Divertimento

La fidanzata del boss mi schiaffeggiò davanti a dodici famiglie — poi il coniglietto di mia figlia fece gelare Alessandro Moretti

Il buio inghiottì Villa Moretti.

Per un istante sentii soltanto il respiro di Emma e il rumore improvviso di uomini che estraevano armi.

Poi Alessandro urlò:

«Nessuno si muova.»

Una mano mi afferrò il braccio.

Istintivamente cercai Emma.

«Mamma!»

«Sono qui.»

La voce di Alessandro arrivò vicinissima.

«Elena, prendila.»


Mi spinse Emma contro il petto e subito dopo udii due colpi secchi provenire dal corridoio.

Non sembravano spari.

Sembravano qualcosa che cadeva.

Poi un uomo gridò.

Le luci d’emergenza si accesero.

Rosse.

Deboli.

Abbastanza per trasformare la biblioteca in qualcosa di irreale.

Due guardie erano a terra vicino alla porta.

Non ferite.


Svenute.

Alessandro si chinò accanto a una di loro e toccò il collo.

«Respirano.»

Don Ricci indicò il corridoio.

«Gas?»

«No.»

Alessandro osservò una piccola siringa conficcata nella spalla di uno degli uomini.

«Dardi.»

Il mio sangue si gelò.

Chiunque avesse spento la villa sapeva esattamente dove colpire.


E soprattutto sapeva dove eravamo.

«Emma.»

Mi inginocchiai davanti a lei.

«Guardami.»

Lei stringeva il coniglietto così forte che le nocche erano diventate bianche.

«Papà diceva che quando le luci si spegnevano dovevo nascondermi.»

Alessandro si voltò.

«Quando te lo diceva?»

Emma indicò il coniglio.

«Quando giocavamo alla fortezza.»


Sentii una fitta allo stomaco.

Daniele aveva trasformato istruzioni di emergenza in un gioco per una bambina.

Perché sapeva che un giorno sarebbero potute servire.

«Dove ti diceva di nasconderti?» chiese Alessandro.

Emma mi guardò.

Poi indicò il camino.

Alessandro si alzò immediatamente.

Dietro la cassaforte appena aperta c’era una parete di legno.

Uno dei suoi uomini la spinse.

Niente.


Emma lasciò la mia mano.

«No.»

Si avvicinò al bordo del camino e premette una piccola rosa scolpita nella pietra.

Udii un clic.

Una sezione della libreria si aprì.

Dietro c’era un passaggio stretto.

Alessandro rimase immobile.

«Non sapevi che esistesse?» chiesi.

«Questa villa appartiene alla mia famiglia da quattro generazioni.»

Il modo in cui lo disse mi fece capire la gravità della situazione.


Qualcuno conosceva Villa Moretti meglio del suo proprietario.

Alessandro ordinò a due uomini di controllare il tunnel.

Don Ricci lo fermò.

«Se quello è il percorso usato dall’intruso, li stai mandando direttamente in una trappola.»

«Se non li mando, potrebbe esserci qualcuno dall’altra parte.»

Una voce arrivò dalla biblioteca.

«Alessandro.»

Viviana.

Ci voltammo.

Era seduta su una poltrona, pallida.


Per la prima volta non sembrava arrogante.

Sembrava terrorizzata.

«Quel passaggio conduce alle vecchie cantine.»

Alessandro la fissò.

«Come lo sai?»

Viviana capì troppo tardi ciò che aveva appena rivelato.

«Me l’hai mostrato tu.»

«No.»

«Forse Matteo.»

Il volto di Alessandro diventò inespressivo.


«Matteo non ti sopportava.»

Viviana deglutì.

Vittorio intervenne.

«Questo interrogatorio è ridicolo.»

«Tu taci.»

La voce di Don Ricci fu più dura di quanto mi aspettassi.

Vittorio lo guardò.

«Non dimenticare con chi stai parlando.»

«No. Tu non dimenticare dove sei.»

Le dodici famiglie ormai non si osservavano più come alleati.


