Per un istante vidi soltanto il volto di Davide. Diciotto anni cancellati in un secondo. La stessa cicatrice sottile sul sopracciglio, lo stesso modo di inclinare la testa quando aspettava una reazione. Poi le sue ultime parole mi raggiunsero davvero.
«Chi è con loro?»
Presi il telefono.
Davide fece un passo avanti. «Se chiami Marco, potresti condannare i bambini.»
Mi fermai.
«Hai cinque secondi.»
«Non so chi sia fisicamente accanto a loro. So soltanto che qualcuno della tua struttura lavora per lui.»
«Per chi?»
Davide guardò gli uomini della mia sicurezza alle mie spalle. «Non qui.»
Ordinai loro di aspettare al piano superiore. Nessuno sembrò gradire, ma obbedirono. Quando restammo soli, Davide chiuse la porta.
«Prima dimmi dov’è Elena.»
«Viva, fino a quarantotto ore fa.»
Lo afferrai per la giacca.
«Dov’è?»
«Se lo sapessi sarei già andato a prenderla.»
Lo lasciai andare con disgusto.
Davide respirò profondamente. «La mia morte fu organizzata da Enrico.»
Risi senza alcuna allegria. «Naturalmente.»
«Avevamo scoperto i primi trasferimenti illegali. Pensavamo fosse Stefano. Ci sbagliavamo. Qualcuno stava usando le società di tutti noi. Enrico capì che se fossi rimasto ufficialmente vivo mi avrebbero eliminato davvero. Così inscenammo l’incidente.»
«E per diciotto anni non hai trovato cinque minuti per dirmelo?»
«Enrico non si fidava più di te.»
Quelle parole mi colpirono.
«Perché?»
Davide aprì uno dei cassetti della scrivania e tirò fuori un fascicolo.
Dentro c’erano autorizzazioni bancarie con la mia firma.
Perfette.
Ma false.
«Qualcuno aveva accesso ai tuoi sistemi, Riccardo. Enrico non sapeva se fossi coinvolto o se fossi soltanto compromesso.»
Guardai le date. Alcuni documenti risalivano a più di dieci anni prima.
«Chi poteva avere quell’accesso?»
«Pochissime persone.»
Pensai ai dirigenti, agli avvocati, alla sicurezza.
A Marco.
Rifiutai immediatamente quel pensiero.
Davide vide la mia espressione.
«Non fidarti delle persone solo perché sono rimaste al tuo fianco a lungo.»
Il telefono vibrò.
Un messaggio di Marco.
**Tutto tranquillo. I bambini stanno mangiando.**
Lo fissai senza rispondere.
«Perché hai mandato la fotografia alla lounge?» domandai.
Davide corrugò la fronte.
«Quale fotografia?»
Gli mostrai lo schermo.
Il suo viso cambiò.
«Non sono stato io.»
«Il simbolo del lupo.»
«Non significa più quello che pensi.»
Davide si sbottonò il polsino.
Sul suo polso non c’era alcun tatuaggio.
Solo una cicatrice.
«Me lo sono fatto rimuovere quindici anni fa. Stefano anche.»
Sentii il sangue diventare freddo.
«Allora chi ha mandato il messaggio?»
«Qualcuno che conosce la nostra storia.»
Un rumore arrivò dal piano superiore.
Uno dei miei uomini gridò il mio nome.
Salimmo di corsa.
La porta principale era aperta.
Sul pavimento giaceva uno dei telefoni della sicurezza, distrutto. Gli uomini stavano bene, ma qualcuno aveva lanciato una pietra attraverso una finestra. Attorno c’era un foglio.
Lo raccolsi.
**TORNA A ROMA, RICCARDO.**
Sotto era disegnato il lupo.
Chiamai Marco.
Nessuna risposta.
Una volta.
Due.
Tre.
Alla quarta rispose una voce piccola.
«Riccardo?»
Giulia.
«Dov’è Marco?»
«È uscito.»
Il cuore accelerò.
«Con chi sei?»
«Con Luca e la signora.»
«Quale signora?»
Prima che potesse rispondere sentii una voce femminile lontana.
La comunicazione cadde.
«Partiamo», ordinai.
Davide mi afferrò il braccio.
«Io vengo con te.»
«No.»
«Se Elena è stata presa, i bambini sono l’unica cosa che può costringerla a parlare.»
Lo guardai negli occhi e capii che almeno su quello aveva ragione.
Durante il viaggio verso Roma chiamai direttamente il responsabile della sicurezza aeroportuale. La lounge era vuota.
Marco aveva lasciato l’area ventisette minuti prima.
I bambini erano stati trasferiti in una sala protetta insieme alla funzionaria dei servizi sociali.
«Nome della funzionaria?»
Una pausa.
«Laura Bianchi.»
Davide diventò pallido.
«Ferma la macchina.»
«Cosa?»
«Laura Bianchi non esiste.»
Mi mostrò una fotografia sul suo telefono.
Era Elena, scattata molti anni prima, accanto a una donna dai capelli scuri.
«Questa è Laura Ferretti. Lavorava con Enrico. Era la sua responsabile legale.»
«È dalla nostra parte?»
Davide mi guardò.
«Era la persona che ha certificato la mia morte.»
Quando arrivammo all’aeroporto trovammo la sala vuota.
Sul tavolo c’erano ancora due bicchieri di cioccolata.
L’orsacchiotto di Luca era sul pavimento.
Mi inginocchiai e lo raccolsi.
Qualcuno aveva aperto completamente la cucitura.
«Hanno cercato qualcos’altro», disse Davide.
«La chiave non era più dentro.»
«Forse non cercavano la chiave.»
Sentii un rumore.
Mi voltai.
Marco era sulla porta, il labbro spaccato e la camicia sporca.
«Riccardo...»
Gli andai incontro.
«Dove sono?»
«Laura li ha portati via. Ho provato a fermarla.»
«Perché li hai lasciati con lei?»
«Perché aveva credenziali autentiche.»
Davide avanzò.
Marco lo vide e rimase pietrificato.
«Tu sei morto.»
«Non abbastanza.»
Marco estrasse lentamente qualcosa dalla tasca.
Una piccola busta che Giulia gli aveva infilato nella giacca prima di sparire.
Dentro c’era un foglio disegnato con pastelli.
Una casa.
Due bambini.
Una donna bionda.
E un uomo alto con un lupo sul polso.
Sotto, nella grafia incerta di Luca, c’erano parole che mi tolsero il respiro:
**PAPÀ DICEVA CHE QUESTO È NOSTRO NONNO.**
Guardai Davide.
«Il padre di Enrico è morto trent’anni fa.»
Davide scosse lentamente la testa.
«No, Riccardo. È questo che Enrico ha creduto per tutta la vita.»
Poi indicò l’uomo disegnato accanto ai gemelli.
«Vittorio Valli è vivo.»
Il mio telefono vibrò.
Un video.
Premetti play.
Luca e Giulia erano seduti in una stanza che non riconoscevo. Dietro di loro comparve lentamente un uomo anziano.
Sollevò la manica.
Sul polso aveva il tatuaggio del lupo.
Poi guardò direttamente nella telecamera.
«Ciao, Riccardo. È passato molto tempo.»
Conoscevo quella voce.
E improvvisamente ricordai dove l’avevo sentita l’ultima volta: la notte in cui Enrico ed io avevamo fatto il nostro tatuaggio, quando un uomo che credevamo un semplice investitore aveva pagato il conto ed era sparito prima dell’alba.
L’uomo sorrise.
«Se vuoi i bambini, portami ciò che Elena ha nascosto nella tua azienda.»







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