Per qualche secondo nessuno parlò.
Sentii Emma stringermi la mano.
«Dov’è quell’uomo?» chiese Alessandro.
«Nella vecchia cantina nord. Due uomini lo stanno sorvegliando.»
«Portatelo nel salone.»
La guardia esitò.
«C’è un problema.»
Alessandro lo fissò.
«Quale?»
«È ferito. E continua a ripetere che qualcuno proverà a ucciderlo prima che riesca a parlare.»
Don Ricci, rimasto all’ingresso del passaggio, pronunciò una bestemmia sottovoce.
Alessandro raccolse la cartellina con l’elenco dei nomi.
«Allora non lo portiamo da loro.»
Attraversammo un secondo corridoio sotterraneo e raggiungemmo una stanza umida illuminata da una sola lampada.
L’uomo seduto contro il muro aveva il volto gonfio, un taglio sopra il sopracciglio e i polsi segnati da corde.
Ma lo riconobbi immediatamente.
Era Vittorio Conti.
O almeno aveva esattamente il volto dell’uomo che avevo visto poco prima nel salone.
Quando vide Alessandro cercò di alzarsi.
«Finalmente.»
Alessandro non gli andò incontro.
«Dimostrami chi sei.»
L’uomo rise amaramente.
«Tuo padre ti portò a Genova quando avevi undici anni. Rubasti una pistola dalla macchina della sua guardia e la nascondesti sotto il materasso dell’albergo. Io fui l’idiota che convinse tuo padre a non spezzarti entrambe le mani.»
Il volto di Alessandro non cambiò.
«Informazione conosciuta da abbastanza persone.»
Vittorio abbassò gli occhi.
Poi disse:
«Matteo ti chiamava Sandro soltanto quando aveva paura.»
Questa volta Alessandro reagì.
Quasi impercettibilmente.
«L’ultima volta che lo fece», continuò Vittorio, «fu tre giorni prima di morire. Mi disse che se fosse successo qualcosa a lui, non avrei dovuto fidarmi di nessuno che sapesse già del registro quarantasette.»
Alessandro si avvicinò.
«Perché non me l’hai mai detto?»
«Perché Matteo mi fece giurare.»
«Mio fratello è morto tre anni fa.»
«E io ho passato tre anni cercando di capire di chi potermi fidare.»
Alessandro indicò la porta.
«Come sei finito qui?»
«Ieri sera sono arrivato alla villa prima degli altri. Un uomo della tua sicurezza mi disse che volevi parlarmi in privato.»
Vittorio indicò le ferite ai polsi.
«Mi portarono nelle cantine. Mi colpirono. Quando mi svegliai, mancavano il telefono, l’anello, i documenti e persino la giacca.»
Mi si gelò il sangue.
«Quindi l’uomo di sopra ha preso il tuo posto.»
«Sì.»
«Come può ingannare persone che ti conoscono da decenni?» domandai.
Vittorio mi guardò.
«Perché nessuno osserva davvero un uomo potente. Osservano ciò che rappresenta. Il vestito. L’anello. Le guardie. Il modo in cui tutti gli altri gli cedono il passo.»
Alessandro non sembrava convinto.
«La voce.»
«Molto simile.»
«Il volto.»
«Guardalo da vicino.»
Alessandro si voltò verso una delle guardie.
«Portatelo qui.»
Cinque minuti dopo, il falso Vittorio venne trascinato nella stanza.
Non protestava più.
Quando vide l’uomo ferito contro il muro, il suo viso si svuotò completamente.
Erano incredibilmente simili.
Ma adesso che li avevo davanti entrambi vidi le differenze.
La linea della mascella.
La forma delle orecchie.
Una piccola cicatrice vicino all’occhio sinistro del vero Vittorio.
Don Ricci la notò nello stesso momento.
«Madonna santa.»
Il falso Vittorio cercò di divincolarsi.
«È una messinscena.»
Il vero Vittorio sputò a terra.
«Togliti il mio anello.»
Alessandro afferrò la mano dell’impostore e sfilò il pesante anello d’oro.
All’interno c’erano incise due iniziali.
V.C.
E una data.
Vittorio la pronunciò senza guardare.
«Ventidue ottobre 1989.»
Don Ricci chiuse gli occhi.
«Il giorno in cui morì tuo padre.»
Il falso Vittorio smise di parlare.
Alessandro gli afferrò il mento.
«Chi sei?»
Silenzio.
«Chi ti ha mandato?»
Niente.
Fu Viviana a tradirlo.
La sua voce arrivò dal corridoio.
«Cesare.»
Tutti ci voltammo.
Era riuscita a seguirci fino all’ingresso, scortata da due uomini.
L’impostore chiuse gli occhi.
Alessandro lasciò lentamente il suo volto.
«Cesare.»
