«Papà ha svuotato quella banca tre giorni fa.»
Per alcuni secondi nessuno parlò. Sentii soltanto il ronzio sommesso del computer e il rumore lontano del traffico oltre le finestre dello studio notarile. Lorenzo Berti si tolse lentamente gli occhiali.
«Che cosa intendi con “svuotato”?»
Giuliano passò una mano sul viso.
«Tre giorni fa mi ha chiesto di accompagnarlo alla filiale. Pensavo dovesse recuperare dei documenti personali. È uscito dal caveau con due borse e una scatola di metallo.»
Mi alzai.
«Hai visto il numero della cassetta?»
«No.»
Berti prese la chiave contrassegnata con 317.
«Questa cassetta non risulta intestata ad Alberto.»
«Allora a chi?»
Il notaio mi guardò.
«A Elena.»
La risposta rese tutto ancora più inquietante. Se mio padre aveva davvero avuto accesso alla cassetta di mia nonna, qualcuno in banca doveva averlo aiutato.
Berti telefonò immediatamente alla filiale. Si presentò, citò gli estremi dell’atto notarile e chiese di parlare con il direttore. Dopo pochi minuti il suo volto cambiò.
«Capisco. Non toccate nulla. Arriviamo.»
«Che cosa è successo?» domandai.
Riattaccò.
«La cassetta 317 risulta ancora sigillata.»
Giuliano scosse la testa.
«Allora papà ne ha svuotata un’altra.»
Mezz’ora dopo entrammo nella banca. Il direttore, Sergio Mantovani, ci condusse in una sala riservata. Era nervoso. Continuava a sistemarsi la cravatta.
«Il signor Alberto Valli ha lavorato qui molti anni», spiegò. «Ma non possiede più autorizzazioni operative. Se ha avuto accesso a un’area riservata, dobbiamo ricostruire come sia accaduto.»
«Voglio vedere la 317», dissi.
Mantovani esitò.
Berti posò sul tavolo la documentazione.
«La signorina Valli è beneficiaria autorizzata.»
Scendemmo nel caveau. L’aria era fredda e odorava di metallo. Quando arrivammo davanti alla fila delle cassette, vidi il numero.
317.
La serratura sembrava intatta.
Inserii la chiave.
Il meccanismo scattò.
Dentro c’era una scatola sottile.
Per un momento provai sollievo.
Poi la estrassi.
Era troppo leggera.
Berti la aprì.
Vuota.
Sul fondo c’era soltanto una fotografia.
Ritraeva mia nonna Elena davanti a una casa che non riconoscevo. Accanto a lei c’era Riccardo Moretti, più giovane rispetto al video. Dietro, quasi fuori dall’inquadratura, riconobbi mia madre.
Sul retro Elena aveva scritto:
**Se questa fotografia è rimasta da sola, significa che Alberto è arrivato prima di te. Cerca la casa.**
Mi si gelò il sangue.
«La nonna sapeva che sarebbe potuto succedere.»
Berti annuì cupamente.
Mantovani chiamò immediatamente il responsabile della sicurezza. Chiesi le registrazioni degli ultimi giorni. All’inizio ci dissero che avrebbero potuto mostrarle soltanto alle autorità, ma Berti contattò gli agenti che avevano raccolto la denuncia all’università. Nel giro di un’ora arrivò un ispettore.
Fu allora che scoprimmo qualcosa di peggiore.
Alberto non era entrato nel caveau tre giorni prima.
Era entrato undici mesi prima.
Nel filmato lo vedemmo attraversare il corridoio accompagnato da un dipendente della banca. Mio padre portava una cartella. L’uomo aprì il compartimento esterno della 317 e Alberto rimase dentro per sette minuti.
«Chi è quello?» chiesi.
Mantovani impallidì.
«Carlo Neri. È andato in pensione sei mesi fa.»
L’ispettore prese nota.
«Possiamo rintracciarlo.»
Ma Giuliano indicò lo schermo.
«Aspettate.»
Alberto era ricomparso nell’inquadratura con una busta marrone sotto il braccio.
Aveva rubato il contenuto quasi un anno prima.
«Allora perché è tornato tre giorni fa?» domandai.
Nessuno seppe rispondere.
Finché Mantovani controllò il registro.
«Tre giorni fa non ha richiesto accesso alle cassette di sicurezza. È stato nell’archivio storico.»
Berti si irrigidì.
«Che cosa conservate lì?»
«Vecchi contratti, deleghe, documenti relativi a conti chiusi.»
«Conti intestati a chi?»
Mantovani digitò qualcosa.
Poi smise di muoversi.
«Riccardo Moretti.»
Sentii Paola inspirare accanto a me.
Riccardo aveva avuto un conto in quella stessa banca.
