Rividi il video tre volte. Non perché avessi bisogno di capire le parole di Vittorio Valli, ma perché cercavo qualcosa dietro di lui: una finestra, un rumore, un riflesso, qualunque dettaglio potesse dirmi dove fossero Luca e Giulia. I bambini non sembravano feriti. Era l’unica cosa che mi impediva di perdere completamente il controllo. Luca teneva le mani sulle ginocchia, rigido, mentre Giulia guardava continuamente verso qualcuno fuori dall’inquadratura.
«Ciò che Elena ha nascosto nella tua azienda», ripeté Marco. «Che cosa significa?»
«Non lo so.»
Davide si avvicinò al telefono. «Enrico diceva che Elena aveva una copia dell’archivio.»
«Quale archivio?»
«Quello che può distruggere Vittorio.»
Mi voltai verso di lui.
Davide raccontò finalmente ciò che Enrico aveva scoperto. Vittorio Valli non era morto quando Enrico era bambino. Aveva simulato la propria morte dopo il fallimento di una società aeronautica e aveva continuato a operare attraverso prestanome, società fantasma e intermediari. Anni dopo aveva osservato da lontano suo figlio costruire un impero proprio nel settore che lui aveva perso.
«All’inizio lo aiutava segretamente», disse Davide. «Poi cominciò a usare le aziende di Enrico.»
«Per riciclare denaro?»
«Per controllare patrimoni che nessuno poteva collegare a lui. Enrico se ne accorse troppo tardi.»
Pensai ai documenti falsificati con la mia firma.
«E la mia holding?»
«Era perfetta. Grande, internazionale, migliaia di operazioni ogni giorno. Bastava avere qualcuno all’interno.»
Guardai Marco.
Lui capì.
«Riccardo, se pensi che sia io...»
«Non penso niente. Non ancora.»
Il dolore che attraversò il suo volto fu evidente, ma non potevo permettermi fiducia cieca. Non più.
«Voglio un elenco di chiunque abbia avuto accesso ai sistemi finanziari negli ultimi quindici anni.»
Marco annuì senza protestare.
Poi il telefono ricevette un secondo file.
Nessun messaggio.
Solo una registrazione audio.
Premetti play.
Per alcuni secondi sentimmo soltanto un fruscio. Poi la voce di Giulia.
«Riccardo, non portare quello che vuole.»
Un rumore improvviso.
La voce di Vittorio, distante: «Con chi stai parlando?»
La registrazione terminò.
Ma Davide alzò una mano.
«Riascoltala.»
Lo feci.
Dietro le voci c’era un suono regolare.
Campane.
Tre rintocchi, una pausa, poi altri due.
Marco aprì immediatamente il computer.
«Potrebbe essere una chiesa.»
«A Roma ce ne sono centinaia.»
«Non solo campane», disse Davide.
Alzò il volume. Dietro si sentiva anche un rombo basso e intermittente.
Aerei.
Vittorio non aveva portato i bambini lontano.
Mentre Marco cercava possibili edifici vicino alle rotte aeroportuali, io tornai alla frase di Vittorio. Elena aveva nascosto qualcosa nella mia azienda.
Poi ricordai una cosa.
Undici anni prima, pochi giorni prima di scomparire, Elena era venuta nel mio ufficio.
Avevo dimenticato quella visita perché era durata meno di dieci minuti. Era agitata. Mi aveva chiesto se poteva utilizzare il computer della mia sala riunioni per inviare alcuni documenti. Due giorni dopo Enrico mi aveva detto che lei aveva scelto lui.
«La sede vecchia», dissi.
Marco alzò lo sguardo.
«Cosa?»
«Elena è stata nella vecchia sede della Rinaldi Global prima di sparire.»
Quell’edificio era stato venduto anni prima, ma avevo fatto trasferire l’intero archivio aziendale nel nuovo quartier generale.
Raggiungemmo la sede poco dopo mezzanotte.
Nel seminterrato trovammo scatole che nessuno apriva da più di un decennio. Cercai i registri dell’anno in cui Elena era scomparsa.