Viviana capì ciò che aveva fatto e impallidì.
«Io...»
«Tu conosci quest’uomo.»
«No.»
«Hai appena pronunciato il suo nome.»
«L’ho sentito da qualcun altro.»
Cesare rise.
Una risata breve, senza allegria.
«Sei sempre stata pessima sotto pressione.»
Viviana lo fissò con puro terrore.
Alessandro si voltò verso di lei.
«Da quanto tempo?»
«Non è come credi.»
«Da quanto tempo conosci la rete Bellini?»
«Io non lavoro per i Bellini.»
«Non te l’ho chiesto.»
Viviana arretrò.
Per la prima volta da quando l’avevo conosciuta, sembrava cercare disperatamente una via di fuga.
Cesare invece guardò Emma.
Quel solo gesto bastò.
Alessandro gli puntò immediatamente una pistola al petto.
«Guardala ancora una volta e sarà l’ultima cosa che farai.»
Cesare sorrise.
«Troppo tardi.»
Mi misi davanti a mia figlia.
«Cosa significa?»
Lui indicò il coniglietto.
«Benedetti era più intelligente di quanto pensassimo. Ha nascosto la chiave dove nessuno avrebbe cercato.»
«Perché avete ucciso mio marito?»
Il sorriso scomparve.
«Io non l’ho ucciso.»
«Ma sai chi è stato.»
Cesare abbassò lo sguardo.
Alessandro gli premette la pistola contro il petto.
«Parla.»
«Daniele aveva due problemi. Aveva scoperto chi vendeva le rotte. E aveva scoperto chi stava costruendo una seconda organizzazione dentro la vostra.»
Don Ricci si irrigidì.
«Una seconda organizzazione?»
Cesare indicò l’elenco trovato nella stanza segreta.
«Quelli contrassegnati come “sostituiti” non sono morti.»
Guardai Vittorio.
«Allora cosa significa?»
«Significa che le loro funzioni sono state prese da persone fedeli a qualcun altro.»
Alessandro aprì il registro.
«A chi?»
Cesare alzò lentamente gli occhi.
«Non ai Bellini.»
Il silenzio diventò ancora più pesante.
«I Bellini erano soltanto la copertura.»
Alessandro fece un passo verso di lui.
«Chi c’è dietro?»
Cesare sorrise di nuovo.
«Chiedilo alla tua famiglia.»
Prima che qualcuno potesse reagire, si udì un rumore metallico nel corridoio.
Una delle guardie gridò.
Alessandro si voltò.
Fu sufficiente.
Cesare estrasse qualcosa dalla manica.
Don Ricci gli colpì il braccio.
Una piccola lama cadde sul pavimento.
Le guardie lo immobilizzarono.
Nel frattempo uno degli uomini di Alessandro arrivò correndo.
Aveva in mano un tablet.
«Abbiamo recuperato parte delle registrazioni della casa Benedetti.»
Mi mancò il respiro.
«Avete trovato la donna?»
L’uomo annuì.
Posò il tablet sul tavolo.
L’immagine era granulosa, ripresa da una telecamera dall’altro lato della strada.
Una donna entrava nel nostro vecchio palazzo.
Indossava occhiali scuri e un cappotto.
Non riuscivo a distinguerne bene il volto.
Poi l’uomo ingrandì un fotogramma.
Al polso della donna comparve un bracciale.
Alessandro diventò immobile.
Don Ricci sussurrò:
«Conosco quel gioiello.»
Viviana scosse immediatamente la testa.
«No.»
Alessandro non la stava guardando.
Fissava il bracciale.
«Apparteneva a mia madre.»
Mi voltai verso di lui.
«Tua madre?»
«È morta dodici anni fa.»
Nella stanza calò un silenzio gelido.
La guardia fece scorrere altri fotogrammi.
La donna usciva dal palazzo ventisette minuti dopo.
Questa volta la telecamera aveva ripreso il lato dell’auto che la aspettava.
Sul vetro posteriore c’era un piccolo stemma.
Una M argentata attraversata da una linea nera.
Alessandro fece un passo indietro.
«Quella macchina appartiene a Lorenzo Moretti.»
«Chi è?» chiesi.
La risposta arrivò da Don Ricci.
«Lo zio di Alessandro.»
Alessandro continuò a fissare lo schermo.
«E il consigliere che ha amministrato metà del mio impero dalla morte di Matteo.»
Emma tirò piano la mia gonna.
«Mamma.»
Mi chinai verso di lei.
«Cosa c’è?»
Lei indicò la donna sullo schermo.
«È lei.»
Sentii il cuore fermarsi.
«Sei sicura?»
Emma annuì.
«È la signora che ha cucito il serpente nel mio coniglietto.»
Continua — clicca sulla Parte 6 per continuare.







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