Rimasi con il telefono ancora stretto in mano, mentre l’ultima frase di mio padre continuava a rimbalzarmi nella testa.
Quella società non doveva mai diventare davvero tua.
Per anni avevo pensato che Giuliano fosse l’unico ad avermi sottovalutata.
Adesso cominciavo a capire che non era così.
Posai lentamente il telefono sul letto.
«Voglio vedere tutto.»
Mara mi osservò.
«Tutto cosa?»
«Ogni modifica societaria degli ultimi sei anni. Ogni delega. Ogni procura. Ogni accesso. Ogni documento che porta il mio nome, il tuo o quello di mio padre.»
«Viviana, sei ancora in terapia intensiva.»
«E loro stanno già cercando di dichiararmi incapace.»
La guardai negli occhi.
«Se aspetto di stare meglio, potrebbero non lasciarmi più niente da salvare.»
Mara non provò a fermarmi.
Aprì il portatile.
Questa volta, però, non le permisi di lavorare da sola.
«Giralo verso di me.»
Lo fece.
Cominciammo dall’atto costitutivo originale.
Lo ricordavo quasi a memoria.
Io avevo investito il capitale iniziale.
Giuliano aveva portato i primi clienti.
La struttura era semplice: lui deteneva il cinquantadue per cento, io il trentotto, il restante dieci era stato destinato a un piccolo gruppo di investitori.
Almeno questo era ciò che avevo sempre creduto.
Mara aprì la cronologia delle modifiche.
Tre anni prima era comparsa una clausola aggiuntiva.
In caso di incapacità temporanea di uno dei soci principali, i suoi diritti di voto potevano essere esercitati da un fiduciario indicato preventivamente.
«Io non ho mai approvato questa clausola.»
Mara scosse la testa.
«Nemmeno io ricordo di averla preparata.»
Cliccò sull’allegato.
C’era la mia firma.
Perfetta.
Troppo perfetta.
La osservai per qualche secondo.
Poi indicai la data.
«Quel giorno ero a Zurigo.»
Mara si voltò verso di me.
«Sei sicura?»
«Stavo negoziando il contratto con Helvetia Partners. Ho ancora le ricevute dell’hotel e i biglietti aerei.»
Lei cominciò a digitare.
«Allora la firma è falsa.»
«Non basta.»
«Come?»
«Una firma falsa può essere contestata. Voglio sapere chi sarebbe diventato il fiduciario.»
Mara aprì la pagina successiva.
Sentii lo stomaco stringersi.
Nome del fiduciario designato:
Alberto Ferri.
Mio padre.
Restai immobile.
Tutto cominciava a prendere forma.
Il mutuo.
La casa.
La mia presunta instabilità mentale.
L’accesso amministrativo.
La clausola societaria.
Non volevano semplicemente aiutare Giuliano a nascondere del denaro.
Volevano aspettare il momento in cui io fossi abbastanza vulnerabile da potermi togliere il controllo dell’azienda senza costringermi a vendere le mie quote.
Mara mi guardò.
«Se riescono a dimostrare che sei temporaneamente incapace, tuo padre potrebbe tentare di esercitare i tuoi diritti di voto.»
«E insieme al cinquantadue per cento di Giuliano controllerebbero tutto.»
«Esatto.»
«Ma Giuliano è sospeso.»
Mara annuì lentamente.
«Per ora.»
Capivo perfettamente cosa intendesse.
La sospensione dipendeva dalle prove di frode.
Se quelle prove fossero state screditate...
O se fossi stata io a essere dichiarata inaffidabile...
Giuliano avrebbe potuto sostenere che avevo agito in uno stato confusionale.
Una donna picchiata, ricoverata con una commozione cerebrale, accusata dalla famiglia di essere instabile.
Era quasi elegante.
Ed era questo che mi faceva più paura.
Non era un piano nato la sera prima.
Era stato costruito con pazienza.
«Mara.»
«Sì?»
«Chi certificò la modifica della clausola?»
Scorse il documento.
Poi impallidì.
«Lo studio notarile Balestri.»
Conoscevo quel nome.
«È lo stesso notaio del mutuo dei miei genitori.»
Mara smise di respirare per un istante.
«Sì.»
Non dissi niente.
Non serviva.
Presi il mio telefono e aprii la posta elettronica.
Cercai “Balestri”.
Comparvero decine di risultati.
La maggior parte riguardava il preliminare della casa dei miei genitori.
