L'avvocato Ferri girò lentamente il telefono verso di me.
L'immagine era granulosa, illuminata soltanto dai lampioni della strada e dalla luce sopra il garage.
Ma non c'era bisogno di ingrandirla.
Riconobbi immediatamente l'uomo che stava scendendo dall'auto.
Mio padre.
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
Non dolore.
Quello ormai aveva superato qualsiasi misura.
Era la sensazione di rendermi conto che ogni risposta stava soltanto aprendo una porta verso qualcosa di peggiore.
«Tu.»
Mio padre abbassò lo sguardo.
Mia madre si lasciò cadere sulla sedia.
Giuliano invece rimase completamente immobile.
«Papà?» disse.
Il tono della sua voce non conteneva sorpresa.
Conteneva paura.
Ferri fece partire il filmato.
Mio padre arrivava davanti a casa alle ventidue e cinquantadue.
Parcheggiava dall'altro lato della strada.
Prima di scendere, rimaneva nell'auto quasi due minuti, apparentemente al telefono.
Poi attraversava il vialetto.
Nella mano destra teneva qualcosa.
Una chiave.
«Da dove veniva quella?» chiesi.
Mio padre non rispose.
Guardai mia madre.
Lei cominciò lentamente a scuotere la testa.
«Io non sapevo che sarebbe andato lì.»
«Non ti ho chiesto questo.»
Mi avvicinai.
«Quante chiavi della mia casa avevate?»
«Elena...»
«Quante?»
Giuliano parlò prima di lei.
«Due.»
Mio padre gli lanciò uno sguardo furioso.
Mi voltai verso mio fratello.
«Due?»
Giuliano indicò il sacchetto trasparente contenente la chiave che gli era caduta dalla tasca.
«Quella e un'altra.»
Guardai di nuovo mio padre.
Finalmente capii.
La chiave di riserva non era semplicemente scomparsa dal cassetto della cucina.
Qualcuno l'aveva presa.
E qualcuno ne aveva fatto una copia.
«Da quanto tempo entravate nella mia casa senza che io lo sapessi?»
«Non entravamo in casa», disse mio padre.
«Solo nel garage.»
Quella risposta mi fece quasi ridere.
«Ah. Allora va tutto bene.»
«Marco teneva lì i documenti.»
«I vostri documenti.»
Mio padre strinse le labbra.
Ferri continuava a osservare il filmato.
«Aspettate.»
Ingrandì un fotogramma.
Mio padre entrava nel garage.
Passavano circa sei minuti.
Quando ricompariva nell'inquadratura, teneva sotto il braccio una cartellina.
Ma non usciva.
Si fermava.
Poi tornava indietro.
La telecamera riusciva a inquadrare solo una porzione dell'interno del garage.
Nondimeno si vedevano chiaramente le sue gambe accanto all'auto di Marco.
Si abbassò.
Rimase fuori vista per quasi tre minuti.
Sentii il respiro di mia madre spezzarsi.
«Che cosa stavi facendo?»
Mio padre alzò la voce.
«Niente.»
«Sei rimasto accovacciato accanto alla macchina per tre minuti.»
«Mi era caduto qualcosa.»
«Cosa?»
Silenzio.
Ferri mise in pausa il filmato.
«Signor Rossi, credo che sarebbe meglio non inventare risposte.»
Mio padre puntò un dito contro di lui.
«Lei non sa cosa è successo.»
«Esatto.»
Ferri non si mosse.
«Ed è precisamente per questo che le autorità vorranno saperlo.»
Giuliano fece improvvisamente un passo verso nostro padre.
«Tu mi avevi detto che avresti soltanto recuperato la cartellina.»
Mio padre si voltò di scatto.
«E tu mi avevi detto che non avevi toccato niente.»
«Non ho toccato niente.»
«Hai aperto il cofano!»
«Per cercare i documenti!»
«I documenti non erano nel motore, idiota.»
Rimasi a fissarli.
Loro continuarono a discutere per alcuni secondi prima di accorgersi del silenzio della stanza.
Ferri fu il primo a parlare.
«Quindi entrambi sapevate che qualcun altro sarebbe entrato nel garage quella notte.»
