Abbassai lo sguardo sul mio polso. Per anni avevo portato l’orologio abbastanza in basso da coprire quasi completamente quel tatuaggio: una piccola testa di lupo nera, ormai sbiadita, incisa sulla pelle quando avevo ventidue anni. Non era un simbolo che mostravo con orgoglio. Era il ricordo di una vita precedente, di uomini che avevo conosciuto prima che il mio nome comparisse sulle copertine delle riviste finanziarie. Ma Giulia lo fissava come se avesse appena trovato qualcosa che cercava da molto tempo.
«Chi ti ha parlato di questo?» domandai.
Giulia indicò il tatuaggio con un dito minuscolo.
«Papà.»
Sentii Marco irrigidirsi accanto a me.
«Tuo padre conosceva il signor Rinaldi?» chiese.
Luca sollevò finalmente la testa. Nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso dalla paura. Diffidenza.
«Papà non ha detto il suo nome.»
«Che cosa ha detto?» insistetti con dolcezza.
Giulia si avvicinò al fratello, quasi cercando il suo permesso. Luca strinse l’orsacchiotto contro il petto.
«Ha detto che se lui non fosse tornato e Vanessa avesse cominciato a comportarsi in modo strano, dovevamo cercare un uomo con un lupo sul polso.»
Il terminal intorno a noi continuava a riempirsi di annunci e passi frettolosi, ma io sentivo soltanto il sangue pulsarmi nelle tempie.
Non vedevo Enrico Valli da undici anni.
E nessuno, a parte pochissime persone, conosceva la storia di quel tatuaggio.
«Marco, portiamoli nella sala privata.»
Dieci minuti dopo eravamo nella lounge riservata. Feci portare cioccolata calda, acqua e qualcosa da mangiare. Giulia afferrò un biscotto, ma invece di mangiarlo lo spezzò a metà e ne porse una parte a Luca. Quel gesto semplice mi fece capire quante volte quei bambini avessero dovuto imparare a condividere anche quando nessuno si occupava di loro.
Marco chiuse la porta.
«Servizi sociali e polizia stanno arrivando.»
Annuii. «E Vanessa?»
«La stanno interrogando.»
Mi voltai verso i gemelli.
«Vostro padre vi ha lasciato qualcos’altro?»
Luca abbassò immediatamente lo sguardo sull’orsacchiotto.
Troppo velocemente.
Lo notai.
Anche Marco.
Ma non dissi nulla.
«Riccardo», mormorò Marco avvicinandosi alla finestra, «come poteva Valli sapere del tatuaggio?»
Aspettai qualche secondo.
«Perché eravamo amici.»
Marco mi fissò incredulo.
«Enrico Valli?»
«Prima dei soldi. Prima delle aziende.»
Mi tornò alla mente un’officina alla periferia di Roma, vent’anni prima. Due ragazzi senza niente che riparavano piccoli motori aeronautici durante il giorno e progettavano imprese impossibili durante la notte. Enrico era stato il primo uomo a prestarmi denaro quando nessuna banca avrebbe accettato nemmeno di ricevermi.
Poi qualcosa era accaduto.
Qualcosa di cui non parlavo da undici anni.
«Perché avete smesso di sentirvi?»
Prima che potessi rispondere, qualcuno bussò.
Entrò un uomo sulla cinquantina accompagnato da due agenti. Abito scuro, capelli grigi, portamento impeccabile.
«Dottor Riccardo Rinaldi? Sono Paolo Ferri, procura di Roma.»
Mostrò il tesserino.
Il suo sguardo passò sui bambini.
«Dobbiamo parlare della custodia temporanea.»
Giulia mi afferrò immediatamente la giacca.
«No.»
Fu la prima volta che sentii paura vera nella sua voce.
Ferri si chinò.
«Non vogliamo farvi del male.»
Luca si alzò e si mise davanti alla sorella.
Cinque anni.
Eppure cercava già di proteggerla.
«Non andiamo con lui.»
Ferri rimase sorpreso. «Perché?»
Luca non rispose.
Io invece osservai attentamente Ferri. Non avevo alcuna ragione concreta per sospettare di lui, ma qualcosa nella reazione dei bambini mi impedì di ignorare quella sensazione.
«Finché la situazione non sarà chiarita», dissi, «restano qui.»
«Non dipende da lei.»
«Allora trovi chi può prendere quella decisione.»
Ferri mi studiò.
«Lei sembra molto interessato a due bambini che ha incontrato venti minuti fa.»
«Abbastanza da non consegnarli al primo sconosciuto con un tesserino.»
Il suo volto si irrigidì.
In quel momento il telefono di Marco vibrò.
Lesse il messaggio.
Poi impallidì.
«Riccardo.»
Mi avvicinai.
Sul suo schermo c’era una fotografia proveniente dalle telecamere dell’aeroporto. Era stata scattata meno di un’ora prima.
Mostrava Vanessa mentre entrava nel terminal.
Non era sola.
Accanto a lei camminava un uomo.
Ingrandii l’immagine.
Il volto era parzialmente coperto da un cappello, ma riconobbi immediatamente l’abito scuro e i capelli grigi.
Alzai lentamente gli occhi.
Paolo Ferri non era più davanti alla porta.
Era sparito.
Luca tirò piano la mia manica.
«Signore...»
Mi voltai.
Il bambino aveva finalmente aperto una piccola cucitura sulla schiena dell’orsacchiotto. Da dentro estrasse una chiave metallica minuscola con inciso un numero.
**317.**
«Papà ha detto che questa non dobbiamo darla alla polizia.»
Poi aggiunse qualcosa che fece cambiare completamente significato a tutto ciò che era appena accaduto.
«Ha detto che dentro c’è la prova che lui non è morto per un incidente.»







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