Rimasi a fissare quelle cinque parole scritte sul retro del foglio.
**Andrea Moretti — fratello gemello di Riccardo.**
All’improvviso il video di mia nonna assunse un significato completamente diverso. L’uomo seduto accanto a Elena aveva detto di chiamarsi Riccardo. Aveva detto di essere mio padre biologico. Aveva parlato dei tentativi fatti per cercarmi. Ma se Alberto sosteneva che Riccardo fosse morto otto anni prima, mentre quella registrazione risaliva a cinque anni prima, qualcuno stava mentendo.
Oppure qualcuno aveva costruito una menzogna molto più grande di quanto avessi immaginato.
«Mamma, guardami.»
Vittoria non lo fece.
Le misi davanti il foglio.
«Chi era nel video? Riccardo o Andrea?»
Le sue labbra tremarono.
«Non lo so.»
«Non mentirmi ancora.»
«Non sto mentendo!» gridò, ma la rabbia le si spezzò immediatamente nella voce. «Non vedevo Riccardo da quando eri piccola. Erano gemelli identici. Andrea viveva all’estero e lo incontrai pochissime volte.»
Giuliano si avvicinò.
«Papà sapeva dell’esistenza di Andrea?»
Mamma annuì.
Quella risposta bastò.
Presi le chiavi dell’auto di Paola.
«Andiamo all’indirizzo.»
Vittoria si alzò di scatto.
«Aurora, no.»
«Sono vent’anni che tutti mi dicono cosa non devo sapere.»
«Non capisci. Se Alberto ti ha chiamata per fermarti, significa che anche lui sta andando lì.»
La guardai.
«Allora dobbiamo arrivare prima.»
Paola guidò. Giuliano venne con noi, mentre Vittoria rimase a casa dopo aver promesso di contattare l’ispettore e raccontargli tutto ciò che ricordava. Durante i quaranta minuti di viaggio quasi nessuno parlò.
L’indirizzo ci portò fuori città, lungo una strada circondata da campi. Alla fine apparve una casa color crema con persiane verdi.
La riconobbi immediatamente.
Era quella della fotografia.
Sul cancello c’era una targhetta.
**A. Moretti.**
Il cuore cominciò a martellarmi.
Suonai.
Nessuna risposta.
Suonai ancora.
Poi sentii dei passi.
La porta si aprì.
L’uomo che apparve sulla soglia aveva i capelli quasi completamente bianchi e un viso più scavato rispetto a quello della registrazione.
Ma erano gli stessi occhi.
Gli stessi lineamenti.
L’uomo del video.
Quando mi vide, lasciò cadere le chiavi che teneva in mano.
«Aurora.»
Non era una domanda.
«Lei è Andrea Moretti?»
Il suo volto si irrigidì.
«Sì.»
Quelle due lettere distrussero la prima certezza che avevo creduto di possedere.
«Allora perché nel video dice di essere Riccardo?»
Andrea impallidì.
Ci fece entrare senza rispondere.
La casa era semplice. Sul camino c’erano fotografie di due ragazzi identici. In una avranno avuto dieci anni. In un’altra venti. Soltanto osservandole attentamente notai una piccola cicatrice sul sopracciglio di uno dei due.
Andrea indicò l’altro.
«Riccardo.»
«È morto davvero?»
Chiuse gli occhi.
«Sì. Otto anni fa.»
Mi appoggiai allo schienale della sedia.
«Allora perché avete mentito nel video?»
Andrea rimase in piedi davanti alla finestra.
«Perché Elena voleva costringere Alberto a credere che Riccardo fosse ancora vivo.»
La spiegazione era talmente assurda che quasi risi.
«Perché?»
«Per vedere cosa avrebbe fatto.»
Giuliano si irrigidì.
Andrea raccontò che Riccardo era morto in un incidente stradale. Ufficialmente non c’era mai stato alcun sospetto. Ma poche settimane prima dell’incidente aveva contattato Elena dicendole di aver finalmente trovato prove che Alberto aveva falsificato la sua firma su alcuni documenti relativi alla mia custodia e a un accordo finanziario.
«Quale accordo?»
Andrea aprì un cassetto.
«Alberto gli aveva fatto firmare un documento secondo cui Riccardo rinunciava volontariamente a qualsiasi contatto con te in cambio di denaro.»
«Ma Riccardo aveva rifiutato.»
«Esatto. Quindi quella firma non avrebbe dovuto esistere.»
Sentii un brivido.
«Mia nonna aveva la prova?»
«Riccardo gliela consegnò.»
«Ed era nella cassetta 317.»
Andrea annuì.
Finalmente compresi cosa mio padre aveva rubato.
«Perché fingervi Riccardo nel video?»
«Elena sospettava che Alberto controllasse ancora alcune delle sue cose. Voleva lasciargli credere che esistesse un testimone vivo capace di contestare quei documenti.»
«E ha funzionato.»
Andrea mi guardò tristemente.
«Troppo bene.»
Si avvicinò a una libreria e prese una fotografia.
