Divertimento

Mio Marito Sbatté Sul Tavolo Un Test Del DNA E Disse: «Non È Mia Figlia» — Poi Il Generale Guardò Quel Foglio

Alle quattro e trentadue del mattino, l’appartamento protetto smise di sembrarmi un rifugio.

Il sottufficiale di sicurezza aveva già inoltrato il numero ai Carabinieri quando Laura Conti mi richiamò.

«Non cancelli niente.»

«Non l’ho fatto.»

«La chiamata è stata troppo breve per localizzarlo con precisione, ma abbiamo una zona.»

«La fotografia della caserma?»

«La mandi subito.»

Lo feci.

Dieci minuti dopo arrivò anche il Generale Esposito.

Entrò senza giacca, con il volto tirato dalla stanchezza.


Gli mostrai l’immagine.

La osservò a lungo.

«Quella porta conduce all’area amministrativa del comando.»

«De Luca ha detto che il primo dossier su di me proveniva da qualcuno che non viveva con me.»

Esposito sollevò gli occhi.

«Aveva accesso ai suoi turni, alle richieste di permesso, alle date delle visite mediche di Chiara e probabilmente anche ai suoi recapiti d’emergenza.»

«Chi può vedere tutto questo?»

«Più persone di quante vorrei.»

Sentii montare la rabbia.

«Allora abbiamo davvero una talpa dentro la caserma.»


Laura Conti, appena arrivata, scosse la testa.

«Non necessariamente.»

Appoggiò un fascicolo sul tavolo.

«Abbiamo interrogato Elena Rinaldi per quasi tre ore.»

Andrea aveva detto che Elena non aveva nulla a che vedere con il mio lavoro.

Si sbagliava.

«Elena lavora per una società esterna che gestisce servizi amministrativi e logistici per diverse strutture pubbliche», disse Conti. «Sei mesi fa è stata assegnata temporaneamente proprio alla sua caserma.»

Mi mancò il respiro.

«Andrea lo sapeva?»

«Dice di no.»


«E lei aveva accesso ai miei dati?»

«Non avrebbe dovuto.»

Esposito aprì il fascicolo.

«Ma poteva vedere pratiche interne durante alcune sostituzioni.»

Improvvisamente ricordai un volto.

Una donna che avevo incrociato nei corridoi.

Capelli scuri.

Badge temporaneo.

Mai abbastanza importante da restarmi impressa.

«L’ho vista.»


Conti annuì.

«Elena ha ammesso di aver copiato il suo primo dossier.»

Chiusi gli occhi.

Quindi De Luca non aveva mentito.

«Perché?»

«Perché lui la stava già ricattando.»

Conti si sedette davanti a me.

«Elena aveva accumulato debiti. De Luca aveva ottenuto informazioni compromettenti su di lei e le aveva promesso di cancellare parte del debito se gli avesse procurato dati su persone potenzialmente utili.»

«E ha scelto me.»

«All’inizio non personalmente. Cercava famiglie con redditi stabili, accesso a istituzioni e possibili vulnerabilità.»


Il disgusto mi salì alla gola.

«Eravamo un bersaglio commerciale.»

«All’inizio, sì.»

«Poi Elena ha conosciuto Andrea.»

Conti annuì.

«E lì De Luca ha capito di avere qualcosa di molto più redditizio.»

Tutto si incastrò.

Elena aveva accesso alla mia vita professionale.

Andrea le aveva aperto quella privata.

Vittoria aveva fornito denaro, documenti e rancore.


De Luca aveva unito tutto.

«Quindi nessun misterioso nemico dentro l’Esercito.»

Esposito serrò la mascella.

«C’è comunque stata una violazione grave dei sistemi e delle procedure. Ma no, non abbiamo elementi che indichino un ufficiale coinvolto.»

Per la prima volta da ore sentii una minuscola parte della tensione abbandonarmi.

Poi Conti disse:

«De Luca vuole incontrarla perché è disperato.»

«Come lo sa?»

«Elena ci ha spiegato il suo schema. Quando perde il controllo di una vittima, tenta di recuperarlo con un ultimo contatto personale. Di solito offre una verità in cambio di denaro o silenzio.»

«Quindi possiamo usarlo.»


Esposito mi guardò immediatamente.

«No.»

«Generale—»

«Lei ha una figlia di un anno.»

«Ed è proprio per lei che voglio chiudere questa storia.»

Conti intervenne.

«Non serve che lei sia realmente esposta.»

Mi mostrò una mappa.

«Se De Luca richiama, accetti un incontro. Sceglieremo noi il luogo.»

Esposito rimase contrario.


Lo vedevo.

Ma sapeva anche che avevamo poche alternative.

Alle sette e tredici De Luca richiamò.

«Hai pensato alla mia proposta?»

«Sì.»

«Brava.»

«Voglio tutto.»

«Avrai tutto.»

«Documenti, nomi, registrazioni.»

