«…con due occhi diversi.»
Per qualche secondo non capii.
Matteo si asciugò il naso con il dorso della mano sana e mi guardò come se temesse che potessi sparire da un momento all’altro. «Ha detto proprio così. “Se un giorno succede qualcosa e io non riesco a venire a prenderti, cerca la signora con due occhi diversi. Si chiama Giulia Moretti. Lei saprà cosa fare.”»
Sentii il sangue abbandonarmi il viso.
Portai istintivamente una mano all’occhio sinistro.
Era una cosa che quasi nessuno notava subito. Il destro era castano. Il sinistro aveva una sfumatura verde molto più chiara, ereditata da mio padre. Eterocromia lieve, l’aveva chiamata un oculista quando ero bambina. Martina, invece, la chiamava sempre “il tuo difetto bellissimo”.
Non sentivo quell’espressione da dodici anni.
«Tua madre…» La mia voce uscì più debole di quanto volessi. «Dov’è tua madre, Matteo?»
Il suo sguardo scivolò verso la porta.
L’infermiera che mi aveva accompagnata nella stanza abbassò gli occhi.
Fu allora che capii che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di dirmelo.
«La macchina non era guidata da sua madre», spiegò piano. «Il bambino era sul sedile posteriore. Il conducente è morto sul posto.»
Matteo strinse le dita della mano destra sul lenzuolo.
«Era Paolo», mormorò. «Il compagno di mamma.»
Quella parola mi fece meno male di quanto avrebbe dovuto. Forse perché non sapevo ancora chi fosse Paolo. Forse perché il nome che mi terrorizzava era un altro.
«E Martina?»
Matteo sollevò gli occhi su di me.
«Non lo so.»
Mi sedetti sulla sedia accanto al letto.
«Cosa significa che non lo sai?»
«Non era con noi.»
«Dov’era?»
Il bambino deglutì. «A casa, credo.»
L’infermiera intervenne con cautela. «La Polizia ha già mandato una pattuglia all’indirizzo che il ragazzo ha fornito. Nessuno ha risposto.»
Un brivido mi percorse le braccia.
«Quale indirizzo?»
Lei mi disse una via nella zona di Monteverde.
Conoscevo quella strada.
Non perché ci fossi stata di recente, ma perché dodici anni prima Martina abitava a meno di tre isolati da lì.
Guardai Matteo di nuovo, questa volta davvero. I capelli scuri. Le sopracciglia dritte. Il modo in cui si mordeva la parte interna della guancia quando era nervoso.
Un gesto che conoscevo.
Martina faceva esattamente la stessa cosa.
«Quanti anni hai?» chiesi.
«Undici. Ne faccio dodici a novembre.»
Il cuore mi diede un colpo secco.
Dodici anni.
Martina era sparita dalla mia vita dodici anni prima.
Non gradualmente. Non con una lite normale tra amiche. Era semplicemente scomparsa.
Aveva smesso di rispondere ai messaggi. Aveva cambiato numero. Aveva lasciato il lavoro in una libreria di Trastevere senza salutare nessuno. Quando ero andata al suo appartamento, il proprietario mi aveva detto che aveva riconsegnato le chiavi quella mattina.
Per mesi avevo creduto di aver fatto qualcosa di terribile senza rendermene conto.
Poi avevo imparato a convivere con l’assenza.
Almeno, così mi ero raccontata.
«Da quanto tempo tua madre ti parla di me?» domandai.
Matteo esitò.
Quell’esitazione mi spaventò più di qualsiasi risposta.
«Da sempre.»
Mi voltai verso l’infermiera.
Lei aveva la stessa espressione incredula che dovevo avere io.
«Da sempre?» ripetei.
Matteo annuì. «Non tanto. Solo… ogni tanto. Diceva che non dovevo cercarti a meno che non fosse successo qualcosa di molto brutto.»
«Ti ha mai mostrato una mia foto?»
«Sì.»
Il mio stomaco si chiuse.
«Quale foto?»
Matteo indicò la sua giacca, piegata sopra una sedia.
«È lì.»
L’infermiera gliela porse.
La fodera interna era stata tagliata in un punto, probabilmente per controllare i dati scritti con il pennarello. Matteo infilò la mano nella tasca interna con movimenti impacciati e tirò fuori un piccolo portafoglio di tela blu.
Dentro c’erano alcuni euro, una tessera dell’autobus e una fotografia.
Quando la vidi, smisi di respirare.
Era stata scattata nell’estate del 2013, sulla spiaggia di Santa Marinella.
Io e Martina avevamo vent’anni. Eravamo abbracciate, bruciate dal sole, con i capelli pieni di sale e due gelati che si stavano sciogliendo troppo in fretta. Dietro di noi, scritto con un pennarello sul muro di uno stabilimento balneare, c’era un cuore storto che avevamo preso in giro per tutto il pomeriggio.
Avevo la stessa fotografia.
O almeno credevo di averla.
Non la vedevo da anni.
La girai.
Sul retro c’era la calligrafia di Martina.
Se succede qualcosa a me, fidati solo di lei.
Sotto, il mio nome completo.
Sentii una pressione dietro gli occhi.
«Perché tua madre avrebbe avuto bisogno di scrivere una cosa del genere?»
Matteo abbassò lo sguardo.
«Perché ultimamente aveva paura.»
La stanza sembrò diventare più fredda.
«Paura di Paolo?»
«No.»
La risposta arrivò immediata.
«Di chi, allora?»
Matteo guardò ancora una volta la porta.
Poi mi fece cenno di avvicinarmi.
Mi chinai verso di lui.
«Tre settimane fa», sussurrò, «un uomo è venuto a casa nostra. Mamma mi ha chiuso in camera e mi ha detto di non uscire. Ma io li sentivo litigare.»
«Hai sentito il suo nome?»
Matteo annuì lentamente.
«Mamma lo chiamava Lorenzo.»
Quel nome non significava nulla per me.
Poi Matteo aggiunse:
«Lui invece la chiamava con un altro nome.»
Mi irrigidii.
«Quale?»
«Elena.»
L’infermiera ci guardò entrambe.
«Sua madre non si chiama Martina Conti?»
Matteo strinse le labbra.
«Io credevo di sì.»
In quel momento, dal corridoio, arrivò un agente di Polizia con una cartellina sottile in mano. Bussò due volte e si fermò sulla soglia.
«Signora Moretti?»
Mi alzai.
«Sì.»
L’uomo mi studiò per qualche istante prima di parlare.
«Abbiamo controllato l’abitazione indicata dal ragazzo. La casa è vuota.»
Matteo impallidì.
«Vuota come?»
L’agente si voltò verso di lui. «Non c’è nessuno.»
Poi tornò a guardare me.
«Ma c’è un problema più serio. Stando ai documenti presenti nell’appartamento, nessuna Martina Conti risulta aver mai abitato lì.»
Sentii il cuore battermi nelle tempie.
«E chi ci abitava?»
L’agente aprì la cartellina.
«Una donna registrata come Elena Ferri.»
Fece una pausa.
«E risulta morta undici anni fa.»







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