Giuliano arrivò appena alla porta sul retro.
Uno dei carabinieri entrati dall'ingresso gridò qualcosa al collega che si trovava ancora fuori, e pochi secondi dopo sentii un tonfo, una bestemmia soffocata e il rumore di qualcosa che urtava contro il muro esterno.
Quando raggiunsi la cucina, Giuliano era già stato fermato.
«Lasciatemi!» urlava. «Non ho fatto niente!»
Il carabiniere gli teneva un braccio dietro la schiena.
«Allora sarebbe stato più intelligente non scappare.»
Mia madre cominciò a singhiozzare.
«Non arrestatelo. È sconvolto.»
La guardai.
Ancora lui.
Persino adesso.
Mio padre invece non disse nulla.
Se ne stava accanto al tavolo con il volto rigido, ma vidi una vena pulsargli sulla tempia.
Uno dei carabinieri raccolse la chiave del garage, ancora sigillata nel sacchetto che Ferri aveva preparato.
«Questa da dove viene?»
«È caduta dalla tasca di Giuliano», risposi.
L'uomo annotò qualcosa.
Poi Ferri gli mostrò le fotografie della telecamera.
Il carabiniere le osservò una dopo l'altra.
Prima Giuliano.
Poi mio padre.
Quando alzò gli occhi, la stanza sembrò improvvisamente molto più piccola.
«Nessuno lascia questa casa finché non abbiamo chiarito alcuni punti.»
Mio padre sbuffò.
«Non potete trattarci come criminali.»
«Per il momento vi stiamo facendo delle domande.»
L'altro carabiniere guardò Giuliano.
«E suo figlio ha appena tentato di fuggire.»
Giuliano smise di protestare.
Mi appoggiai al bancone della cucina.
Non sentivo quasi più le gambe.
Avrei voluto che Marco fosse lì.
Avrei voluto sentirgli dire che tutto quello non era possibile.
Invece avevo soltanto documenti.
Fotografie.
Debiti.
Chiavi rubate.
E una famiglia che, più parlava, più sembrava estranea.
I carabinieri separarono subito mio padre e Giuliano.
Mio fratello fu portato in soggiorno.
Mio padre rimase in cucina.
Mia madre venne fatta sedere nella sala da pranzo con un agente.
Ferri rimase accanto a me.
«Elena», disse piano, «dobbiamo parlare del deposito 317.»
Lo guardai.
«Adesso?»
«Soprattutto adesso.»
Uno dei carabinieri si voltò verso di noi.
«Che deposito?»
Ferri mostrò la mail di Marco.
L'agente la lesse due volte.
«Sapete dove si trova?»
«Non ancora.»
«Forse sì», dissi improvvisamente.
Tutti mi guardarono.
Un ricordo insignificante mi era tornato alla mente.
Qualche settimana prima della morte di Marco, avevo trovato nel vano portaoggetti una ricevuta di un deposito privato.
Gli avevo chiesto perché affittasse uno spazio.
Marco aveva sorriso e aveva detto:
«Per mettere al sicuro alcune cose di lavoro.»
All'epoca non ci avevo pensato.
Corsi verso il piccolo studio.
Il cassetto della scrivania era ancora esattamente come Marco l'aveva lasciato.
Scavai tra ricevute, garanzie e documenti dell'auto.
Poi la trovai.
**Depositi Aurora.**
Numero unità: 317.
Mi tremavano le mani.
Ferri chiamò immediatamente i carabinieri.
Un'ora dopo ero seduta nell'auto di servizio davanti a un edificio industriale nella periferia della città.
Non avevo voluto restare a casa.
Non con i miei genitori.
Non con Giuliano.
Il responsabile del deposito controllò i documenti e ci accompagnò lungo un corridoio illuminato da lampade fluorescenti.
«L'unità è intestata a Marco Conti», spiegò.
Si fermò davanti a una serranda metallica.
«L'accesso richiede una chiave fisica.»
Il mio stomaco si chiuse.
«Non ce l'ho.»
Ferri prese una piccola busta dalla tasca interna della giacca.
«Io sì.»
Lo fissai.
«Marco me l'aveva consegnata insieme al testamento.»
Sentii improvvisamente rabbia.
«Da quanto sapevi dell'esistenza di questo posto?»
«Sapevo che esisteva una chiave da utilizzare soltanto se fosse successo qualcosa a Marco.»
«E non hai pensato che la morte di Marco contasse come qualcosa?»
