La chiave rimase sul pavimento per alcuni secondi prima che Marco si chinasse a raccoglierla. La tenne tra le dita senza dire nulla, osservando il piccolo simbolo inciso sul metallo. Io non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Avevo visto quella stessa chiave otto anni prima, anche se allora non avevo mai avuto motivo di chiedermi cosa aprisse.
«Mamma», disse Marco lentamente, «dove l'hai presa?»
Patrizia rimase appoggiata alla scrivania.
«Era di tuo padre.»
«Questo lo so.»
«Dopo la sua morte l'ho trovata tra le sue cose.»
«E perché ce l'hai ancora?»
Patrizia abbassò gli occhi.
«Perché non ho mai avuto il coraggio di usarla.»
Marco la strinse nel pugno.
«Allora lo faremo adesso.»
Uscimmo dallo studio senza aggiungere altro. I bambini erano ancora a tavola. Matteo raccontava qualcosa a Sofia, mentre Olivia cercava di convincere Edoardo che il suo dolce fosse più grande. Nessuno di loro sembrava rendersi conto che, a pochi metri di distanza, stavamo riaprendo una storia che aveva distrutto la nostra famiglia prima ancora che loro nascessero.
«Restate qui», dissi ai bambini.
Olivia mi guardò.
«Tu dove vai?»
«Devo parlare con papà.»
Lei guardò Marco e poi sorrise.
«Puoi chiamarlo papà.»
Marco abbassò gli occhi.
Quella semplice frase sembrò fargli più male di qualsiasi accusa.
«Torno presto», promisi.
Patrizia ci condusse verso la parte più antica della villa. Il corridoio terminava davanti a una porta di legno scuro che non avevo mai visto aperta.
Marco inserì la chiave nella serratura.
Girò.
Uno scatto secco.
La porta si aprì.
L'odore di carta vecchia e legno chiuso mi colpì immediatamente. Dentro c'era uno studio più piccolo di quello principale. Una scrivania, due scaffali, un armadio metallico e una cassaforte incassata nella parete.
Marco accese la luce.
«Mio padre aveva un secondo studio.»
Patrizia annuì.
«Non voleva che nessuno entrasse qui.»
Mi avvicinai alla scrivania.
Sul ripiano c'era ancora un calendario.
Dicembre di otto anni prima.
La pagina era ferma al giorno quattordici.
La data in cui Marco aveva lasciato casa.
Mi si strinse lo stomaco.
«Guarda.»
Indicai una piccola annotazione scritta sul calendario.
**“Keira — 21:30.”**
Marco si avvicinò.
«Che cosa significa?»
«Non lo so.»
Ma dentro di me cominciavo a ricordare.
Quella sera, prima che Marco se ne andasse, avevo ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto. Una voce maschile mi aveva chiesto di incontrare qualcuno nella villa dei Rinaldi. Non ero mai andata.
O almeno così credevo.
Marco aprì il primo cassetto.
Vuoto.
Il secondo conteneva vecchie fatture.
Nel terzo trovò una busta bianca.
Sopra c'era scritto il mio nome.
La presi.
Le mani mi tremavano.
«Aprila», disse Marco.
«No.»
Lui mi guardò.
«Perché?»
«Perché per otto anni ho cercato di dimenticare.»
«E io per otto anni ho creduto a una bugia.»
Lo guardai.
Aveva gli occhi lucidi.
«Allora apriamola insieme.»
Dentro c'era una sola fotografia.
La guardai e sentii il respiro bloccarsi.
Era stata scattata in ospedale.
Io ero seduta su un letto, ancora giovane, pallida e confusa.
Accanto a me c'era un medico.
E dietro il vetro della porta c'era Vittorio.
Ma non era solo.
Accanto a lui c'era una donna.
Alessia.
La nuova compagna di Marco.
Mi voltai lentamente verso di lui.
«Lei era qui.»
Marco fissò la fotografia.
«Non è possibile.»
«La conoscevi già?»
«No.»
Ma il suo volto diceva che qualcosa gli era appena tornato in mente.
«Aspetta.»
Si avvicinò alla fotografia.
«Quel giorno...»
«Cosa?»
«Alessia lavorava per mio padre.»
Il silenzio diventò pesante.
Patrizia arretrò.
«Marco...»
Lui si voltò verso sua madre.
«Tu lo sapevi?»
Patrizia non rispose.
«Mamma, sapevi che Alessia conosceva Keira?»
«Non come pensi.»
Marco perse la pazienza.
«Allora spiegami!»
Patrizia abbassò la voce.
«Alessia non era la compagna di tuo padre. Era la sua assistente.»
Sentii un brivido.
Marco fissò la fotografia.
«E perché era in ospedale?»
Patrizia chiuse gli occhi.
«Perché tuo padre l'aveva mandata a controllare una cosa.»
«Quale cosa?»
«Se i quattro bambini fossero davvero figli di Marco.»
Marco rimase immobile.
Poi si voltò verso di me.
«Perché mio padre avrebbe dovuto fare un test di paternità senza dirmelo?»
Non ebbi il tempo di rispondere.
Il telefono di Marco squillò.
Era lo stesso avvocato di prima.
Marco rispose.
«Pronto?»
La voce dall'altra parte parlò per diversi secondi.
Il volto di Marco cambiò.
«È sicuro?»
Pausa.
«No. Non può essere.»
Mi guardò.
«Ha trovato il risultato del test.»
Sentii il cuore accelerare.
«E cosa dice?»
Marco rimase in silenzio.
Poi l'avvocato pronunciò qualcosa che fece cadere il telefono dalle sue mani.
«Dice che i bambini non sono figli biologici di Marco.»
Patrizia si coprì la bocca.
Io non riuscivo a respirare.
E proprio in quel momento, dalla sala da pranzo, arrivò la voce innocente di Olivia:
«Mamma! Perché quel signore dice che papà non è il nostro vero papà?»
Mi voltai di scatto.
Qualcuno era entrato nella stanza.
E non era uno dei bambini.







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