Divertimento

Mio Padre Mi Schiaffeggiò Alla Laurea E Mi Chiamò Fallita — Poi Presi Il Microfono E Rivelai Il Segreto Che La Mia Famiglia Nascondeva Da Vent’Anni

«Aurora, ascoltami. Carlo era con me la notte in cui Riccardo morì.»

Poi la linea cadde.

Per un secondo rimasi immobile con il telefono contro l’orecchio. Subito dopo l’ispettore mi strappò quasi l’apparecchio dalle mani.

«Richiamala.»

Lo feci. Una volta. Due. Tre.

Nessuna risposta.

«Mandate una pattuglia all’abitazione dei Valli», ordinò l’ispettore a uno degli agenti.

Alberto si alzò di scatto.

«Carlo è a casa mia?»

«A quanto pare.»


Per la prima volta vidi sul suo volto qualcosa che non avevo ancora visto quel giorno: autentico terrore.

«Dobbiamo andare.»

L’ispettore gli ordinò di restare dov’era.

«Se Carlo Neri è coinvolto, lei non si avvicina.»

Alberto batté una mano sul tavolo.

«Non avete capito! Carlo sa che Vittoria ha conservato qualcosa.»

Mi voltai.

«Che cosa?»

Alberto rimase in silenzio.

«Parla.»


Mi guardò come se stesse decidendo quanto della sua vita fosse ancora possibile salvare.

«Un registro.»

Andrea aggrottò la fronte.

«Quale registro?»

«Quello che Riccardo consegnò a Vittoria la sera dell’incidente.»

Mi si gelò lo stomaco. Pochi minuti prima Alberto aveva detto che Vittoria aveva consegnato qualcosa a Riccardo. Ora emergeva il contrario.

«Hai mentito ancora.»

«Ho visto uno scambio da lontano. Non sapevo chi avesse dato cosa a chi.»

«Ma sapevi del registro.»

«Lo scoprii dopo.»


L’ispettore lo fissò duramente.

«Che cosa contiene?»

Alberto abbassò la voce.

«Operazioni bancarie.»

Carlo Neri, spiegò, aveva gestito per anni patrimoni di clienti facoltosi. Riccardo aveva scoperto trasferimenti effettuati attraverso società collegate ad Alberto, ma non autorizzati da lui. Il denaro dell’assicurazione non era stato il primo movimento sospetto.

«Io avevo debiti», confessò Alberto. «Carlo mi propose un sistema per coprirli temporaneamente.»

Giuliano rise senza alcuna allegria.

«Temporaneamente? Avete rubato per vent’anni.»

Alberto non reagì.

«All’inizio erano piccoli trasferimenti. Poi Carlo iniziò a muovere somme senza nemmeno consultarmi. Quando Riccardo se ne accorse, minacciò di denunciarci entrambi.»


Andrea si avvicinò.

«E pochi giorni dopo morì.»

«Io non l’ho ucciso.»

«Ma Carlo?»

Alberto non rispose.

Quello fu sufficiente.

Partimmo verso casa dei miei genitori dietro la pattuglia. Io viaggiai con Paola e Giuliano. Andrea rimase con l’ispettore per consegnare i documenti.

Durante il tragitto guardavo continuamente il telefono.

Poi arrivò un messaggio.

Da mamma.


Una sola parola.

**Cantina.**

«Fermati», dissi a Paola.

«Cosa?»

«Ha scritto “cantina”.»

Giuliano si voltò.

«La nostra cantina?»

Immediatamente chiamai l’ispettore e gli comunicai il messaggio.

Quando arrivammo, la strada era già occupata da due auto della polizia. La porta principale era aperta.

Un agente ci impedì di entrare.


«La signora Valli sta bene.»

Le gambe quasi mi cedettero.

«E Carlo?»

«Non è qui.»

Vittoria era seduta in cucina, pallida ma illesa. Quando mi vide, mi abbracciò.

Rimasi rigida.

Non ero pronta a ricambiare quell’abbraccio.

Lei lo capì e si staccò.

«Carlo voleva sapere dove fosse il registro.»

«E tu gliel’hai detto?»


«No.»

«Perché ti ha lasciata andare?»

Mamma esitò.

«Perché gli ho detto che lo avevi già tu.»

La fissai incredula.

«Hai mandato un uomo che potrebbe essere coinvolto nella morte di Riccardo dietro di me?»

«Non sapevo cos’altro fare.»

La rabbia mi esplose dentro.

«È sempre questa la tua risposta! Avevi paura. Non sapevi cosa fare. Volevi proteggermi. E ogni volta qualcun altro paga per le tue decisioni.»

Vittoria abbassò la testa.


«Hai ragione.»

Quelle parole non cancellarono nulla.

«Dov’è il registro?»

Indicò il pavimento.

«In cantina.»

Scendemmo insieme all’ispettore. Dietro un vecchio scaffale c’era una nicchia nel muro. Mamma estrasse una scatola avvolta nella plastica.

Dentro trovammo un quaderno nero.

Le prime pagine contenevano date, numeri di conto e trasferimenti. Accanto ad alcune operazioni comparivano le iniziali A.V. e C.N.

Alberto Valli.

Carlo Neri.


Ma nelle ultime pagine appariva una terza sigla.

**V.V.**

Guardai mia madre.

«Vittoria Valli.»

Lei scosse immediatamente la testa.

«Non sono io.»

«Sono le tue iniziali.»

«Lo so.»

L’ispettore continuò a sfogliare il registro.

Accanto a V.V. comparivano trasferimenti enormi, molto precedenti alla mia nascita.


Poi trovò una pagina piegata.

All’interno c’era una fotocopia di un documento societario.

**Valli Vittorio Holding.**

Giuliano impallidì.