Alla fine trovai il verbale della sala riunioni.
Una voce attirò immediatamente la mia attenzione.
**Materiale consegnato personalmente da E. Moretti.**
Numero archivio: R-17-04.
La scatola conteneva vecchi contratti, dischi rigidi e documenti apparentemente inutili.
Davide ne sollevò uno.
«Non c’è niente.»
Ma io conoscevo Elena.
Quando eravamo insieme, nascondeva sempre le cose importanti nei posti più banali.
Sul fondo trovai una vecchia agenda aziendale.
Dentro la copertina c’era una scheda di memoria.
Marco la inserì in un computer isolato dalla rete.
Comparvero centinaia di cartelle.
Transazioni.
Registrazioni.
Nomi di società.
Fotografie.
E una cartella chiamata semplicemente:
**VITTORIO.**
Davide espirò lentamente. «Eccolo.»
Aprii il primo video.
Enrico era seduto davanti a una telecamera. Sembrava stanco.
«Se qualcuno sta guardando questa registrazione, significa che non sono riuscito a fermarlo.»
Poi pronunciò una frase che ci lasciò immobili.
«Vittorio Valli non vuole soltanto il denaro. Vuole Luca e Giulia perché legalmente sono l’unica cosa che gli manca.»
Il video proseguiva.
Enrico spiegò che il trust non conteneva soltanto il suo patrimonio. Anni prima Vittorio aveva nascosto una parte enorme delle proprie partecipazioni attraverso una struttura finanziaria che, dopo una serie di passaggi successori, sarebbe finita sotto il controllo dei gemelli.
Al compimento dei diciotto anni, Luca e Giulia avrebbero potuto identificare e reclamare tutto.
«Ecco perché li vuole», sussurrò Marco.
«No», disse Davide.
Indicò lo schermo.
Enrico continuava.
«Se i bambini scompaiono o vengono dichiarati legalmente incapaci, il controllo passa al tutore fiduciario.»
Mi sentii gelare.
Il fiduciario risultava essere io.
Con una firma falsificata.
Era la trappola perfetta. Se fosse successo qualcosa ai bambini, sulla carta sarei stato io a beneficiare del controllo del patrimonio.
«Vittorio voleva incastrarti», disse Marco.
Prima che potessi rispondere, sullo schermo apparve Elena.
Era una registrazione diversa.
Più recente.
Molto più recente.
«Riccardo, se sei tu a vedere questo, ascoltami. Non cercare Vittorio finché non avrai trovato Laura. Lei conosce il luogo dove tiene i documenti originali. Ma c’è una cosa che Enrico non ha mai scoperto.»
Elena guardò direttamente nella telecamera.
«Vittorio non ha organizzato da solo l’incidente.»
La registrazione si interruppe.
In quel momento Marco ricevette i risultati della ricerca sulle campane.
Una sola struttura corrispondeva alla sequenza sonora e si trovava sotto una rotta di avvicinamento a Fiumicino: una villa privata accanto a una piccola cappella abbandonata, fuori Roma.
Il proprietario risultava essere una società svizzera.
La stessa amministrata da Stefano Neri.
Davide impallidì.
«Non può essere.»
Il mio telefono squillò.
Era Stefano.
Risposi.
«Finalmente», disse.
«Dove sono i bambini?»
«Con Vittorio. Ma se vai alla villa adesso, morirà l’unica persona che può dimostrare chi ha ucciso Enrico.»
«Elena?»
Silenzio.
Poi Stefano disse:
«No. Vanessa.»
Sentii il respiro bloccarsi.
«Vanessa sa chi ha sabotato l’aereo. E non ti ha detto tutto all’aeroporto perché quell’uomo era nella stanza accanto.»
«Chi?»
Stefano pronunciò un nome.
Guardai lentamente l’uomo davanti a me.
Davide.
Il telefono quasi mi scivolò dalla mano.
«Riccardo», continuò Stefano, «non fare capire a Davide che lo sai. È lui che ha consegnato Enrico a Vittorio.»







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