Poi ne vidi uno che non ricordavo.
Oggetto:
DOCUMENTAZIONE INTEGRATIVA — FIRMA URGENTE.
Datato cinque mesi prima.
Lo aprii.
L’e-mail sembrava innocua.
Un modulo relativo a un aggiornamento amministrativo della società.
In fondo c’era una mia risposta.
“Confermato. Procedete pure.”
Sentii un brivido.
«Questa non l’ho scritta io.»
Mara si chinò verso lo schermo.
Controllammo l’intestazione completa.
L’e-mail proveniva realmente dal mio account.
Ma l’accesso era stato effettuato alle 03:12 del mattino.
Da un dispositivo che non riconoscevo.
Un tablet.
Registrato sulla rete domestica.
La mia casa.
La casa in cui vivevo con Giuliano.
Chiusi gli occhi.
Per anni gli avevo lasciato libero accesso a tutto.
Computer.
Telefono.
Password salvate.
Documenti.
Pensavo che fosse fiducia.
Lui l’aveva trasformata in infrastruttura.
«Voglio cambiare ogni credenziale.»
Mara annuì.
«Lo facciamo subito.»
«Non solo le mie.»
Mi guardò.
«Blocca ogni accesso non essenziale ai sistemi aziendali. Revoca quello di mio padre. Quello del fratello di Giuliano. Congela qualsiasi nuova procura o variazione societaria.»
«Potrebbero accusarti di paralizzare l’azienda.»
«Che lo facciano.»
Per la prima volta da quando mi ero svegliata, non stavo reagendo a ciò che loro facevano.
Stavo imponendo io il ritmo.
Mara eseguì.
Uno dopo l’altro, gli accessi cominciarono a diventare rossi.
REVOCATO.
SOSPESO.
IN ATTESA DI VERIFICA.
Poi arrivammo all’account di mio padre.
Mara cliccò su “revoca definitiva”.
Comparve una finestra.
ACCESSO NON REVOCABILE DA QUESTO PROFILO.
Mi irrigidii.
«Perché?»
Mara aprì i dettagli.
L’account di mio padre non era registrato come semplice consulente.
Era stato inserito come amministratore di emergenza.
«Chi può revocarlo?»
Mara lesse.
«Il presidente del consiglio.»
«Giuliano.»
«Oppure una maggioranza qualificata dei soci.»
Feci rapidamente i conti.
Il mio trentotto per cento non bastava.
Mara continuò a leggere.
«Aspetta.»
«Cosa?»
«Esiste un’eccezione.»
Ruotò lo schermo verso di me.
In presenza di sospetto documentato di frode, un socio poteva chiedere una verifica straordinaria del registro delle deleghe attraverso il revisore indipendente della società.
Conoscevo quella clausola.
L’avevo voluta io.
Giuliano si era lamentato per settimane dicendo che fosse inutile burocrazia.
Quella stessa burocrazia adesso poteva salvarmi.
«Chi è ancora il revisore?»
Mara controllò.
«Davide Serra.»
Il nome mi rassicurò soltanto per mezzo secondo.
Davide era meticoloso.
Quasi ossessivo.
E soprattutto non era amico di Giuliano.
«Chiamalo.»
Mara compose il numero.
Nessuna risposta.
Provò una seconda volta.
Segreteria.
Poi arrivò un’e-mail.
Non a lei.
A me.
Mittente:
Davide Serra.
Oggetto:
SE STAI LEGGENDO QUESTO, NON USARE PIÙ L’ACCOUNT AZIENDALE.
Aprii il messaggio.
Conteneva soltanto tre righe.
Viviana, ho trovato modifiche nei registri che non ho autorizzato.
Qualcuno sta cancellando le tracce.
Non fidarti dell’elenco ufficiale dei soci.
Sotto c’era un allegato.
Un estratto del libro soci salvato due settimane prima.
Lo aprii.
Il mio trentotto per cento era ancora lì.
Quello di Giuliano pure.
Ma il dieci per cento che credevo appartenesse a piccoli investitori non esisteva più.
Era stato trasferito mesi prima.
A un’unica società.
FERRI HOLDING S.R.L.
Guardai Mara.
«Dimmi che non è di mio padre.»
Lei cercò nel registro imprese.
Poi sollevò lentamente gli occhi.
«Non è di tuo padre.»
Per la prima volta provai sollievo.
Durò meno di un secondo.
«È di tua madre.»
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