Divertimento

Saltarono il funerale di mio marito e mia figlia per una vacanza, poi tornarono a chiedermi 40.000 euro

Per alcuni secondi riuscii soltanto a fissare quella frase.

**Giuliano ha già provato una volta a farmi avere un incidente.**

La grafia era di Marco.

Non c'era alcun dubbio.

Le lettere diventavano sempre più sfocate mentre le lacrime mi riempivano gli occhi.

«Quando?» riuscii a chiedere.

Ferri prese il foglio con delicatezza.

«Dobbiamo controllare gli altri documenti.»

Il carabiniere aprì nuovamente la terza scatola.

Questa volta cercammo per data.


Tre settimane prima della morte di Marco trovammo una fattura di un carro attrezzi.

Poi un rapporto dell'officina.

E infine alcune fotografie.

La macchina di Marco era ferma sul ciglio di una strada provinciale.

Una delle ruote anteriori era inclinata in modo innaturale.

Sentii lo stomaco chiudersi.

Ricordavo quella sera.

Marco era tornato a casa quasi due ore più tardi del previsto.

Mi aveva detto che aveva avuto un problema con una ruota.

Aveva persino scherzato.


«Meglio qui che in autostrada.»

Io gli avevo creduto.

Non avevo mai saputo che il meccanico avesse trovato quattro bulloni quasi completamente allentati.

Ferri lesse il rapporto.

«Non compatibile con normale usura.»

Sotto, Marco aveva scritto:

**Giuliano sapeva dove avevo parcheggiato. Era stato nel mio ufficio quella mattina.**

Mi coprii la bocca.

«Perché non me l'ha detto?»

Ferri abbassò lo sguardo.


«Credo che pensasse di poter dimostrare tutto prima di coinvolgerla.»

«E invece è morto.»

La mia voce si spezzò.

«È morto cercando di proteggermi da persone che avrei dovuto riconoscere molto prima.»

Nessuno rispose.

Il carabiniere prese il portatile di Marco e chiamò un collega specializzato per acquisirne il contenuto.

Nel frattempo Ferri continuò a cercare.

In fondo alla scatola trovò una piccola agenda.

Non era quella che Marco usava normalmente.

Su quasi ogni pagina c'erano date, cifre e iniziali.


G.

P.

M.

Accanto ad alcune date compariva la parola prestito.

Accanto ad altre, firma falsa.

Poi trovammo una pagina piegata.

**Giuliano non teme il debito. Teme che io scopra cosa è successo all'officina vecchia.**

Sentii un brivido.

«Quale officina?»

Ferri mi guardò.


«Giuliano aveva un'altra attività prima di quella attuale?»

Annuii.

«Anni fa. Un piccolo laboratorio.»

Ricordavo vagamente il resto.

Un incendio notturno.

L'attività distrutta.

Un'assicurazione che aveva pagato.

I miei genitori avevano raccontato per anni quella storia come l'ennesima tragedia capitata al loro povero figlio.

Il carabiniere mi chiese:

«L'incendio aveva causato feriti?»


«No. Almeno... così mi hanno sempre detto.»

Ferri sfogliò altre pagine.

Poi si fermò.

«Qui c'è un nome.»

Lessi sopra la sua spalla.

**Sergio Bellini.**

Non conoscevo nessuno con quel nome.

Ma sotto Marco aveva scritto:

**Testimone. Pagato dal padre di Giuliano perché cambiasse versione.**

Il carabiniere prese immediatamente l'agenda.


«Questo potrebbe spiegare perché suo marito parlava di qualcosa accaduto molto tempo fa.»

Mi sentii nauseata.

«State dicendo che mio fratello potrebbe aver incendiato la propria attività?»

«Non stiamo ancora dicendo niente», rispose l'uomo. «Ma controlleremo.»

In quel momento il suo telefono squillò.

Si allontanò di pochi passi.

Lo osservai mentre ascoltava.

Il suo volto cambiò.

Quando tornò verso di noi, sapevo già che c'erano altre cattive notizie.

«È arrivato un aggiornamento sulla perizia dell'auto.»


Il mondo sembrò fermarsi.

«E?»

«Sul tubo del freno sono stati identificati segni di taglio.»

Sentii Ferri inspirare lentamente.

«Quindi non è stato un guasto.»

«Secondo il perito, no.»

Chiusi gli occhi.

Per giorni mi ero aggrappata alla parola incidente.

Incidente significava caos.

Sfortuna.


