Il carabiniere tese la mano.
«Il telefono. Adesso.»
Edoardo non si mosse.
Per un istante vidi sul suo volto qualcosa che non avevo mai visto durante il nostro matrimonio.
Non rabbia.
Non arroganza.
Panico.
Poi le sue dita si allentarono lentamente e il telefono passò nelle mani dell'appuntato.
«Chi è il dottor Bellini?» chiese mio padre.
Edoardo guardò altrove.
Margherita rispose al posto suo.
«Un medico.»
«Questo l'avevamo capito», disse Moretti. «Quale medico?»
Lei serrò le labbra.
Il carabiniere scorse rapidamente lo schermo senza aprire altro.
«Il messaggio resta qui. Il dispositivo viene acquisito.»
Edoardo si voltò verso di me.
«Chiara, ascoltami. Non sai cosa stai facendo.»
Quella frase mi fece quasi sorridere.
Per mesi era stata la sua arma preferita.
Non sai cosa ricordi.
Non sai cosa firmi.
Non sai cosa è meglio per te.
Quella mattina, invece, ero l'unica persona nella stanza che finalmente sapeva esattamente cosa voleva.
«Voglio andare in ospedale.»
Mio padre mi sostenne mentre uscivamo dalla camera.
Passai accanto a Margherita senza guardarla.
Lei mi afferrò il gomito.
Non forte.
Non abbastanza da lasciare un altro segno.
Ma il mio corpo reagì prima della mente.
Mi irrigidii.
Mio padre si voltò immediatamente.
«Le tolga la mano di dosso.»
Margherita mi lasciò.
«Volevo solo parlarle.»
«Ha avuto mesi per farlo», rispose lui.
Scendemmo le scale lentamente.
Ogni gradino mi ricordava quanto fossi debole.
Non sapevo se per la gravidanza, per i lividi o per quelle compresse.
Fuori dalla villa c'erano già due auto dei carabinieri.
Mi sembrò assurdo vedere il sole.
Il cielo era limpido, Roma continuava a muoversi, qualcuno passeggiava con un cane dall'altra parte della strada.
Per mesi avevo creduto che il mondo intero si fosse chiuso dentro quella casa.
Invece era sempre rimasto lì.
Ero stata io a non poterlo raggiungere.
All'ospedale mi portarono direttamente in ostetricia.
Mio padre rimase con me fino a quando un'infermiera gli chiese di aspettare fuori durante i primi esami.
Per un attimo mi aggrappai alla sua mano.
«Papà.»
Lui si fermò.
«E se c'è qualcosa che non va?»
Il suo volto si addolcì.
«Allora lo affronteremo.»
«E se è colpa mia per aver preso quelle pillole?»
La sua risposta arrivò senza esitazione.
«No.»
Abbassò la voce.
«Non trasformare ciò che ti hanno fatto in una colpa tua.»
Quando uscì, chiusi gli occhi.
Poco dopo entrò una ginecologa che non avevo mai visto prima.
Si chiamava dottoressa Elena Rinaldi.
Non fece domande davanti ad altri.
Aspettò che fossimo sole.
Poi mi disse:
«Qui nessuno parlerà per lei.»
Quelle sei parole mi fecero quasi piangere.
Le raccontai tutto.
Le pillole.
Le visite annullate.
Le chiamate di Margherita.
Le volte in cui Edoardo aveva insistito per entrare durante i colloqui.
Le dissi anche che non sapevo esattamente cosa stessi assumendo.
La dottoressa ordinò analisi del sangue, monitoraggio fetale e una valutazione tossicologica.
«Il bambino, per ora, ha un battito regolare», mi disse dopo aver controllato lo schermo.
Sentii il petto cedere.
Non mi ero resa conto di stare trattenendo il respiro.
«Per ora?»
«Significa che quello che vedo adesso è rassicurante. Voglio essere precisa, non spaventarla.»
Annuii.
Per la prima volta da mesi qualcuno mi parlava senza trattarmi come una bambina.
Dopo quasi un'ora, mio padre rientrò insieme a Moretti.
Aveva il volto teso.
«Hanno identificato Bellini.»
Mi sollevai leggermente.
«Chi è?»
Moretti rispose.
