Divertimento

Mio Padre Mi Schiaffeggiò Alla Laurea E Mi Chiamò Fallita — Poi Presi Il Microfono E Rivelai Il Segreto Che La Mia Famiglia Nascondeva Da Vent’Anni

«E se vuoi conoscere la verità, Aurora, questa volta dovrai decidere a quale dei tuoi genitori sei pronta a smettere di credere.»

Quelle parole mi fecero più male dello schiaffo. Guardai Alberto attraverso la finestra della casa di Andrea. Era fermo accanto all’auto, la scatola di metallo sul cofano e la videocassetta stretta nella mano destra. Per ventitré anni lo avevo chiamato papà. Quella mattina mi aveva umiliata davanti a centinaia di persone; poche ore dopo avevo scoperto che aveva sottratto denaro destinato a me, nascosto l’identità del mio padre biologico e forse falsificato documenti per centinaia di migliaia di euro. Non esisteva più alcuna ragione per fidarmi di lui.

Ma c’era una cosa che continuava a tormentarmi.

Perché aveva portato quella videocassetta invece di distruggerla?

«Entrate», dissi al telefono.

Andrea mi afferrò il polso.

«Aurora, non farlo.»

«Se Alberto avesse voluto eliminare quella registrazione, avrebbe avuto anni per farlo.»

Giuliano mi guardò.

«Potrebbe essere una trappola.»


«Probabile. Ma voglio sentirlo parlare davanti a tutti.»

Paola chiamò l’ispettore e gli comunicò dove ci trovavamo. Alberto accettò di entrare soltanto dopo che gli dissi che la polizia era già stata avvertita.

Quando varcò la porta, Andrea gli andò incontro.

«Hai avuto il coraggio di venire qui.»

Alberto lo ignorò. Posò la scatola sul tavolo e guardò me.

«Prima guardiamo il video.»

Andrea recuperò un vecchio videoregistratore da un mobile. Quando inserì la cassetta, sul televisore apparvero disturbi e linee grigie. Poi l’immagine si stabilizzò.

Riccardo Moretti era seduto dentro un’auto.

Questa volta non poteva essere Andrea. Sul sopracciglio sinistro vidi la piccola cicatrice presente nelle fotografie.

Sul display della videocamera compariva una data.


La notte precedente alla sua morte.

«Se qualcuno trova questa registrazione», disse Riccardo, «significa che non sono riuscito a consegnare i documenti a Elena.»

Mi avvicinai allo schermo.

Riccardo mostrò una cartellina.

«Ho scoperto che Alberto Valli ha utilizzato la mia firma per modificare alcuni documenti relativi ad Aurora. Ma non è tutto. Sei giorni fa qualcuno ha cambiato il beneficiario della mia assicurazione sulla vita.»

Alberto abbassò lo sguardo.

Riccardo continuò.

«La società indicata appartiene indirettamente ad Alberto. Domani incontrerò Vittoria. Lei mi ha detto di avere qualcosa che dimostra chi ha effettuato la modifica.»

Mi voltai verso Alberto.

«Mamma doveva incontrarlo.»


«Continua a guardare.»

Nel video Riccardo inspirò profondamente.

«Vittoria dice di voler finalmente raccontare tutto ad Aurora. Non so se crederle. Alberto mi ha minacciato più volte, ma devo chiarire una cosa: se dovesse succedermi qualcosa, non significa automaticamente che sia stato lui.»

Quella frase mi confuse.

Poi Riccardo aggiunse:

«Perché c’è qualcun altro che ha interesse a far sparire quei documenti.»

L’immagine tremò.

Riccardo pronunciò un nome, ma proprio in quel punto l’audio scomparve. Pochi secondi dopo la registrazione terminò.

Andrea si voltò furioso verso Alberto.

«Hai cancellato quella parte.»


«No.»

«Sei l’unico che aveva la cassetta!»

Alberto aprì la scatola e tirò fuori una seconda busta.

«L’ho trovata così.»

«Dove?» chiesi.

«Nell’archivio della banca.»

Finalmente capii perché era tornato lì tre giorni prima.

Alberto raccontò che, dopo aver lavorato per anni nella filiale, sapeva dell’esistenza di un vecchio deposito intestato a Riccardo. Undici mesi prima aveva svuotato la cassetta 317 perché aveva scoperto che Elena aveva lasciato a me il diritto di accedervi dopo la laurea. Aveva preso documenti che provavano le falsificazioni finanziarie.

«Quindi ammetti di averli rubati.»

«Sì.»