Qualcosa che nessuno aveva scelto.

Quella parola mi veniva appena strappata via.

«Maia aveva cinque anni», sussurrai.

Nessuno osò rispondere.

«Aveva cinque anni.»

Questa volta lo dissi più forte.

«Qualcuno ha tagliato i freni sapendo che Marco guidava quella macchina.»

Il carabiniere abbassò la voce.

«Elena, dobbiamo tornare.»

Quando rientrammo a casa, Giuliano era seduto in soggiorno con un agente davanti a lui.


Mio padre era dall'altra parte della stanza.

Mia madre piangeva in silenzio.

Appena Giuliano mi vide, capì.

Non so come.

Forse dal mio volto.

Forse dal modo in cui i carabinieri entrarono.

«Hanno trovato qualcosa», disse.

Mi fermai davanti a lui.

«I freni sono stati tagliati.»

Mia madre lanciò un grido soffocato.

Mio padre chiuse gli occhi.

Giuliano invece diventò immobile.

«Io non li ho tagliati.»

«Hai aperto il cofano.»

«Non i freni.»

«Avevi una chiave rubata.»

«Non significa che—»

«Avevi già manomesso la macchina di Marco una volta.»

Il colore sparì completamente dal suo volto.

Mio padre si voltò verso di lui.

«Cosa?»

Giuliano non rispose.

Posai davanti a lui le fotografie della ruota.

«Quattro bulloni allentati.»

«Non sai chi è stato.»

«Marco pensava fossi stato tu.»

«Marco mi odiava.»

«Marco ti ha dato quarantamila euro.»

Colpii il tavolo con il palmo.

«Ha salvato la tua attività mentre tu raccontavi a tutti che si era rifiutato di aiutarti.»

Giuliano abbassò gli occhi.

Uno dei carabinieri intervenne.

«Signor Giuliano, abbiamo anche informazioni relative all'incendio della sua precedente officina.»

Mio padre scattò in piedi.

Fu una reazione istintiva.

Troppo rapida.

«Quello non c'entra niente.»

Il carabiniere si voltò verso di lui.

«Non le abbiamo ancora detto cosa sappiamo.»

Mio padre si rese conto dell'errore.

Ma ormai era tardi.

Giuliano lo fissava.

«Avevi detto che Marco non aveva trovato Sergio.»

«Sta' zitto.»

Il carabiniere fece un passo avanti.

«Sergio Bellini?»

Giuliano si morse il labbro.

Mia madre iniziò a tremare.

Io li guardavo e finalmente vedevo ciò che Marco aveva visto prima di me.

Non erano incidenti separati.

Non erano prestiti, bugie, firme false e favori familiari.

Era un sistema.

Ogni volta che Giuliano faceva qualcosa di imperdonabile, i miei genitori lo proteggevano.

E ogni volta il prezzo veniva pagato da qualcun altro.

«Perché papà è tornato nel garage dopo di te?» chiesi.

Giuliano alzò lentamente gli occhi.

Poi guardò nostro padre.

«Dimmelo tu.»

Mio padre si avvicinò.

«Non azzardarti.»

«Sei stato tu a dirmi che avresti sistemato tutto.»

La stanza esplose.

Mia madre urlò il nome di Giuliano.

Mio padre gli si lanciò contro, ma i carabinieri lo bloccarono immediatamente.

Io rimasi ferma.

«Sistemato cosa?»

Giuliano respirava rapidamente.

«Io avevo solo recuperato una cosa dalla macchina.»

«Cosa?»

«Un registratore.»

Ferri impallidì.

«Marco registrava anche in auto?»

Giuliano annuì.

«Aveva registrato una conversazione tra me e papà.»

Guardai mio padre.

«E tu sei andato lì dopo di lui.»

L'uomo che avevo chiamato papà per tutta la vita non riuscì a guardarmi.

«Che cosa hai fatto alla macchina di Marco?»

Silenzio.

Poi mia madre cominciò a piangere più forte.

«Diglielo.»

Mio padre chiuse gli occhi.

«Non doveva esserci Maia.»

Il mio corpo si irrigidì.

Nessuno respirò.

Mi avvicinai lentamente.

«Che cosa hai appena detto?»

Mio padre aprì gli occhi.

E in quel momento capii che finalmente avevamo raggiunto il punto oltre il quale nessuno di loro avrebbe più potuto mentire.

**Continua — clicca sulla Parte 8 per continuare a leggere.**

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