Quando mi dissero che Lorenzo era stato portato in questura, la prima cosa che provai non fu sollievo.
Fu rabbia.
Una rabbia pulita, quasi calma.
Per dodici anni avevo pensato che Martina avesse scelto di cancellarmi dalla sua vita. Avevo costruito una versione di me stessa abbastanza forte da non aver bisogno di sapere perché. Ora scoprivo che qualcuno aveva manipolato i miei ricordi, il denaro di mio padre e perfino il significato della sua scomparsa.
E Lorenzo, finalmente, era a pochi metri da me.
«Voglio parlargli.»
L’agente scosse la testa. «Non è una buona idea.»
«Non ho chiesto se lo fosse.»
Non mi permisero di entrare nella stanza dell’interrogatorio, ma potei assistere da dietro un vetro insieme a un ispettore.
Lorenzo Ferri sembrava molto meno minaccioso sotto una luce al neon.
Camicia bianca, capelli ordinati, nessun tatuaggio, nessun gesto nervoso. Sembrava il tipo d’uomo a cui qualcuno avrebbe affidato le chiavi di casa.
Forse era proprio quello il problema.
L’ispettore davanti a lui posò sul tavolo la busta trovata nel suo zaino.
«Perché voleva Matteo?»
Lorenzo sorrise appena.
«Non volevo il bambino.»
«Ha scritto: “Dammi Matteo”.»
«Un modo di dire.»
«Curioso.»
Lorenzo rimase in silenzio.
Poi l’ispettore mostrò la fotografia di Paolo.
Per la prima volta vidi qualcosa cambiare nel suo volto.
«Lo conosceva.»
«Sì.»
«Lo seguiva la sera dell’incidente.»
«No.»
«La sua macchina era dietro la sua.»
«La macchina della società.»
«Guidata da chi?»
Lorenzo alzò lo sguardo.
«Non da me.»
Non riuscirono a fargli dire altro.
Ma mentre lo osservavo, mi accorsi di un dettaglio.
Aveva una cicatrice sottile vicino al pollice destro.
Una linea bianca.
Improvvisamente vidi un’immagine.
Non un ricordo completo.
Un lampo.
Una mano maschile sulla mia bocca.
Un odore forte di dopobarba.
Un bicchiere rovesciato.
Io che cercavo di graffiare qualcuno.
E sangue sul dorso di una mano.
Mi aggrappai al bordo del tavolo.
«Giulia?»
L’agente mi guardò.
«La cicatrice.»
«Quale?»
«Gliel’ho fatta io.»
La stanza sembrò restringersi.
«Me lo ricordo.»
Non tutto.
Ma abbastanza.
Quella sera non ero ubriaca.
E Lorenzo non era soltanto presente.
Era stato lui.
Le ore successive portarono finalmente ordine dentro il caos.
La Polizia recuperò il fascicolo completo relativo al deposito di mio padre.
Il beneficiario era indicato con iniziali e data di nascita.
G.M.
La mia data.
«Ero io.»
L’agente annuì.
Mio padre aveva affidato a una struttura fiduciaria collegata ai Ferri quasi quattrocentomila euro, destinati a me al compimento dei venticinque anni.
Non erano mai arrivati.
Il denaro era stato spostato attraverso società diverse, frazionato, reinvestito e in parte trasformato in immobili.
Lorenzo non aveva cercato Matteo per impossessarsi dell’eredità.
L’aveva già rubata anni prima.
Matteo serviva a qualcos’altro.
La risposta era nella chiavetta.
La scientifica riuscì a recuperare un secondo video.
Martina apparve sullo schermo seduta dentro un’automobile.
«Giulia, devo raccontarti quello che non ho avuto il coraggio di dirti.»
Inspirò.
«Nel 2014 lavoravo per Lorenzo.»
Chiusi gli occhi.
«Non ufficialmente. Gli sistemavo documenti, appuntamenti, contabilità. Era mio fratello maggiore. Mi aveva cresciuta quasi quanto nostro padre. Io pensavo che fosse arrogante, ossessivo, ma non pericoloso.»
Martina abbassò gli occhi.
«Poi vidi il nome di tuo padre.»
Mi si fermò il respiro.
«Scoprii il fondo che aveva creato per te. Scoprii che Lorenzo lo stava svuotando. E feci l’errore peggiore della mia vita.»
La sua voce si spezzò.
«Gli dissi che lo sapevo.»
Lorenzo aveva capito subito che Martina poteva denunciarlo.
Ma aveva capito anche un’altra cosa.
Io avevo già visto parte dei documenti.
La cartellina rossa.
«Quella sera sei venuta nel suo ufficio perché pensavi che io fossi lì. Avevo lasciato un messaggio sul tuo telefono. Lorenzo ti offrì da bere. Quando capii cosa aveva fatto, eri già confusa.»
Mi portai una mano alla bocca.
Il ricordo tornò con violenza.
Un ufficio.
Una porta chiusa.
Io che dicevo: «Dov’è Martina?»
Lorenzo che sorrideva.
Poi niente.
Nel video, Martina piangeva.
«Ti portai al pronto soccorso. Avrei dovuto dire tutto. Ma Lorenzo mi disse che se avessi parlato avrebbe distrutto me, nostra madre e chiunque mi fosse vicino.»
Fece una pausa.
«Io fui codarda.»
Non riuscivo a odiarla.
Non ancora.
Forse non più.
«Il giorno dopo raccolsi copie di tutto e le nascosi a casa tua. Poi sparii.»
Il video si fermò per alcuni secondi, ma riprese.
Martina aveva cambiato espressione.
«Anni dopo conobbi Paolo. Lui mi aiutò a costruire una vita nuova. Matteo è cresciuto credendo che Paolo fosse suo padre, e Paolo lo ha amato come un figlio.»
Mi irrigidii.
Finalmente.
«Ma Paolo non era il padre biologico.»
Martina guardò direttamente la telecamera.
«Il padre di Matteo è morto prima che Matteo nascesse.»
Sentii una delusione assurda. Un’altra risposta che apriva una domanda.
Poi lei pronunciò il nome.
«Si chiamava Davide Moretti.»
Il mondo si inclinò.
Il mio cognome.
Mi alzai così bruscamente che la sedia cadde.
«No.»
L’agente mi fissò.
Io conoscevo un solo Davide Moretti.
Mio fratello maggiore.
Morto in un incidente in moto nel febbraio del 2015.
Martina continuava a parlare sullo schermo.
«Davide sapeva tutto. Mi aiutò a scappare. E prima di morire mi fece promettere che Matteo sarebbe rimasto lontano da Lorenzo finché non avessi avuto prove sufficienti.»
Non riuscivo più a respirare.
Matteo non era uno sconosciuto.
Non era soltanto il figlio di Martina.
Era mio nipote.
E improvvisamente capii perché Martina aveva scelto me come ultima persona da contattare.
Ma il video non era finito.
«C’è ancora una cosa che devi sapere su Davide.»
Martina si voltò verso il finestrino, come se temesse di essere seguita.
«Il suo incidente non fu un incidente.»
Il file si interruppe.







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