Divertimento

Mio Padre Sollevò La Coperta E Mio Marito Impallidì: I Lividi Che Avevo Nascosto Stavano Per Parlare

La mattina successiva non mi svegliò il dolore.

Mi svegliò il silenzio.

Per la prima volta dopo mesi non c'era nessuno davanti alla porta della mia stanza pronto a controllare chi chiamavo, cosa dicevo o quanto tempo impiegavo a rispondere.

Mio padre dormiva su una sedia accanto alla finestra.

Aveva ancora la giacca del giorno prima piegata sulle ginocchia.

Quando aprii gli occhi, però, si svegliò immediatamente.

«Come stai?»

Posai una mano sulla pancia.

Il bambino si mosse quasi subito.

«Meglio.»


Riccardo annuì, ma capii che aveva qualcosa da dirmi.

«Hanno trovato Bellini.»

Mi sollevai contro i cuscini.

«Dove?»

«Non era fuggito lontano. Era in un appartamento intestato a un parente, fuori Roma.»

«Ha parlato?»

Mio padre esitò.

«Sì.»

Quella risposta mi fece più paura di qualsiasi silenzio.

Poco dopo arrivarono Moretti e un ufficiale dei carabinieri che avevo già visto alla villa.


Posarono sul tavolino una cartellina molto più sottile di quelle dei giorni precedenti.

Eppure fu quella a contenere le cose peggiori.

«Bellini sostiene di non averti mai visitata», disse l'ufficiale.

Lo guardai senza riuscire a parlare.

«Ha ammesso di aver firmato le relazioni sulla tua presunta instabilità basandosi sulle informazioni fornite da Edoardo e Margherita.»

Mio padre strinse i pugni.

«Perché?»

«Denaro.»

Moretti aggiunse:

«Edoardo gli aveva promesso altri pagamenti se la procedura per l'amministrazione di sostegno fosse andata avanti.»


Sentii una nausea fredda risalirmi nello stomaco.

«Le pillole?»

L'ufficiale sfogliò una pagina.

«Bellini sostiene di aver indicato un sedativo a Edoardo, ma non nelle modalità in cui le è stato somministrato.»

«Quindi sta cercando di salvarsi.»

«Sta cercando di ridurre la propria responsabilità», rispose mio padre.

Era diverso.

Ed era importante.

Per mesi avevo vissuto in una casa in cui ogni parola veniva trasformata in qualcos'altro.

Adesso volevo soltanto chiamare le cose con il loro nome.


«E Alberto Conti?»

L'ufficiale scambiò uno sguardo con Moretti.

«Abbiamo riscontri sui contatti tra Alberto ed Edoardo.»

Estrasse alcune pagine.

«Telefonate. Messaggi. Trasferimenti di documenti.»

Il mio cuore accelerò.

«Quindi sapeva del fondo.»

Moretti annuì.

«Conosceva la struttura iniziale. Non aveva più alcun diritto di accedervi, ma sapeva quali condizioni avrebbero potuto rendere necessaria una gestione esterna del patrimonio.»

«E ha spiegato tutto a suo figlio.»


«È quello che gli investigatori stanno verificando.»

L'ufficiale indicò una data.

Diciannove giugno.

La stessa data della procura falsa.

«Quella mattina Alberto ha parlato con Edoardo tre volte.»

Poi indicò un'altra data.

«Il giorno in cui Bellini ha prodotto la prima relazione, ci sono stati altri due contatti.»

Infine arrivò alla data prevista del parto.

Accanto c'era la trascrizione di un messaggio recuperato dal telefono di Edoardo.

**Dopo la nascita non improvvisare. Prima Bellini, poi il giudice.**


Mittente: Alberto Conti.

Chiusi gli occhi.

Non era più un sospetto.

Non era più una coincidenza.

La gravidanza era stata trasformata in un calendario.

Ogni visita.

Ogni certificato.

Ogni compressa.

Ogni volta che Margherita mi aveva detto che ero troppo fragile per uscire.

Tutto conduceva a quel momento.


La nascita di mio figlio.

«Che cosa sarebbe successo dopo?» chiesi.

Questa volta nessuno evitò la risposta.

Moretti parlò piano.

«Bellini avrebbe prodotto una relazione sostenendo che dopo il parto le tue condizioni psicologiche erano peggiorate.»