«Vittorio... era nostro nonno.»

Il padre di Alberto.

Mi voltai verso mamma.

«Quindi V.V. non significa Vittoria Valli.»

«No.»

Alberto, appena arrivato accompagnato dagli agenti, vide il documento e si fermò sulla porta della cantina.

«Mio padre.»

L’ispettore lo guardò.

«Era coinvolto?»

Alberto si sedette lentamente sul gradino.

«Era lui che aveva iniziato tutto.»

La storia che emerse era più vecchia di noi. Vittorio Valli aveva costruito parte della fortuna familiare attraverso società finanziarie e operazioni poco trasparenti. Carlo, allora giovane impiegato bancario, lo aveva aiutato. Anni dopo Alberto aveva ereditato non soltanto le attività del padre, ma anche i suoi debiti nascosti.

«Riccardo scoprì tutto», disse Alberto.

«Perché?» domandai.

«Perché una delle società aveva usato il suo nome.»

Era lo stesso schema che anni dopo avrebbero usato con me.

Sentii nausea.

«Quindi la mia frode era soltanto una continuazione.»

Alberto annuì.

L’ispettore arrivò all’ultima pagina.

C’era una frase scritta a mano da Riccardo.

**Se mi succede qualcosa, cercate il rapporto M-18. Carlo sa cosa significa.**

L’ispettore prese immediatamente il telefono.

«Provinciale 18», disse Andrea quando gli lessero la frase. «La strada dell’incidente.»

Ma mamma improvvisamente si coprì la bocca.

«No.»

La guardai.

«Che c’è?»

«M-18 non è una strada.»

Tutti si voltarono verso di lei.

«Riccardo me lo disse quella notte. M significava Mantovani.»

Pensai al direttore della banca.

Sergio Mantovani.

«Il direttore?»

Mamma annuì.

«Suo padre lavorava nell’officina che esaminò l’auto di Riccardo.»

La stanza precipitò nel silenzio.

L’ispettore telefonò immediatamente alla banca.

Nessuna risposta.

Poi ricevette una comunicazione dalla centrale.

Carlo Neri era stato localizzato.

Non stava scappando dalla città.

Era diretto proprio alla banca.

Quando arrivammo, Sergio Mantovani era già nel parcheggio insieme alla polizia. Carlo era stato fermato vicino all’ingresso dell’archivio.

Non opponeva resistenza.

Aveva settant’anni, capelli radi e un cappotto scuro. Quando mi vide, sorrise amaramente.

«Sei identica a Riccardo.»

Mi fermai.

«Lei era con lui quella notte.»

Carlo guardò Vittoria.

«Finalmente hai parlato.»

L’ispettore gli mostrò il registro.

Il volto di Carlo cambiò.

«Dove avete trovato quello?»

«Risponda alla domanda.»

Carlo rimase in silenzio.

Poi disse:

«Non ho ucciso Riccardo.»

Alberto fece un passo avanti.

«Allora chi ha manomesso i freni?»

Carlo lo guardò.

«Nessuno.»

Andrea, appena arrivato, impallidì.

«Il meccanico trovò un’anomalia.»

«Sì. Ma non era stata provocata.»

Carlo indicò Mantovani.

«Suo padre lo dimostrò.»

Sergio sembrava sconvolto.

«Mio padre morì quindici anni fa.»

«Ma conservò il rapporto originale.»

«Dov’è?» chiese l’ispettore.

Sergio ci condusse nell’archivio storico. Dopo quasi venti minuti trovammo una cartella contrassegnata M-18.

Dentro c’era il rapporto tecnico.

I freni presentavano un difetto, ma compatibile con usura e mancata manutenzione. Nessun sabotaggio.

Andrea chiuse gli occhi.

Riccardo era davvero morto in un incidente.

Ma il fascicolo conteneva qualcos’altro.

Una dichiarazione firmata da Carlo il giorno successivo.

L’ispettore la lesse.

Carlo aveva seguito Riccardo quella notte per recuperare il registro. Aveva raggiunto il luogo dell’incidente pochi minuti dopo lo schianto.

«Perché non chiamò subito i soccorsi?» domandò l’ispettore.

Carlo abbassò gli occhi.

«Li chiamai.»

«Dopo diciassette minuti.»

Silenzio.

«Che cosa fece in quei diciassette minuti?»

Carlo guardò me.

Poi Alberto.

Infine Vittoria.

«Presi qualcosa dall’auto.»

Il mio cuore accelerò.

«Il registro?»

«No. Vittoria lo aveva già ricevuto.»

«Allora cosa?»

Carlo chiuse gli occhi.

«Una lettera che Riccardo aveva scritto ad Aurora.»

Sentii il pavimento mancarmi sotto i piedi.

«Dov’è?»

Carlo infilò lentamente una mano nella tasca interna del cappotto. Gli agenti si irrigidirono, ma lui estrasse soltanto una vecchia busta ingiallita.

Sul davanti c’era scritto il mio nome.

**Aurora.**

La grafia era la stessa che avevo visto sui documenti di Riccardo.

«Perché l’ha tenuta per otto anni?»

Carlo mi porse la busta.

«Perché quella lettera dimostra che Riccardo aveva scoperto qualcosa che nessuno di voi conosce ancora.»

Aprii la busta.

Le prime righe erano per me.

Ma a metà pagina compariva il nome di Giuliano.

Alzai lentamente gli occhi verso mio fratello.

Lui era diventato bianco.

Continuai a leggere.

Poi trovai una frase sottolineata due volte da Riccardo:

**Aurora, se il test che Elena ha fatto in segreto è corretto, tu e Giuliano non siete figli dello stesso padre. Ma nemmeno Giuliano è figlio di Alberto.**

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