Rimasi immobile con il foglio tra le dita. Elena è ancora viva. Quattro parole, eppure bastarono a riportarmi indietro di undici anni. Elena Moretti non era stata soltanto la donna che aveva distrutto la mia amicizia con Enrico. Era stata la donna che avevo amato. Poi, una mattina, era scomparsa. Enrico mi aveva detto che aveva scelto lui, che non voleva più vedermi e che sarebbe stato meglio per tutti se avessi smesso di cercarla. Sei mesi dopo avevo saputo che si erano sposati. Non avevo mai chiesto spiegazioni. Avevo trasformato il dolore in rabbia, la rabbia nel lavoro e il lavoro nell’impero che portava il mio nome.
«Riccardo.»
La voce di Marco mi riportò al presente. Era rientrato dalla porta secondaria, senza fiato.
«L’ho perso. C’era una macchina ad aspettarlo.»
Gli mostrai il foglio.
Marco lo lesse, poi guardò la fotografia.
«Chi è Elena?»
«La madre di Luca e Giulia.»
Pronunciare quelle parole ad alta voce rese improvvisamente evidente qualcosa che fino a quel momento non avevo voluto vedere. I riccioli biondi di Giulia. Gli occhi azzurri. Quel modo di osservare le persone in silenzio prima di fidarsi. Elena faceva esattamente lo stesso.
Presi il telefono.
«Dobbiamo tornare dai bambini.»
Quando raggiungemmo la lounge, Giulia corse verso di me. Luca rimase seduto, ma vidi le sue spalle rilassarsi. Avevo mantenuto la promessa.
Mi inginocchiai.
«Voglio chiedervi una cosa sulla vostra mamma.»
Luca si irrigidì.
Estrassi lentamente la fotografia.
Giulia la riconobbe prima ancora che gliela porgessi.
«Mamma.»
Sentii il cuore colpirmi le costole.
«Sei sicura?»
«C’era una foto uguale nella stanza di papà.»
Luca prese l’immagine. «Vanessa l’ha bruciata.»
«Quando?»
«Dopo il funerale.»
Marco ed io ci guardammo.
«Vanessa vi ha mai detto come vostra madre era andata via?»
Giulia abbassò gli occhi. «Diceva che ci aveva lasciati.»
«Papà non diceva così», intervenne Luca. «Papà diceva che mamma non poteva tornare.»
Quella differenza era enorme.
Non non voleva.
Non poteva.
Marco ricevette una chiamata e si allontanò. Tornò dopo pochi minuti con il volto teso.
«Vanessa vuole parlare. Ma solo con te.»
La trovai in una stanza sorvegliata dall’altra parte del terminal. Non sembrava più la donna arrogante di un’ora prima. Il trucco era sbavato e continuava a guardare verso la porta.
Posai la fotografia sul tavolo.
Vanessa impallidì.
«Dove l’ha trovata?»
«Unità 317.»
Per la prima volta vidi paura autentica nei suoi occhi.
«Allora siete già morti.»
«Chi è Elena?»
Vanessa rise nervosamente. «Lei lo sa benissimo.»
«Perché Enrico diceva ai bambini che non poteva tornare?»
Vanessa rimase in silenzio.
«Se vuoi che ti protegga, parla.»
«Proteggermi?» sussurrò. «Lei pensa davvero che tutto questo riguardi il trust?»
«Dimmi cosa riguarda.»
Vanessa si chinò verso di me.
«Enrico aveva scoperto che qualcuno usava la sua compagnia per spostare denaro attraverso società fantasma. Quando provò a fermarlo, cominciarono le minacce. Elena scoprì qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.»
«E poi?»
«Scomparve.»
«Enrico mi disse che era andata via con lui.»
Vanessa mi guardò quasi con pietà.
«Enrico le mentì.»
Quelle parole mi fecero più male di quanto volessi ammettere.
«Perché?»
«Perché lei era il punto debole di Elena.»
Mi alzai lentamente.
«Spiegati.»
«Se lei avesse saputo che Elena era in pericolo, l’avrebbe cercata. Enrico sapeva che l’avrebbero seguita. Così fece credere a lei di essere stata tradita e fece credere a Elena che lei non volesse più vederla.»
Mi mancò il respiro.
Undici anni di odio costruiti su una menzogna.
«Dov’è Elena?»
Vanessa scosse la testa.
«Non lo so.»
«Stai mentendo.»
«No. Enrico cambiava continuamente il posto in cui la teneva nascosta. Nemmeno io conoscevo l’indirizzo.»
«E perché hai abbandonato i bambini?»
Il suo viso si contrasse.
«Perché tre giorni dopo il funerale qualcuno è entrato in casa.»
Rimasi in silenzio.
«Non hanno rubato gioielli. Non hanno preso soldi. Sono entrati nella camera dei bambini e hanno aperto ogni giocattolo.»
Pensai immediatamente all’orsacchiotto.
«Cercavano la chiave.»
Vanessa annuì.
«Ho capito che sarebbero tornati. Ho ricevuto una busta con due biglietti aerei. Uno per me e uno vuoto. Dentro c’era scritto: “Lascia i bambini al Gate 17 e sarai libera”.»
«E tu l’hai fatto.»
Le lacrime le riempirono finalmente gli occhi.
«Avevo paura.»
Non provai compassione. Ma compresi che Vanessa non era il vertice di quella storia. Era soltanto un’altra persona terrorizzata da qualcuno molto più potente.
Il mio telefono vibrò.
Marco.
«Riccardo, torna subito.»
«Che succede?»
«Abbiamo controllato il telefono di Enrico recuperato dopo l’incidente. C’era un messaggio cancellato che i tecnici sono riusciti a ricostruire.»
«Da chi?»
Silenzio.
«Da Elena.»
Sentii il sangue gelarsi.
«Quando?»
«Quarantasette minuti prima dell’incidente.»
Uscii dalla stanza senza salutare Vanessa.
Quando raggiunsi Marco, mi porse il telefono.
Il messaggio conteneva soltanto un indirizzo e una frase:
**“Enrico, hanno scoperto dove sono. Non venire. Porta Luca e Giulia da Riccardo.”**
Sotto compariva un indirizzo in una piccola località sul lago di Bracciano.
Stavo già ordinando alla sicurezza di preparare le auto quando Giulia arrivò correndo.
«Riccardo!»
Si fermò davanti a me con qualcosa stretto nella mano.
Era il cellulare che la funzionaria le aveva dato per guardare dei cartoni.
Sul display era comparso un messaggio destinato a un indirizzo email creato a nome di Giulia Valli.
Non c'era testo.
Solo una fotografia scattata pochi minuti prima.
Mostrava me, Luca e Giulia dentro la lounge dell’aeroporto.
Qualcuno ci stava osservando.
E nell'angolo inferiore dell'immagine compariva un simbolo che conoscevo molto bene.
Un lupo nero identico a quello tatuato sul mio polso.







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