Sentii la gola chiudersi.

«Edoardo avrebbe presentato la richiesta urgente per diventare tuo amministratore.»

«E il fondo?»

«Avrebbe cercato di ottenere il potere di operare in tuo nome.»

Guardai mio padre.


«E io?»

Fu l'ufficiale a rispondere.

«Abbiamo trovato anche una prenotazione preliminare presso una struttura privata.»

Il sangue mi si gelò.

«Quale struttura?»

«Una clinica fuori Roma.»

«Perché?»

Lui abbassò leggermente la voce.

«Il documento parla di ricovero temporaneo per grave instabilità post-partum.»

Mi portai entrambe le mani alla pancia.


Finalmente capii quella frase registrata.

Una volta nato il bambino, non avremo bisogno che Chiara rimanga cosciente ancora per molto.

Non significava che avessero progettato di uccidermi.

Era qualcosa di molto più semplice.

E proprio per questo terribile.

Volevano farmi sparire legalmente.

Una donna sedata in una clinica.

Un marito rispettabile che spiegava a tutti quanto fosse malata.

Una suocera premurosa che si occupava del neonato.

Un medico disposto a firmare.


E un patrimonio amministrato da altri.

«Voglio sapere una cosa», dissi.

«Cosa?» chiese mio padre.

«Margherita continua a dire che è stato tutto Edoardo?»

L'ufficiale annuì.

«Sostiene di aver creduto che le tue condizioni fossero realmente gravi.»

Quasi risi.

«Avete la registrazione.»

«Sì.»

«Quella in cui parla di tenermi sedata.»

«Sì.»

«Allora voglio che ascoltiate anche le altre.»

Presi il mio registratore dal cassetto.

La sera precedente i carabinieri mi avevano restituito una copia digitale dei file.

Scorsi le date.

Una registrazione mi aveva perseguitata per settimane.

Non avevo mai avuto il coraggio di riascoltarla.

Premetti play.

La voce di Margherita riempì la stanza.

«Devi smettere di lasciarti provocare da lei, Edoardo. I lividi complicano tutto.»

Poi la voce di mio marito.

«Non riesco più a controllarla.»

Margherita rispose:

«Allora controlla te stesso. Mancano poche settimane. Dopo il parto potremo farlo senza bisogno della sua collaborazione.»

Nessuno parlò.

Continuai a fissare il registratore.

Per mesi avevo pensato che quelle registrazioni fossero soltanto il mio modo di dimostrare che non ero pazza.

Non avevo capito che stavo documentando un piano.

Mio padre si avvicinò e mi strinse la mano.

L'ufficiale raccolse il dispositivo.

«Questa registrazione cambia molto.»

Nel pomeriggio arrivò un'altra notizia.

Il comando di Edoardo aveva disposto la sua sospensione cautelare dalle funzioni mentre l'indagine interna procedeva.

Quando me lo dissero non provai soddisfazione.

Provai sollievo.

L'uniforme che aveva usato per costruirsi una reputazione non avrebbe più potuto proteggerlo.

Ma l'ultima notizia arrivò poco prima del tramonto.

Moretti entrò nella stanza con il telefono ancora in mano.

«Alberto Conti è stato rintracciato.»

Mio padre si alzò.

«Ha parlato?»

«Ha chiesto un avvocato.»

Moretti guardò me.

«Ma prima di farlo ha detto una sola cosa.»

Sentii il bambino muoversi sotto la mia mano.

«Che cosa?»

Moretti esitò.

«Ha detto che Edoardo avrebbe dovuto attenersi al piano e che Margherita aveva rovinato tutto.»

Rimasi immobile.

Non perché fossi sorpresa.

Ma perché finalmente nessuno di loro poteva più fingere che fossi stata io a immaginare tutto.

Il piano esisteva.

Le prove esistevano.

E adesso anche loro avevano cominciato a puntarsi il dito l'uno contro l'altro.

La mattina seguente la Procura avrebbe deciso quali misure richiedere nei loro confronti.

E per la prima volta da mesi non avevo paura di ciò che sarebbe successo quando si fosse aperta quella porta.

Avevo paura soltanto di quanto vicino fossero arrivati a vincere.

**Continua — clicca sulla Parte 9 per leggere il finale.**

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