Riccardo teneva in braccio una bambina.
Me.
Avevo forse tre anni.
Le gambe quasi mi cedettero.
«Lui mi conosceva.»
«Ti adorava.»
Mi sedetti.
Per tutta la vita avevo creduto che Alberto fosse mio padre. Adesso scoprivo che un altro uomo mi aveva tenuta tra le braccia, aveva cercato di restare nella mia vita e poi era stato cancellato persino dai miei ricordi.
«Perché nessuno mi ha detto niente dopo la sua morte?»
Andrea abbassò lo sguardo.
«Perché Elena mi chiese di aspettare.»
«Ancora segreti.»
«Voleva proteggerti finché fossi stata economicamente indipendente.»
Sentii salire la rabbia.
«Tutti continuano a chiamarla protezione.»
Andrea non si difese.
Poi disse:
«Hai ragione.»
Quella semplice ammissione mi disarmò.
«Riccardo versò settantamila euro nel fondo prima di morire», continuò. «Non poteva vederti, quindi decise almeno di assicurarti un futuro.»
«E Alberto li ha rubati.»
«Una parte. Ma quei soldi non sono il motivo per cui tuo padre ha svuotato l’archivio della banca.»
Mi voltai.
«Come lo sapete?»
Andrea esitò.
«Perché mi ha telefonato stamattina.»
Giuliano fece un passo avanti.
«Papà vi ha chiamato?»
«Alle sette e diciassette. Prima della cerimonia.»
Andrea prese il cellulare.
Alberto aveva chiamato tre volte.
«Che cosa voleva?»
«Sapere se avevo ancora gli originali.»
«Di cosa?»
Andrea aprì una piccola cassaforte nascosta dietro alcuni libri.
Estrasse una cartellina.
«Elena sapeva che prima o poi Alberto avrebbe trovato la cassetta 317. Per questo mi consegnò delle copie.»
Dentro c’erano il test di paternità, l’accordo con la firma presumibilmente falsificata di Riccardo e diversi movimenti bancari.
Ma un documento attirò immediatamente la mia attenzione.
Era un’assicurazione sulla vita.
Contraente: Riccardo Moretti.
Beneficiaria originaria: Aurora Valli.
Importo: quattrocentomila euro.
La modifica del beneficiario era stata effettuata sei giorni prima della morte di Riccardo.
Il nuovo beneficiario era una società che non conoscevo.
Giuliano la riconobbe.
«Aspetta.»
Prese il documento.
«Questa società apparteneva a papà.»
Mi si chiuse lo stomaco.
«Alberto ha ricevuto quattrocentomila euro dopo la morte di Riccardo?»
Andrea annuì.
«Tre settimane dopo.»
Paola portò una mano alla bocca.
Ma io continuavo a fissare la data.
Se Alberto aveva falsificato anche quella modifica, il furto del mio fondo universitario non era che l’ultimo capitolo di qualcosa iniziato molti anni prima.
«Dobbiamo consegnare tutto alla polizia.»
Andrea richiuse la cartellina.
«Lo faremo.»
In quel momento sentimmo un’auto fermarsi bruscamente davanti alla casa.
Giuliano guardò dalla finestra.
Il suo volto cambiò.
«È papà.»
Alberto scese dall’auto.
Non venne verso la porta.
Aprì invece il bagagliaio ed estrasse la stessa scatola di metallo che Giuliano aveva visto tre giorni prima.
Andrea diventò pallido.
«Quella scatola...»
«Che cos’è?»
Mi guardò.
«Apparteneva a Riccardo.»
Alberto la posò sul cofano e la aprì.
Poi sollevò qualcosa.
Una videocassetta.
Andrea corse verso la porta, ma io lo trattenni.
Fuori, mio padre ci aveva già visti attraverso la finestra.
Prese il telefono.
Il mio cominciò a squillare.
Risposi.
«Che cosa vuoi?»
La sua voce era stranamente calma.
«Hai trovato Andrea. Quindi immagino che ti abbia raccontato la sua versione.»
«Ha i documenti.»
«Documenti che non raccontano tutto.»
«Quattrocentomila euro, Alberto.»
Per la prima volta non lo chiamai papà.
Lui rimase in silenzio.
Poi guardò la videocassetta che teneva in mano.
«Riccardo registrò questa la notte prima di morire.»
Andrea si immobilizzò.
«È impossibile», sussurrò.
Alberto lo sentì.
«No, Andrea. Tuo fratello sapeva che qualcuno lo stava seguendo.»
Il mio cuore accelerò.
«Che cosa c’è nella registrazione?»
Mio padre alzò gli occhi verso di me.
«La prova che io ho mentito per vent’anni.»
Fece una pausa.
«Ma anche la prova che tua madre sa esattamente cosa accadde a Riccardo la notte in cui morì.»
Poi posò la videocassetta nuovamente nella scatola.
«E se vuoi conoscere la verità, Aurora, questa volta dovrai decidere a quale dei tuoi genitori sei pronta a smettere di credere.»







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