Rise.


«Adesso sembri un ufficiale.»

«Dove?»

Scelse un parcheggio multipiano vicino alla periferia.

Conti aveva previsto che avrebbe voluto un posto con molte uscite.

Noi arrivammo prima.

Io indossavo abiti civili.

Nessuna uniforme.

Nessuna arma visibile.

Un auricolare minuscolo nascosto sotto i capelli.

Esposito rimase nel veicolo operativo.


Conti e gli altri uomini erano distribuiti sui livelli vicini.

«Se qualcosa cambia, si allontana», mi disse nell’auricolare.

«Ricevuto.»

De Luca arrivò undici minuti dopo.

Era più normale di quanto avessi immaginato.

Circa cinquant’anni.

Giacca scura.

Una borsa a tracolla.

Nessun aspetto sinistro.

Forse era proprio quello il suo vantaggio.

Si fermò a quattro metri da me.

«Capitano Ferri.»

«Massimo De Luca.»

«Finalmente.»

«Dov’è il materiale?»

Toccò la borsa.

«Qui.»

«Prima voglio sapere perché.»

«Perché sua suocera pagava.»

«Non basta.»

Sorrise.

«No. Infatti.»

Fece un passo.

«Andrea era infedele. Elena era ricattabile. Vittoria odiava la sua carriera. E lei aveva qualcosa che tutti loro volevano controllare.»

«Chiara.»

«La famiglia.»

Sentii le dita chiudersi.

«Non pronunci il nome di mia figlia.»

Il sorriso sparì.

«Vittoria non voleva rapire nessuno. Voleva spaventarla, farla reagire, ottenere abbastanza materiale da convincere Andrea a chiedere l’affidamento.»

«E la falsa delega?»

«Assicurazione.»

«Per cosa?»

«Nel caso il piano fallisse.»

Un gelo mi attraversò.

«Elena doveva prendere Chiara?»

«Solo per poche ore.»

«Una bambina di un anno non è uno strumento.»

De Luca alzò le spalle.

«Doveva sembrare che lei l’avesse dimenticata, lasciata senza controllo. Panico, denuncia, rapporto sociale. Un altro tassello.»

Quella frase cancellò ogni residuo di paura.

Rimase soltanto rabbia.

«E Vittoria sapeva questo?»

Per la prima volta esitò.

«Non tutto.»

«Andrea?»

«Quasi niente.»

«Elena?»

«Abbastanza.»

Quindi nessuno era innocente.

Ma nessuno, tranne De Luca, aveva conosciuto l’intera macchina.

«Mi dia la borsa.»

Lui rise.

«Prima voglio una garanzia.»

«Quale?»

«Che dirà che Vittoria mi ha ingaggiato per un semplice controllo coniugale. Il resto... iniziativa mia.»

«Vuole che la protegga.»

«Voglio che tutti sopravviviamo.»

«Lei ha fotografato mia figlia.»

Il suo volto si fece duro.

«Non faccia la moralista. Sua suocera mi ha aperto la porta.»

«Ma lei è entrato.»

De Luca capì troppo tardi.

Si voltò.

«Adesso!» gridò Conti nell’auricolare.

Quattro uomini apparvero contemporaneamente dalle rampe.

De Luca lasciò cadere la borsa e corse.

Riuscì a percorrere forse venti metri.

Un carabiniere gli chiuse l’uscita.

Conti arrivò dall’altro lato.

In meno di un minuto era a terra, ammanettato.

Io rimasi immobile.

Non provai trionfo.

Solo sollievo.

Esposito raggiunse la borsa.

Dentro c’erano due telefoni, documenti falsificati, copie dei miei fascicoli e una chiavetta USB.

Conti la fece esaminare immediatamente.

Tre ore dopo ricevemmo il primo risultato.

Registrazioni audio.

Messaggi.

Bonifici.

Istruzioni.

E una conversazione tra Vittoria e De Luca registrata meno di una settimana prima.

La voce di Vittoria era chiarissima.

«Non voglio che succeda niente alla bambina.»

De Luca rispondeva:

«Allora deve solo lasciare che il piano faccia il suo corso.»

Poi Vittoria pronunciava la frase che avrebbe distrutto la sua ultima possibilità di sostenere di non aver capito.

«Se serve portarla via per qualche ora per convincere Andrea, fatelo. Ma dopo Chiara deve tornare da noi.»

Chiusi gli occhi.

Esposito spense l’audio.

Nessuno parlò.

Adesso avevamo la verità.

Non completa soltanto moralmente.

Completa come prova.

E quando guardai Chiara dormire nell’appartamento protetto quella sera, capii che la parte più difficile non sarebbe stata dimostrare ciò che avevano fatto.

Sarebbe stata decidere cosa fare delle persone che avevo chiamato famiglia quando, finalmente, non avrebbero più potuto mentire.

**Continua — clicca Parte 9 per leggere il finale.**

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