Si studiavano come nemici.

Alessandro diede ordine che nessuno lasciasse il salone.

Poi entrò nel passaggio.

«Vengo anch’io», dissi.

Lui si fermò.

«No.»

«Daniele ha costruito tutto questo per proteggere me ed Emma. Se c’è qualcosa laggiù che riguarda mio marito, ho il diritto di vederla.»

Alessandro mi fissò a lungo.

Poi guardò Emma.

«La bambina resta con Ricci.»


Emma scosse immediatamente la testa.

«Io resto con la mamma.»

«Emma.»

«No.»

Alessandro sembrò sul punto di discutere.

Poi Don Ricci si avvicinò lentamente.

«Portatele entrambe.»

Lo guardai sorpresa.

«Se Daniele ha costruito questo sistema», spiegò, «potrebbe aver lasciato indicazioni che solo la bambina riconosce.»

Non mi piaceva.

Ma sapevo che aveva ragione.

Entrammo nel tunnel.

Io davanti a Emma.

Alessandro davanti a noi.

Due uomini dietro.

L’aria odorava di pietra umida e polvere.

Dopo qualche metro trovammo un muro segnato da vecchi simboli.

Uno mi fece fermare.

Il serpente coronato.

La chiave spezzata.

Lo stesso simbolo cucito sul coniglio.

«Bellini», sussurrai.

Alessandro passò una mano sulla parete.

«No.»

Indicò una data incisa sotto il simbolo.

1958.

«La rete Bellini non esisteva ancora.»

Guardai il disegno.

«Allora perché usavano questo simbolo?»

Alessandro non rispose.

Proseguimmo.

Il tunnel terminava davanti a una porta metallica.

Emma si illuminò.

«La porta del drago.»

Mi voltai verso di lei.

«La conosci?»

«Papà l’aveva disegnata.»

Alessandro osservò la serratura.

Non era fatta per una chiave normale.

Aveva una piccola fessura rettangolare.

Il dispositivo trovato nel coniglietto.

Lo inserì.

La porta si aprì.

Dietro c’era una stanza minuscola.

Un tavolo.

Tre sedie.

Una parete coperta di fotografie.

Mi avvicinai.

Il respiro mi si spezzò.

C’erano immagini di Daniele.

Matteo Moretti.

Vittorio.

Viviana.

E Alessandro.

Ma una fotografia attirò la mia attenzione più di tutte.

Ritraeva Daniele davanti a Villa Moretti.

La data scritta sul retro era di sette anni prima.

Due anni prima che io lo conoscessi.

«Daniele era già qui», sussurrai.

Alessandro prese la fotografia.

«Non solo qui.»

Indicò l’uomo accanto a mio marito.

Era Matteo.

Si stringevano la mano.

Sul tavolo c’era una cartellina.

Dentro trovammo un elenco di nomi.

Non boss.

Non killer.

Contabili.

Autisti.

Avvocati.

Guardie.

Persino personale domestico.

Accanto ad alcuni nomi c’era una croce nera.

Accanto ad altri una sola parola.

**Sostituito.**

Alessandro impallidì.

«Questo non è un elenco di traditori.»

«Cos’è?»

Lui sollevò lentamente lo sguardo.

«È un elenco di persone infiltrate dentro le nostre famiglie.»

Un rumore risuonò nel tunnel.

Passi.

I due uomini di Alessandro puntarono le armi verso la porta.

Una figura comparve nell’ombra.

Uno dei suoi uomini.

Aveva il volto sconvolto.

«Signor Moretti.»

«Che succede?»

L’uomo esitò.

«Vittorio Conti è ancora nel salone.»

«Lo so.»

«Ma abbiamo trovato qualcuno nelle cantine.»

Alessandro strinse la mascella.

«Chi?»

La guardia guardò me.

«Un uomo con i documenti di Vittorio Conti.»

Il silenzio diventò assoluto.

Poi aggiunse:

«E sostiene che l’uomo al piano di sopra non è Vittorio Conti.»

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