La semplicità della risposta mi spiazzò.

«E ammetti di aver preso i soldi del fondo?»

Alberto esitò.

«Una parte.»

Giuliano scoppiò.

«Una parte? Mi hai finanziato con i soldi di Aurora!»

«Per salvare la famiglia.»

«No», dissi. «Per salvare te stesso.»

Alberto non replicò.

Poi indicò la videocassetta.


«Ma non ho ucciso Riccardo.»

Andrea fece un passo verso di lui.

«Nessuno aveva detto quella parola.»

Silenzio.

Alberto comprese troppo tardi il proprio errore.

«Che cosa successe quella notte?» domandai.

Si sedette.

Per la prima volta sembrava un uomo vecchio.

«Seguii Riccardo.»

Andrea serrò i pugni.


«Perché?»

«Volevo riprendere i documenti.»

Alberto raccontò di averlo visto incontrare Vittoria in un parcheggio fuori città. Litigarono. Mia madre consegnò qualcosa a Riccardo. Poi lui ripartì.

«Io lo seguii per qualche chilometro. Poi rinunciai.»

«E poche ore dopo morì.»

«Sì.»

«Conveniente.»

Alberto alzò gli occhi.

«Il suo incidente avvenne sulla provinciale 18. La polizia concluse che aveva perso il controllo dell’auto.»

Andrea scosse la testa.


«Per anni hai fatto di tutto per farci credere che fosse un incidente.»

«Perché pensavo che lo fosse.»

Quella parola mi colpì.

«Pensavi?»

Alberto estrasse dalla busta una fotografia.

Mostrava l’auto distrutta di Riccardo. Non c’era nulla di evidente finché Alberto indicò una zona vicino alla ruota anteriore.

«Due anni dopo incontrai per caso il meccanico che aveva esaminato la macchina. Mi disse che aveva segnalato un’anomalia ai freni. La nota non comparve mai nel rapporto finale.»

Andrea impallidì.

«Perché non hai denunciato tutto?»

Alberto rise amaramente.


«Perché sarei stato il primo sospettato. Avevo minacciato Riccardo. Lo avevo seguito. Avevo falsificato documenti. E tre settimane dopo la sua morte la mia società ricevette quattrocentomila euro.»

«Quindi hai taciuto.»

«Sì.»

«E hai tenuto i soldi.»

Alberto abbassò lo sguardo.

«Sì.»

Provai un disgusto difficile da descrivere. Anche se non aveva causato la morte di Riccardo, aveva approfittato della sua morte.

In quel momento arrivarono l’ispettore e due agenti. Presero la videocassetta, i documenti di Andrea e la dichiarazione preliminare di Alberto.

Stavano per portarlo via per ulteriori accertamenti quando il mio telefono squillò.

Mamma.


Risposi.

«Aurora, dove sei?»

«Da Andrea.»

Silenzio.

«Alberto è lì?»

«Sì.»

Il suo respiro diventò affannoso.

«Non credere a quello che ti dice.»

«Ho visto la registrazione di Riccardo.»

Vittoria smise di parlare.

«Sapeva che doveva incontrarti la notte prima di morire.»

«Aurora...»

«Che cosa gli hai consegnato?»

Sentii mia madre piangere.

«Una copia della modifica dell’assicurazione.»

«Chi l’aveva fatta?»

Silenzio.

«Mamma.»

«Non Alberto.»

Guardai l’uomo che per tutta la vita avevo chiamato padre.

«Chi, allora?»

Prima che Vittoria potesse rispondere, sentii bussare violentemente alla sua porta attraverso il telefono.

Tre colpi.

Poi altri due.

«Chi c’è?» gridò mia madre.

Una voce maschile rispose qualcosa che non riuscii a distinguere.

Vittoria emise un piccolo gemito.

«No.»

«Mamma, chi è?»

Non rispose.

Sentii dei passi.

Poi la sua voce tornò, bassissima.

«Aurora, ricordi Carlo Neri? L’uomo della banca che ha fatto entrare Alberto nella cassetta di Elena?»

L’ispettore si voltò immediatamente verso di me.

«Sì.»

«Non era soltanto un collega di tuo padre.»

La porta di casa si aprì.

«Era la persona che gestiva tutti i conti di Riccardo.»

Sentii una voce maschile molto vicina al telefono.

«Vittoria, chiudi quella chiamata.»

Mia madre cominciò a piangere.

«Aurora, ascoltami. Carlo era con me la notte in cui Riccardo morì.»

Poi la linea cadde.

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