Divertimento

Mio Marito Sbatté Sul Tavolo Un Test Del DNA E Disse: «Non È Mia Figlia» — Poi Il Generale Guardò Quel Foglio

Il campanello suonò una seconda volta.

Nessuno si mosse.

Le luci blu continuavano a filtrare attraverso le tende, proiettando lampi intermittenti sulle pareti del soggiorno.

Vittoria fissava la porta come se dall’altra parte ci fosse qualcosa di peggiore della polizia.

Il Generale Esposito fu il primo a parlare.

«Andrea, apra.»

Mio marito rimase immobile per un secondo, poi attraversò lentamente il corridoio.

Quando spalancò la porta, due uomini e una donna in abiti civili entrarono mostrando i tesserini.

«Carabinieri. Nucleo Investigativo.»

La donna si presentò come Maggiore Laura Conti.


Il suo sguardo percorse rapidamente il soggiorno, soffermandosi sul falso test, sulle fotografie e infine su Vittoria.

«Generale.»

Esposito annuì.

«Maggiore.»

Quel semplice scambio mi fece capire che il loro arrivo non era stato improvvisato.

Conti si voltò verso tutti noi.

«Nessuno lascia questa abitazione finché non avremo chiarito alcune circostanze.»

Uno dei parenti protestò immediatamente.

«Ma noi non c’entriamo niente.»

«Allora non avrete nulla di cui preoccuparvi.»


La sua voce non lasciava spazio a discussioni.

Un carabiniere cominciò a raccogliere i nomi dei presenti.

L’altro fotografò il test falso e le immagini sul tavolo prima di inserirle in buste trasparenti.

Vittoria fece un passo avanti.

«Quelli sono documenti privati.»

Laura Conti la guardò.

«Signora Vittoria Ferri?»

«Sì.»

«Ha appena dichiarato davanti a diversi testimoni di aver versato diciottomila euro a Massimo De Luca.»

Vittoria impallidì.


«Non ho detto che fosse per qualcosa di illegale.»

«Ottimo. Avrà occasione di spiegare per cosa fossero.»

Andrea si passò entrambe le mani sul viso.

Sembrava improvvisamente invecchiato di dieci anni.

«Io non sapevo dei pagamenti.»

Conti lo osservò.

«Lo verificheremo.»

Poi si rivolse a me.

«Capitano Ferri, possiamo parlare in un’altra stanza?»

Guardai Chiara.


«Lei viene con me.»

«Naturalmente.»

Entrammo nella cucina.

La casa era la stessa in cui avevo preparato centinaia di cene, lavato biberon alle tre del mattino e camminato avanti e indietro con Chiara tra le braccia quando aveva la febbre.

Eppure improvvisamente mi sembrava estranea.

Conti chiuse la porta.

«Capitano, devo farle alcune domande sulla minaccia ricevuta tre settimane fa.»

Annuii.

«La fotografia lasciata sulla sua automobile.»

«Sì.»


«Chi sapeva dove frequentava l’asilo sua figlia?»

«Andrea. Vittoria. Mia madre. Alcuni colleghi.»

«L’indirizzo preciso?»

«Andrea e Vittoria sicuramente.»

Conti prese nota.

«Quando ha mostrato la fotografia ad Andrea, che cosa ha fatto?»

Ripensai a quella sera.

Ero tornata a casa sconvolta.

Andrea aveva osservato la fotografia per appena qualche secondo.

Poi aveva detto che probabilmente si trattava di uno scherzo di cattivo gusto.


«Ha minimizzato.»

«Ha suggerito di denunciare?»

«No. Sono stata io a farlo.»

«Ha chiesto se ci fossero telecamere vicino all’automobile?»

Mi fermai.

«No.»

Conti alzò gli occhi dal taccuino.

«Ha fatto qualcosa che, col senno di poi, le sembra insolito?»

La risposta arrivò lentamente.

