Per alcuni secondi nessuno parlò.
Il monitor accanto al letto di Matteo continuava a emettere un bip regolare, quasi offensivo nella sua normalità. Io fissavo l’agente, aspettando che correggesse la frase, che dicesse di aver letto male, di essersi confuso con un’altra Elena Ferri.
Non lo fece.
«Morta come?» chiesi.
«Incidente domestico», rispose. «Almeno secondo il certificato. Caduta dalle scale. Undici anni fa.»
Matteo scosse la testa così forte che subito portò una mano alla tempia per il dolore.
«No. Mia madre non è morta.»
L’agente gli si avvicinò con cautela. «Non sto dicendo questo. Sto dicendo che la donna associata a quell’identità risulta deceduta.»
«Allora è un errore.»
«Può darsi.»
Ma dal tono capii che non ci credeva.
Io invece sentii nascere dentro di me una domanda molto peggiore.
«Avete trovato documenti di Matteo?»
L’agente chiuse la cartellina. «Non ancora. Stiamo verificando.»
Matteo mi afferrò il polso.
«Giulia, mia madre esiste.»
Mi voltai verso di lui. «Lo so.»
«Non mi credono.»
«Io ti credo.»
Lo dissi prima ancora di sapere se fosse vero.
L’agente mi chiese di uscire un momento nel corridoio.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, la sua espressione cambiò.
«C’è dell’altro.»
«Naturalmente.»
«Nell’appartamento abbiamo trovato pochissimi effetti personali. Quasi nessuna fotografia recente, nessuna bolletta intestata a Martina Conti e nessun documento con quel nome.»
«E quelli di Elena Ferri?»
«Una vecchia carta d’identità scaduta, alcune lettere, documenti bancari. Tutto troppo ordinato.»
«Cosa significa?»
«Che sembra preparato per essere trovato.»
Sentii un gelo alla nuca.
«E Paolo?»
L’agente inspirò lentamente. «Il conducente dell’auto si chiamava Paolo Rinaldi. Quarantuno anni. Nessun precedente rilevante. Ma non risulta residente con Martina Conti, Elena Ferri o Matteo Bianchi.»
«Quindi nessuno di loro esiste dove dovrebbe esistere.»
«Il bambino esiste.»
«Almeno quello.»
Non rise.
«Signora Moretti, dobbiamo farle alcune domande sulla signora Conti.»
«Non la vedo da dodici anni.»
«Ma la conosceva bene.»
Guardai attraverso il vetro della porta. Matteo mi osservava dal letto.
«Era la mia migliore amica.»
Pronunciare quelle parole ad alta voce mi fece più male del previsto.
L’agente mi portò in una piccola sala d’attesa vuota. Mi fece sedere e aprì il taccuino.
«Quando l’ha vista l’ultima volta?»
Chiusi gli occhi per un istante.
«Agosto 2014.»
«Era successo qualcosa di insolito?»
Stavo per dire di no.
Poi mi tornò in mente una cosa.
Una sciocchezza.
O almeno così l’avevo considerata allora.
«Tre giorni prima di sparire mi chiese di tenere per lei una busta.»
L’agente sollevò lo sguardo.
«Che busta?»
«Non lo so. Non me la diede mai.»
«Cosa disse esattamente?»
La memoria arrivò a frammenti. Una terrazza calda. Il rumore dei motorini sotto casa. Martina seduta sul davanzale della mia cucina con una sigaretta spenta tra le dita, anche se non fumava quasi mai.
“Se ti lasciassi una cosa, la terresti senza aprirla?”
Io avevo riso.
“Dipende. Se è un cadavere, no.”
Lei non aveva riso.
“Giulia, dico sul serio.”
All’epoca pensai che avesse litigato con qualcuno.
Forse con un uomo.
«Mi chiese se mi fidavo di lei», dissi. «Poi cambiò argomento.»
L’agente annotò qualcosa.
«Aveva un compagno?»