Ferri accettò il colpo senza difendersi.
«Fino alla mail di questa sera non sapevo a cosa servisse.»
Il carabiniere prese la chiave.
Aprì.
La serranda si sollevò lentamente.
Dentro non c'erano mobili.
Né scatoloni di famiglia.
Solo una scrivania pieghevole, un armadietto metallico e tre scatole d'archivio accuratamente etichettate.
Sulla prima c'era scritto:
**GIULIANO — ATTIVITÀ / DEBITI.**
Sulla seconda:
**PRESTITI — FIRME ELENA.**
Sulla terza:
**DA CONSEGNARE A FERRI.**
Mi portai una mano alla bocca.
Marco aveva preparato tutto.
Come se sapesse che qualcuno avrebbe cercato di fermarlo.
Il carabiniere aprì la seconda scatola.
Dentro c'erano copie di contratti di finanziamento.
Su molti compariva il mio nome.
E la mia firma.
Solo che non le avevo mai firmate.
«Dio mio.»
Ferri sfogliò rapidamente i documenti.
«Qui ci sono almeno tre operazioni separate.»
«Quanto?»
Fece un rapido calcolo.
«Più di centoventimila euro.»
Mi dovetti sedere.
Per anni avevo creduto di essere la figlia ingrata.
Quella che non aiutava abbastanza.
Quella che aveva permesso al marito di allontanarla dalla propria famiglia.
E invece loro stavano usando il mio nome mentre continuavano a dirmi che ero io ad avere un debito verso di loro.
Il carabiniere aprì l'armadietto.
Dentro c'era un computer portatile.
Un registratore digitale.
E una busta con il mio nome.
La aprii.
Dentro c'era una lettera scritta a mano da Marco.
Riconobbi immediatamente la sua grafia.
**Elena, se stai leggendo questo, significa che non sono riuscito a sistemare tutto prima di parlarti. Mi dispiace. Volevo proteggerti, non tenerti all'oscuro.**
Dovetti fermarmi.
Le parole si confondevano davanti ai miei occhi.
Ferri continuò a leggere per me.
Marco spiegava di aver scoperto che mio padre aveva garantito diversi prestiti usando documenti falsificati a mio nome.
Aveva anche scoperto che Giuliano aveva accumulato debiti con persone molto meno pazienti di una banca.
Ma l'ultima frase era diversa.
**Non credo più che stiano cercando soltanto di nascondere i soldi. Credo che abbiano paura di qualcosa che Giuliano ha fatto molto tempo fa.**
Guardai Ferri.
«Cosa significa?»
Lui scosse la testa.
Il carabiniere accese il registratore digitale.
C'erano cinque file audio.
Il più recente risaliva a quattro giorni prima dell'incidente.
Premette play.
Sentii immediatamente la voce di Marco.
Poi quella di mio padre.
«Devi smetterla di coprirlo.»
«Non sai cosa succederebbe.»
«So abbastanza.»
«No, Marco. Se viene fuori quella storia, distruggi tutti.»
Poi la voce di Giuliano, più lontana.
«Papà, spegni quella cosa.»
Seguì un rumore.
Marco parlò di nuovo.
«Non sto registrando per ricattarvi. Sto registrando perché ho paura di quello che farete quando capirete che domani andrò dall'avvocato.»
Ci fu un silenzio.
Poi mio padre pronunciò una frase che mi fece gelare.
«Se porti quei documenti a Ferri, non arriverai mai alla fine di questa guerra.»
Il file terminò.
Nessuno parlò.
Il carabiniere prese il registratore.
«Questo cambia parecchie cose.»
Ma Ferri stava ancora guardando dentro la busta.
«Aspetti.»
Estrasse un ultimo foglio.
Non era un contratto.
Era una fattura dell'officina.
L'auto di Marco era stata controllata quarantotto ore prima dell'incidente.
Impianto frenante compreso.
Il rapporto riportava una sola parola accanto alla voce dei freni:
**REGOLARE.**
Sentii il sangue abbandonarmi il viso.
Se i freni erano perfettamente funzionanti due giorni prima...
e mio padre e Giuliano erano entrati entrambi nel garage la sera precedente...
allora qualcuno aveva mentito.
Ma il dettaglio peggiore era scritto a penna sul fondo della pagina, nella grafia di Marco.
**Elena non sa ancora che Giuliano ha già provato una volta a farmi avere un incidente.**
**Continua — clicca sulla Parte 7 per continuare a leggere.**







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