«Mi chiese se avevo raccontato la minaccia ai miei superiori.»


«Solo questo?»

Scossi la testa.

«Mi chiese esattamente cosa avessi detto.»

Laura Conti non commentò.

Ma continuò a scrivere.

Chiara si era calmata e giocava con uno dei bottoni della mia uniforme.

Guardandola, sentii montare una rabbia fredda.

Qualcuno aveva fotografato mia figlia.

Qualcuno aveva usato quella fotografia per spaventarmi.

E mentre io cercavo di convincermi che la mia famiglia fosse al sicuro, forse qualcuno dentro quella stessa casa sapeva molto più di quanto avesse ammesso.


«Elena Rinaldi», dissi. «Chi è davvero?»

Conti chiuse il taccuino.

«Non posso raccontarle tutti i dettagli di un’indagine aperta.»

«Generale Esposito ha detto che Andrea la frequentava da almeno undici mesi.»

«Questo possiamo confermarlo.»

Sentii una fitta allo stomaco.

«Avevano una relazione?»

Conti esitò.

«Le prove raccolte indicano una relazione personale continuativa.»

Non avevo bisogno di altro.


Per qualche secondo guardai soltanto il pavimento.

Andrea mi aveva accusata di tradimento davanti alla sua famiglia mentre lui frequentava un’altra donna da quasi un anno.

L’ironia era così feroce che non riuscivo neppure a piangere.

«Elena lavorava con De Luca?»

Questa volta Conti rimase in silenzio più a lungo.

«Lo conosceva.»

«Quanto bene?»

«Abbastanza da avere avuto diversi contatti con lui.»

La porta della cucina si aprì.

Esposito apparve sulla soglia.


Il suo volto era teso.

«Maggiore.»

Conti si alzò.

«Che cosa avete trovato?»

«Qualcosa che deve vedere.»

Tornammo in soggiorno.

Un carabiniere aveva aperto sul tavolo una piccola agenda appartenente a Vittoria.

Lei era seduta sul divano, rigida, con le mani strette sulle ginocchia.

Andrea camminava avanti e indietro.

«Non avete il diritto di frugare nelle cose di mia madre!» disse.

Conti si fermò davanti a lui.

«Sua madre ci ha consegnato spontaneamente la borsa dopo essere stata informata che avremmo richiesto formalmente il sequestro degli oggetti pertinenti.»

Andrea guardò Vittoria.

Lei non reagì.

Il carabiniere indicò una pagina.

C’erano diverse date.

Accanto a ciascuna, cifre.

2.000.

4.000.

5.000.

7.000.

Diciottomila euro.

Esattamente quanto Vittoria aveva ammesso di aver pagato.

Ma non furono le cifre a gelarmi.

Furono le lettere accanto agli importi.

M.D.

E.R.

Conti indicò l’ultima annotazione.

«Questa è stata scritta quattro giorni fa.»

Andrea si chinò.

Lessi sopra la sua spalla.

*E.R. conferma. A. pronto. Stasera famiglia completa.*

Il cuore mi si fermò.

«A.» sussurrai.

Esposito guardò Andrea.

«Probabilmente lei.»

Andrea scosse subito la testa.

«No. Io non sapevo niente di questa agenda.»

Vittoria alzò finalmente lo sguardo.

«Andrea, basta.»

Lui si voltò.

«Basta cosa?»

«Non peggiorare la situazione.»

«Peggiorarla? Hai organizzato tutto questo?»

Vittoria rimase in silenzio.

«Hai invitato la famiglia.»

«Sì.»

«Hai preparato quella scenata.»

«Volevo che finalmente vedessi la verità.»

«Quale verità? Il test è falso!»

Vittoria si alzò.

«Perché non dovevi arrivare al test vero!»

La frase uscì dalla sua bocca prima che potesse fermarla.

Nessuno respirò.

Andrea la fissò.