Chiesi di sapere dove fosse mio padre. L’ispettore telefonò ai colleghi che lo avevano sentito all’università. Alberto non era stato trattenuto: l’indagine era ancora nella fase iniziale e, dopo l’identificazione, gli era stato consentito di lasciare l’edificio.
Provai a chiamarlo.
Telefono spento.
Chiamai mia madre.
Rispose al terzo squillo.
«Dov’è papà?»
«Non lo so.»
«Ha preso i documenti dalla cassetta della nonna.»
Silenzio.
«Mamma.»
«Ti avevo detto di lasciar perdere.»
«Chi è Riccardo Moretti?»
Il suo respiro cambiò.
«Non è tuo padre.»
«Esiste un test.»
«Non sai cosa significa quella storia.»
«Allora spiegamela.»
«Non al telefono.»
«Dove sei?»
Vittoria rimase in silenzio.
Poi disse:
«A casa.»
Riattaccò.
Quando arrivammo, la porta principale era aperta. Mia madre sedeva in cucina con una valigia accanto alla sedia. Sembrava invecchiata di dieci anni.
«Stavi andando via?» chiesi.
«Stavo pensando di farlo.»
Le mostrai la fotografia.
Appena vide la casa alle spalle di Elena e Riccardo, il colore scomparve dal suo viso.
«Sai dov’è.»
Non era una domanda.
Vittoria chiuse gli occhi.
«Era di Riccardo.»
«Era?»
«L’ha venduta molti anni fa.»
Mi sedetti davanti a lei.
«Raccontami la verità.»
Per la prima volta mia madre non urlò. Non mi insultò. Sembrava soltanto stanca.
Mi raccontò di aver conosciuto Riccardo a ventidue anni. Alberto era già nella sua vita, ma la loro relazione era instabile. Per alcuni mesi lei e Riccardo avevano avuto una relazione. Quando scoprì di essere incinta, non sapeva con certezza chi fosse il padre.
«Alberto decise che avrebbe cresciuto il bambino come suo.»
«E Riccardo?»
«Voleva il test.»
«Che avete fatto.»
Vittoria annuì.
«Quando avevi tre anni.»
Mi mancò il respiro.
«Ed era positivo.»
Le lacrime le riempirono gli occhi.
«Sì.»
Giuliano si lasciò cadere su una sedia.
«Papà lo sapeva davvero.»
«Alberto disse che Riccardo non avrebbe distrutto la nostra famiglia. Gli offrì denaro. Riccardo rifiutò.»
«E poi?»
Mamma strinse le mani.
«Poi successe qualcosa tra loro.»
«Cosa?»
«Alberto tornò una notte con la camicia sporca e mi disse che Riccardo aveva finalmente capito che doveva sparire.»
La stanza diventò gelida.
«Hai creduto che gli avesse fatto del male?»
«Non lo sapevo. Non volevo saperlo.»
Provai disgusto.
«E hai continuato a vivere con lui.»
«Avevo paura.»
«No. Hai scelto di tacere.»
Mamma abbassò la testa.
Poi aggiunse qualcosa che cambiò nuovamente tutto.
«Riccardo però non sparì.»
La fissai.
«Come lo sai?»
«Perché tua nonna lo trovò anni dopo. Fu allora che crearono il fondo.»
«Dove si trova adesso?»
Vittoria si alzò e andò verso un vecchio mobile. Estrasse un’agenda e strappò una pagina.
C’era un indirizzo.
«Questo è l’ultimo posto in cui Elena lo incontrò.»
Presi il foglio.
Era a meno di quaranta chilometri.
Stavamo per uscire quando Giuliano ricevette una chiamata. Guardò il display.
«È papà.»
Attivò il vivavoce.
La voce di Alberto arrivò affannata.
«Giuliano, ascoltami. Non portare Aurora da Moretti.»
Mi avvicinai.
«Troppo tardi.»
Silenzio.
Poi mio padre pronunciò una frase che nessuno di noi si aspettava.
«Aurora, Riccardo Moretti è morto otto anni fa.»
Guardai mia madre.
Vittoria sembrava terrorizzata.
«Stai mentendo», dissi.
«Vorrei.»
«Allora chi era l’uomo nel video registrato cinque anni fa?»
Dall’altra parte non arrivò alcuna risposta.
Poi sentimmo un rumore, come una portiera che si chiudeva.
Alberto abbassò la voce.
«È proprio questo che Elena non avrebbe mai dovuto farti scoprire.»
La chiamata si interruppe.
Guardai nuovamente l’indirizzo che mia madre mi aveva consegnato.
Solo allora notai una piccola annotazione sul retro, scritta dalla nonna.
Non diceva Riccardo Moretti.
Diceva:
**Andrea Moretti — fratello gemello di Riccardo.**







No comments yet