«Uno psichiatra privato.»
La parola mi attraversò come ghiaccio.
«Io non ho mai visto uno psichiatra.»
«È questo il problema.»
Posò alcune fotocopie sul tavolino.
«Bellini risulta aver firmato almeno due relazioni in cui descrive episodi di instabilità emotiva, paranoia e incapacità progressiva di prendere decisioni consapevoli.»
Lo fissai.
«Senza avermi visitata?»
«Questo dobbiamo accertarlo.»
Mio padre aggiunse:
«Il messaggio sul telefono di Edoardo fa pensare che Bellini stesse cercando di eliminare qualcosa proprio dopo l'arrivo dei carabinieri.»
Il mio stomaco si strinse.
«Quindi stavano costruendo davvero un dossier.»
Moretti annuì.
«Sì.»
Rimasi in silenzio.
Una parte di me aveva sperato che, una volta uscita dalla villa, tutto sarebbe diventato più semplice.
Un marito violento.
Una suocera manipolatrice.
Registrazioni.
Lividi.
Ma ogni documento trasformava quella storia in qualcosa di più organizzato.
Poi la dottoressa Rinaldi rientrò.
Aveva in mano un foglio.
«Abbiamo un primo risultato.»
Mi guardò direttamente.
«Nel sangue sono presenti tracce compatibili con un sedativo.»
Mio padre irrigidì la mascella.
«Quanto?»
«Non posso ancora stabilire la dose complessiva né da quanto tempo venga assunto. Serviranno altri esami.»
«Può essere pericoloso per il bambino?» chiesi.
«Dipende dal farmaco, dalla dose e dalla durata dell'esposizione. Per il momento il monitoraggio è rassicurante.»
Si fermò.
«Ma c'è un altro elemento che devo chiederle.»
Sentii immediatamente paura.
«Cosa?»
«Ha mai firmato un consenso perché suo marito ricevesse informazioni mediche dettagliate sulla gravidanza?»
«No.»
La dottoressa mi mostrò un documento.
In fondo c'era una firma.
Sembrava la mia.
Quasi perfetta.
«Questo risulta depositato nella sua cartella.»
Moretti si avvicinò.
«Posso?»
La dottoressa gli passò il foglio.
Lui lo studiò.
Poi estrasse dalla propria cartella la procura falsa.
Posò i due documenti uno accanto all'altro.
Le firme avevano la stessa inclinazione.
Lo stesso modo sbagliato di chiudere la lettera finale del mio cognome.
«Sono state imitate dalla stessa persona», mormorai.
Moretti non rispose subito.
«È possibile.»
Mio padre mi guardò.
«Riesci a pensare a qualcuno che avesse accesso frequente alla tua firma originale?»
Stavo per dire Edoardo.
Poi ricordai qualcosa.
Mia madre mi aveva lasciato decine di documenti.
Atti.
Lettere.
Vecchie autorizzazioni.
E dopo la sua morte, una persona aveva gestito per mesi ogni pratica amministrativa insieme a me.
Margherita.
No.
Non Margherita.
Qualcun altro.
Guardai Moretti.
«Il fondo fiduciario.»
Lui aggrottò la fronte.
«Cosa?»
«Chi aveva accesso ai documenti originali prima che lei diventasse fiduciario operativo?»
Il suo volto cambiò.
Non molto.
Ma abbastanza.
«Chiara…»
«Chi?»
Moretti si sedette lentamente.
«Tua madre aveva nominato due persone nella struttura iniziale del fondo.»
La stanza sembrò inclinarsi.
«Lei e chi altro?»
Lui esitò.
Mio padre smise di respirare per un istante.
Poi Moretti disse il nome.
«Il padre di Edoardo.»
Rimasi immobile.
Non lo vedevo da quasi due anni.
Avevo sempre creduto che fosse soltanto un uomo distante, estraneo ai problemi della nostra famiglia.
Ma all'improvviso capii perché Edoardo conosceva dettagli sul patrimonio che io stessa ignoravo.
E soprattutto capii una cosa molto peggiore.
Quello che stava succedendo non era iniziato durante la mia gravidanza.
Era iniziato molto prima che Edoardo mi mettesse le mani addosso.
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