Io sentii il Generale Esposito irrigidirsi accanto a me.

Laura Conti fece un passo avanti.

«Signora Ferri, che cosa significa esattamente?»

Vittoria guardò tutti noi.

Poi portò una mano alla bocca.

«Non volevo dire...»

«L’ha detto.»

«Sono sconvolta.»

«Perché Andrea non doveva arrivare a un test autentico?»

Vittoria scosse la testa.

«Non parlerò più senza un avvocato.»

Conti annuì immediatamente.

«È un suo diritto.»

Andrea quasi rise, ma non c’era nulla di divertente nel suono.

«Adesso vuoi un avvocato? Dopo avermi convinto che mia moglie mi tradiva?»

Vittoria lo fulminò.

«Ho fatto tutto per te.»

Quelle parole mi fecero venire i brividi.

Le avevo già sentite centinaia di volte.

Quando criticava il nostro matrimonio.

Quando decideva come dovevamo crescere Chiara.

Quando cercava di convincere Andrea che la mia carriera avrebbe distrutto la famiglia.

*Lo faccio per te.*

Sempre.

Andrea si avvicinò alla madre.

«Perché volevi che credessi che Chiara non fosse mia?»

Vittoria distolse lo sguardo.

«Mamma.»

Silenzio.

«Perché?»

Lei strinse le labbra.

Laura Conti intervenne.

«Signor Ferri, basta. Sua madre ha chiesto assistenza legale.»

Andrea rimase lì, tremando di rabbia.

Poi il telefono del Maggiore vibrò.

Conti lesse il messaggio.

La sua espressione cambiò immediatamente.

«Generale.»

Gli mostrò lo schermo.

Esposito lesse.

Poi guardò me.

«Che cosa succede?» chiesi.

Conti rispose.

«Abbiamo trovato Massimo De Luca.»

«Dove?»

«In un appartamento che usava come ufficio.»

«Lo avete arrestato?»

Il Maggiore fece una pausa.

«Non ancora.»

«Perché?»

«Perché quando siamo entrati, lui non c’era.»

Il mio stomaco si strinse.

«Allora cosa avete trovato?»

Conti guardò Chiara.

Poi nuovamente me.

«Fotografie.»

Sentii il sangue abbandonarmi il viso.

«Di chi?»

«Di lei. Di suo marito. Di sua suocera.»

Si fermò.

«E molte di sua figlia.»

Strinsi Chiara così forte che lei emise un piccolo verso di protesta.

Allentai subito la presa.

«Quante?»

Il Maggiore non rispose direttamente.

«Abbastanza da dimostrare che qualcuno seguiva la vostra famiglia da mesi.»

Andrea si lasciò cadere su una sedia.

«Dio mio.»

Conti continuò.

«Ma c’è un dettaglio ancora più importante.»

Estrasse il telefono.

«Tra i file trovati nel computer di De Luca c’è una cartella dedicata alla vostra famiglia.»

Il Generale Esposito aggiunse:

«È stata creata undici mesi fa.»

Undici mesi.

La stessa epoca in cui Andrea aveva iniziato a frequentare Elena.

«Come si chiama la cartella?» domandai.

Conti esitò.

Poi girò lo schermo verso di me.

Il nome compariva chiaramente.

**OPERAZIONE FERRI.**

Sotto, un documento risultava modificato soltanto due giorni prima.

Il titolo mi fece gelare.

**FASE FINALE — AFFIDAMENTO DELLA BAMBINA.**

Alzai lentamente lo sguardo.

Andrea era diventato bianco.

Vittoria, invece, aveva chiuso gli occhi.

Ed ebbi la certezza improvvisa che qualunque cosa fosse iniziata con quel falso test del DNA, non aveva mai avuto come unico obiettivo distruggere il mio matrimonio.

Qualcuno voleva portarmi via Chiara.

**Continua — clicca Parte 5 per leggere il seguito.**

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