Fissai il simbolo del lupo sullo schermo finché il resto della fotografia sembrò perdere consistenza. Non era soltanto simile al mio tatuaggio. Era identico: la stessa linea spezzata sull’orecchio sinistro, lo stesso muso geometrico, persino quella piccola incisione sotto l’occhio che un tatuatore di Ostia aveva aggiunto vent’anni prima seguendo un disegno fatto da Enrico su un tovagliolo.
«Chi altro aveva questo simbolo?» domandò Marco.
Non risposi subito.
Eravamo stati in quattro.
Io, Enrico e altri due ragazzi che lavoravano con noi nella vecchia officina: Stefano Neri e Davide Conti. Ci chiamavamo scherzosamente i Lupi, perché passavamo le notti a riparare motori e dormivamo poche ore sul pavimento dell’officina. Quando arrivarono i primi soldi, le cose cambiarono. Stefano se ne andò dopo una lite con Enrico. Davide morì due anni dopo in un incidente motociclistico. Almeno, questo era ciò che avevo sempre creduto.
«Marco, trova Stefano Neri.»
«E Davide?»
«È morto.»
Marco mi guardò. «Dopo oggi eviterei di considerare definitiva qualsiasi morte.»
Aveva ragione.
Feci trasferire immediatamente Luca e Giulia in una zona dell’aeroporto accessibile soltanto al personale autorizzato. Questa volta controllammo personalmente ogni persona che entrava. Non volevo portarli al lago finché non avessimo capito chi ci osservava.
Giulia continuava a tenere il telefono.
«Posso vedere di nuovo la foto?» le chiesi.
Me lo porse.
Ingrandii l’immagine. Era stata scattata attraverso il vetro della lounge. Sul riflesso, quasi invisibile, appariva una sagoma.
Marco la osservò.
«Possiamo recuperare le telecamere del corridoio.»
Venti minuti dopo avevamo un volto.
Un uomo alto, cappotto scuro, barba corta. Non era il falso Paolo Ferri. Lo vedemmo fermarsi davanti alla lounge, scattare la fotografia e allontanarsi.
Poi Luca si avvicinò allo schermo.
«Io lo conosco.»
Mi voltai di scatto.
«Da dove?»
«Veniva da papà.»
«A casa vostra?»
Luca annuì. «Papà lo chiamava zio Stefano.»
Il nome mi attraversò come una scarica.
Marco digitò velocemente sul computer. Stefano Neri risultava residente in Svizzera da quasi dieci anni e amministratore di una società di consulenza finanziaria. Una delle sue aziende, però, compariva anche nei documenti parzialmente bruciati dell’unità 317.
Uno dei trasferimenti del trust era passato proprio attraverso quella società.
«È lui», dissi.
Ma qualcosa mi disturbava. Se Stefano voleva la chiave, perché mandarci una fotografia invece di tentare di prenderla? Perché usare il simbolo che avrebbe permesso a me di identificarlo?
Il telefono di Giulia emise un suono.
Secondo messaggio.
Questa volta c’erano parole.
**NON ANDATE ALL’INDIRIZZO DI ELENA. È UNA TRAPPOLA.**
Sotto, un’altra frase.
**ENRICO SI FIDAVA DELL’UOMO SBAGLIATO.**
Marco prese il telefono.
«Potrebbe essere Stefano.»
«Oppure qualcuno vuole che pensiamo che lo sia.»
Chiamai il numero da cui era arrivato il messaggio. Inesistente.
Fu Giulia a rompere il silenzio.
«Riccardo, posso dirti una cosa?»
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Sempre.»
«Papà litigava con zio Stefano.»
«Quando?»
«Prima di morire.»
Luca intervenne. «Papà gli disse: “Non coinvolgere Riccardo”.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
«Ricordi altro?»
Il bambino pensò a lungo.
«Stefano disse che era troppo tardi.»
A quel punto decisi che aspettare sarebbe stato più pericoloso che muoversi. Ma non avrei portato i gemelli con me. Marco rimase con loro mentre io partii verso il lago di Bracciano con quattro uomini della sicurezza.
L’indirizzo di Elena conduceva a una casa isolata tra gli alberi. Arrivammo poco prima del tramonto. Il cancello era aperto.
Troppo aperto.
Entrai.
La casa sembrava vuota da giorni. Sul tavolo c’era una tazza con un sottile strato di polvere. Gli armadi erano quasi completamente vuoti.
Poi trovai una fotografia sul frigorifero.
Luca e Giulia, più piccoli, giocavano su un prato.
Elena li aveva visti crescere.
Non li aveva abbandonati.
Sul retro della fotografia era scritto:
**“Perdonatemi perché posso amarvi soltanto da lontano.”**
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Signor Rinaldi», chiamò uno dei miei uomini.
Nel seminterrato trovammo una stanza nascosta dietro una libreria. C’erano monitor, documenti, fotografie e registrazioni. Elena aveva passato anni a raccogliere prove.
Al centro della parete c’era una mappa delle società del gruppo Valli.
Molte erano collegate da linee rosse.
Una conduceva direttamente alla mia holding.
Rinaldi Global.
Mi avvicinai incredulo.
Qualcuno aveva utilizzato una mia società per trasferire milioni senza che io lo sapessi.
Poi vidi una cartellina con il mio nome.
La aprii.
Dentro c’erano fotografie di me scattate negli ultimi undici anni, copie dei miei viaggi, incontri, proprietà.
Elena aveva seguito anche me.
In fondo trovai una lettera.
**Riccardo, se sei arrivato fin qui, Enrico non è riuscito a proteggere i bambini. Non fidarti del trust. Non fidarti di chi sostiene di rappresentare la famiglia Valli. E soprattutto non credere che Stefano sia il tuo nemico.**
Mi fermai.
La frase successiva era stata sottolineata due volte.
**L’uomo che ha organizzato tutto questo era con noi la notte in cui facemmo il tatuaggio.**
Eravamo stati in quattro.
Io.
Enrico.
Stefano.
Davide.
Sentii passi alle mie spalle.
Mi voltai di scatto.
Un uomo era fermo sulla soglia della stanza.
Più vecchio, con i capelli quasi completamente grigi, ma riconobbi immediatamente quegli occhi.
Davide Conti.
L’uomo che avevo creduto morto per diciotto anni.
Sollevò lentamente entrambe le mani.
«Riccardo, se vuoi rivedere Elena viva, non chiamare nessuno.»
Poi guardò il mio telefono.
«E soprattutto non tornare dai gemelli. Perché l’uomo che Enrico temeva è già con loro.»







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