«Non che sapessi.»
«Conosceva un Lorenzo?»
Scossi la testa.
«Elena Ferri?»
«Mai sentita prima di stasera.»
Quando tornai nella stanza, Matteo stava fissando la fotografia di Santa Marinella.
«Posso chiederti una cosa?» disse.
«Certo.»
«Mamma era felice con te?»
La domanda mi colse impreparata.
Mi sedetti.
«Sì. Credo di sì.»
«Perché non ti ha più cercata?»
Avrei voluto avere una risposta.
«Non lo so.»
Matteo abbassò gli occhi. «Forse perché gliel’hanno impedito.»
«Chi?»
Lui esitò.
Poi sussurrò: «Lorenzo.»
Questa volta non gli permisi di fermarsi.
«Dimmi tutto quello che ricordi.»
Matteo inspirò profondamente.
«Quando è venuto a casa, lui ha detto: “Dodici anni e ancora non hai capito che non puoi scappare per sempre”.»
Il mio cuore accelerò.
«E tua madre?»
«Gli ha detto di andare via.»
«Altro?»
«Sì.»
Matteo si morse il labbro.
«Lui ha detto che Paolo aveva cominciato a fare domande e che era pericoloso.»
Paolo.
L’uomo morto quella sera.
«Che domande?»
«Non lo so.»
Poi Matteo si immobilizzò, come se avesse ricordato qualcosa.
«Aspetta.»
Con la mano destra prese il portafoglio blu e cominciò a frugare dentro la fodera.
«Mamma mi ha detto che, se non fosse tornata, dovevo dare questo a te. Solo a te.»
Tirò fuori una piccola chiave di ottone fissata con nastro adesivo dietro la tasca interna.
La presi.
Sul portachiavi c’era inciso un numero: 314.
«Cos’è?»
«Non lo so.»
«Tua madre non te l’ha detto?»
«Ha detto solo: “Giulia capirà”.»
Quasi risi.
«Tua madre aveva molta più fiducia in me di quanta ne abbia io.»
Ma mentre rigiravo la chiave tra le dita, notai qualcosa.
Il portachiavi era di plastica trasparente.
Dentro c’era un pezzetto di carta ripiegato.
Lo estrassi con l’unghia.
C’erano scritte quattro parole.
Termini, binario 1. Armadietto 314.
L’agente, ancora sulla porta, lesse sopra la mia spalla.
«Non ci vada da sola.»
Alzai lo sguardo.
«Non avevo intenzione di aspettare.»
Per la prima volta da quando Martina era sparita, qualcosa dentro di me cambiò.
Per dodici anni avevo accettato il suo silenzio come una scelta.
Ora non ne ero più sicura.
E se qualcuno le aveva davvero impedito di tornare, allora non volevo più sapere soltanto dove fosse.
Volevo sapere chi le aveva rubato dodici anni di vita.
Due ore dopo, accompagnata dalla Polizia, entrai nella stazione Termini quasi deserta.
L’armadietto 314 era in fondo a un corridoio laterale.
La chiave girò al primo tentativo.
Dentro c’era una scatola di scarpe.
Nient’altro.
L’agente la tirò fuori e la aprì sul pavimento.
Conteneva un telefono vecchio, tre fotografie, una chiavetta USB e una busta gialla con il mio nome.
La mia calligrafia non era.
Quella di Martina sì.
Aprii la busta.
Dentro c’era un solo foglio.
Giulia,
se stai leggendo questo, significa che Paolo non è riuscito a portare Matteo lontano.
Non fidarti di Lorenzo.
Ma soprattutto, non fidarti della storia che ti ho raccontato dodici anni fa.
Matteo non è figlio dell’uomo che credi.
Mi fermai.
L’agente mi guardò.
«Di quale uomo sta parlando?»
Io non riuscivo a rispondere.
Perché dodici anni prima Martina mi aveva giurato di non essere incinta.
E io le avevo creduto.







No comments yet