.
«Quale rinuncia?»
Mia madre guardò mio padre.
Poi il fratello di Giuliano.
Nessuno la aiutò.
«La rinuncia alle tue quote», sussurrò.
Il mio cuore batté una volta, violentemente.
Non avevamo mai trovato quel documento.
Perché non era ancora stato usato.
«Dov’è?»
Mio padre si alzò.
«Questa conversazione finisce qui.»
Mara parlò per la prima volta attraverso il collegamento.
«Signor Ferri, qualsiasi distruzione di documenti da questo momento verrà considerata alla luce delle prove già conservate.»
Lui guardò verso la telecamera.
La sua espressione cambiò.
La sicurezza era sparita.
Davide mi inviò improvvisamente un messaggio.
HO TROVATO UN NUOVO ACCESSO.
Sul mio schermo comparve una cartella che il fratello di Giuliano aveva tentato di cancellare pochi secondi prima.
Davide l’aveva intercettata.
Nome del file:
RINUNCIA_QUOTE_VF_DEFINITIVA.
Mara lo aprì.
In fondo c’era già la mia firma falsificata.
La data prevista era quella del giorno successivo all’aggressione.
Il giorno in cui avrei dovuto essere dimessa dall’ospedale.
Sentii il sangue gelarsi.
E accanto alla firma c’era una dichiarazione già preparata.
Diceva che cedevo volontariamente le mie quote per motivi personali e di salute.
Non avevano soltanto previsto di rendermi incapace.
Avevano preparato la mia uscita definitiva dall’azienda prima ancora che Giuliano mi mandasse in terapia intensiva.
Guardai i tre volti sullo schermo.
«Adesso sappiamo cosa doveva succedere dopo che mi aveste portata fuori dall’ospedale.»
Nessuno rispose.
Poi si udì bussare alla porta della sala riunioni.
Mara controllò il telefono.
Gli investigatori, già informati con la documentazione raccolta durante la notte, erano arrivati.
Mio padre guardò verso l’ingresso.
Mia madre cominciò a piangere.
Il fratello di Giuliano afferrò il proprio cellulare.
E io capii che il loro piano era finalmente finito.
Ma la parte più difficile non sarebbe stata dimostrare ciò che avevano fatto.
Sarebbe stata scoprire chi, tra loro, avrebbe tradito gli altri per primo.
Continua — clicca sulla Parte 9 per leggere il finale.







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