Divertimento

Ho Visto Una Donna Abbandonare Due Gemelli Di 5 Anni All’Aeroporto Senza Voltarsi — Poi La Bambina Guardò Il Tatuaggio Sul Mio Polso E Disse: “Papà Ci Aveva Detto Di Trovarti”

Per alcuni secondi nessuno parlò. La piccola chiave rimase sul palmo di Luca, illuminata dalla luce fredda della lounge, mentre quelle parole continuavano a rimbombarmi nella testa. La prova che lui non è morto per un incidente. Guardai verso la porta da cui Paolo Ferri era appena scomparso e sentii una certezza gelida prendere forma dentro di me: qualcuno sapeva che Luca possedeva quella chiave. Forse Vanessa. Forse Ferri. Forse entrambi.

«Marco, chiudi questa stanza.»

Marco si mosse immediatamente. Ordinò a due uomini della sicurezza di controllare il corridoio e chiamò la direzione aeroportuale. Io rimasi davanti ai bambini.

«Luca, tuo padre ti ha detto che cosa apre?»

Il bambino scosse la testa. «Solo che il numero era importante.»

«Quando ti ha dato la chiave?»

Luca guardò Giulia. Questa volta fu lei a rispondere.

«La sera prima del suo ultimo viaggio.»

Mi sedetti di fronte a loro.

«Ricordate che cosa disse esattamente?»


Luca accarezzò nervosamente l’orecchio consumato dell’orsacchiotto. «Papà ci mise a letto. Poi tornò quando Vanessa era sotto la doccia. Aprì Teddy qui...» Indicò la cucitura. «Mise dentro la chiave e disse che era il nostro segreto.»

«Disse anche: “Se qualcuno vi chiede dell’orsacchiotto, dite che era della mamma”», aggiunse Giulia.

Mi immobilizzai.

«Della vostra mamma?»

I due annuirono.

Vanessa era la matrigna. Della loro vera madre non avevano ancora detto nulla.

«Dov’è vostra madre?»

Il viso di Giulia cambiò. «Papà diceva che era andata via quando eravamo piccoli.»

Luca strinse le labbra. «Vanessa diceva che non ci voleva.»

Qualcosa non tornava. Enrico poteva essere impulsivo, orgoglioso, perfino ossessivo quando si sentiva minacciato, ma non era mai stato stupido. Se aveva nascosto una chiave nell’unico oggetto che i figli portavano sempre con sé, sapeva che qualcuno avrebbe potuto perquisire la casa.


Il mio telefono squillò.

Numero sconosciuto.

«Rinaldi.»

Silenzio.

Poi una voce maschile alterata elettronicamente disse: «Lasci stare i bambini.»

Mi alzai lentamente.

«Chi parla?»

«Lei non è coinvolto.»

Guardai Luca e Giulia.

«Adesso sì.»


La chiamata terminò.

Marco aveva già aperto il portatile. «Posso provare a rintracciarla.»

«Non perdere tempo. Trova il 317.»

«Cosa?»

«Armadietti, cassette di sicurezza, hangar, depositi. Tutto ciò che Enrico possedeva o utilizzava.»

Marco annuì.

Quindici minuti dopo arrivò una notizia ancora peggiore. Paolo Ferri esisteva davvero, ma l’uomo entrato nella lounge non era lui. Il vero sostituto procuratore Ferri si trovava quella mattina nel tribunale di Roma.

Qualcuno aveva usato la sua identità.

E quell’uomo era arrivato pochi minuti dopo il fermo di Vanessa.

Troppo velocemente per essere una coincidenza.


«Dobbiamo portare i bambini fuori dall’aeroporto», disse Marco.

Ero d’accordo, ma prima che potessi rispondere Giulia si avvicinò alla finestra. Guardava gli aerei oltre il vetro.

«Papà aveva un posto qui.»

Mi voltai.

«Che posto?»

«Dove teneva gli aeroplani piccoli.»

Marco ed io ci scambiammo uno sguardo.

Enrico possedeva una società di aviazione privata. Gli hangar di Fiumicino erano la spiegazione più evidente, ma proprio per questo non mi convincevano.

«Ricordi un numero?»

Giulia scosse la testa. Luca, invece, disse: «Tre porte rosse.»


Marco digitò rapidamente.

Pochi minuti dopo trovò una vecchia società controllata dal gruppo Valli che affittava tre unità di deposito nell’area tecnica occidentale dell’aeroporto. Una era stata disdetta dopo la morte di Enrico.

Numero dell’unità: 317.

Non portai i bambini con noi. Li affidai a due membri della mia sicurezza e, soprattutto, a una funzionaria dei servizi sociali che Marco conosceva personalmente e della quale verificammo l’identità davanti ai miei occhi. Giulia non voleva lasciare la mia mano.

«Torno», le promisi.

Lei mi studiò seriamente. «Papà diceva sempre così.»

Quelle cinque parole mi trafissero.

«Io tornerò davvero.»

Poi Marco ed io raggiungemmo l’area tecnica.

L’unità 317 sembrava abbandonata. Serranda grigia, polvere sul pavimento, nessuna insegna. La chiave di Luca entrò perfettamente nella serratura di una piccola porta laterale.


Dentro trovammo quasi nulla.

Uno scaffale.

Una scrivania.

Una cassaforte aperta e vuota.

«Qualcuno è arrivato prima di noi», disse Marco.

Sul pavimento c’erano fogli bruciati. Mi inginocchiai e ne raccolsi uno rimasto parzialmente intatto.

In alto si leggeva:

**TRUST VALLI — BENEFICIARI: LUCA VALLI, GIULIA VALLI.**

Sotto comparivano trasferimenti per decine di milioni di euro.

Ma non era quello che attirò la mia attenzione.


In fondo alla pagina c’era il nome del fiduciario incaricato di proteggere il patrimonio dei bambini in caso di morte di Enrico.

Lessi una volta.

Poi una seconda.

**Riccardo Rinaldi.**

«È impossibile», mormorai.

Non avevo mai firmato quel documento.

Marco mi guardò. «Qualcuno ha usato il tuo nome.»

Un rumore metallico provenne dal fondo dell’hangar.

Ci voltammo.

Una porta secondaria oscillava ancora.


Qualcuno era appena uscito.

Marco corse verso di essa mentre io notai qualcosa sotto la scrivania: una busta bianca fissata con nastro adesivo. Sopra c’erano soltanto due parole scritte a mano.

**PER RICCARDO.**

Conoscevo quella grafia.

Era quella di Enrico.

Aprii la busta.

Dentro c’era una fotografia scattata molti anni prima. Io ed Enrico davanti alla vecchia officina, giovani e sorridenti. Accanto a noi c’era una donna dai capelli biondi che riconobbi immediatamente.

Il respiro mi si fermò.

Sul retro Enrico aveva scritto una data e una frase:

**“Se stai leggendo questo, significa che hanno trovato me. Non lasciare che trovino Elena.”**


Elena.

La donna nella fotografia.

La stessa donna che undici anni prima aveva distrutto la mia amicizia con Enrico e poi era scomparsa senza spiegazioni.

Sotto la fotografia c’era un secondo foglio, molto più recente.

Questa volta c’erano soltanto quattro parole.

**“Elena è ancora viva.”**

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