Giuliano chiuse la bocca.
Mio padre impallidì.
Mia madre cominciò a piangere.
«Dovevate soltanto convincerlo.»
Mi voltai verso di lei.
«Convincere Marco di cosa?»
Lei si coprì il viso.
«Mamma.»
«Marco aveva scoperto tutto.»
Quelle parole furono appena un sussurro.
Mio padre colpì il tavolo.
«Basta.»
Ma io non lo guardavo più.
«Scoperto cosa?»
Mia madre alzò gli occhi.
Sembrava improvvisamente molto più vecchia.
«Che i quarantamila euro non erano l'unico problema.»
Giuliano si passò una mano tra i capelli.
«Non farlo.»
«Ormai non serve più proteggerlo.»
Mia madre guardò me.
«Per anni tuo padre ha coperto i debiti di Giuliano.»
«Lo so.»
«No.»
Scosse la testa.
«Non sai come.»
Sentii un gelo salirmi lungo la schiena.
Mio padre si avvicinò a lei.
«Stai zitta.»
Ferri si mise tra loro.
«Non la tocchi.»
Mia madre continuò.
«Quando le banche hanno smesso di concedere credito a Giuliano, tuo padre ha cominciato a usare altre garanzie.»
«Quali garanzie?»
Lei non riusciva a guardarmi.
Fu allora che capii.
«Le mie?»
Nessuno disse nulla.
Mi sembrò di sentire la voce di Marco.
Non una frase precisa.
Solo tutte quelle volte in cui mi aveva chiesto perché i miei genitori volessero così spesso copie dei miei documenti.
La carta d'identità.
Le dichiarazioni dei redditi.
I documenti relativi alla casa.
Io gli avevo sempre risposto la stessa cosa.
Sono la mia famiglia.
«Avete usato il mio nome.»
Mia madre scoppiò in lacrime.
Mio padre disse rapidamente:
«Non hai mai perso un euro.»
«Non era questa la domanda.»
«Era temporaneo.»
«Che cosa avete firmato a mio nome?»
Nessuna risposta.
Ferri guardò mio padre.
Poi Giuliano.
«Marco lo aveva scoperto?»
Mia madre annuì.
«Tre settimane prima dell'incidente.»
Mi aggrappai al bordo del tavolo.
All'improvviso ricordai quanto Marco fosse diventato silenzioso in quelle ultime settimane.
Le telefonate che interrompeva quando entravo nella stanza.
Le sere passate davanti al computer.
Io avevo pensato fosse lavoro.
Avevo pensato che ci sarebbe stato tempo per chiedergli cosa lo preoccupasse.
Tempo.
Quella parola ormai mi sembrava una crudeltà.
Ferri aprì nuovamente la busta.
«Questo spiega una cosa.»
Estrasse un foglio che non mi aveva ancora mostrato.
Era una copia di una mail inviata da Marco al suo studio legale due giorni prima dell'incidente.
C'erano poche righe.
Ma una frase era evidenziata.
**Credo che abbiano utilizzato la firma di Elena senza il suo consenso. Domani vi porterò gli originali. Se dovesse succedermi qualcosa prima dell'incontro, controllate il deposito numero 317.**
«Che deposito?» chiesi.
Ferri mi guardò.
«Non lo sappiamo ancora.»
Giuliano fece un passo indietro.
Mio padre diventò bianco.
E fu quello che mi fece capire che almeno uno di loro, invece, sapeva esattamente di cosa stessimo parlando.
Prima che potessi fare un'altra domanda, qualcuno bussò alla porta.
Tre colpi brevi e decisi.
Ferri guardò verso l'ingresso.
«Li aspettavo.»
Aprii.
Sul pianerottolo c'erano due carabinieri.
Uno mostrò il tesserino.
Poi guardò oltre la mia spalla, direttamente verso mio padre e Giuliano.
«Dobbiamo fare alcune domande sulla morte di Marco e Maia.»
Dietro di me sentii una sedia rovesciarsi.
Quando mi voltai, Giuliano non era più vicino al tavolo.
Stava correndo verso la porta sul retro.
**Continua — clicca sulla Parte 6 per continuare a leggere.**







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