La parola polizia ebbe su di me un effetto strano.
Non mi spaventò. Mi mise a fuoco.
Per anni avevo imparato a separare il panico dai fatti, l’istinto dalla prova, la rabbia dall’azione utile. Ma quando la dottoressa indicò i polsi di mia figlia, quella disciplina mi servì più che in qualunque teatro operativo.
Mi avvicinai al letto.
«Anna.»
Lei aprì gli occhi con fatica. Sembrava cercare di capire dove fosse. Luca era stato portato poco prima in pediatria per essere controllato, e l’assenza del suo pianto rendeva la stanza quasi irreale.
«Papà…»
Le presi la mano senza stringerla.
«Adesso sei al sicuro. Ma devi dirmi cosa è successo.»
Il suo sguardo scivolò verso la porta.
Quello fu il primo dettaglio che mi fece davvero paura.
Non guardò me.
Controllò chi potesse ascoltare.
La dottoressa se ne accorse. Si chiamava dottoressa Ferri. Fece un cenno all’infermiera, che uscì e chiuse la porta.
«Signora Parisi», disse con voce calma, «qui dentro nessuno può obbligarla a dire nulla. Ma se qualcuno le ha fatto del male, abbiamo bisogno di saperlo.»
Anna cominciò a piangere senza emettere suono.
«Non volevo creare problemi.»
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
«Quali problemi?»
Lei scosse lentamente la testa.
«Matteo è già sotto pressione. Sua madre dice che io distruggo sempre tutto.»
La dottoressa Ferri sollevò appena lo sguardo verso di me, poi tornò su Anna.
«Chi le ha afferrato i polsi?»
Silenzio.
Poi Anna chiuse gli occhi.
«Patrizia.»
La parola cadde nella stanza come un oggetto pesante.
Non reagii.
Non perché non fossi furioso.
Perché volevo che continuasse.
«Perché?»
Anna inspirò piano, come se persino respirare le facesse male.
«Ieri notte Luca piangeva. Avevo bisogno di mangiare qualcosa prima di allattarlo. Mi sentivo debole. Ho provato ad alzarmi.»
Le lacrime scivolavano verso le tempie.
«Patrizia mi ha detto che lo facevo apposta. Che volevo attirare l’attenzione. Mi ha afferrata per i polsi e mi ha spinta di nuovo sul letto.»
Mi si irrigidì la mascella.
«E Chiara?»
Anna esitò.
«Era lì.»
«Ha fatto qualcosa?»
«Ha riso.»
Abbassai gli occhi per un istante.
Avrei preferito trovarmi davanti a uomini armati.
Con quelli, almeno, sapevo esattamente cosa fare.
La dottoressa Ferri continuò con delicatezza.
«Ha mangiato regolarmente negli ultimi giorni?»
Anna non rispose subito.
Fu sufficiente.
«Anna.»
«Patrizia diceva che dovevo perdere subito il peso della gravidanza.»
La dottoressa smise di prendere appunti.
«Le impediva di mangiare?»
«Diceva che avevo già abbastanza riserve. Mi portava una tisana. A volte del pane.»
Sentii il sangue martellarmi nelle orecchie.
«E il bambino?»
«Gli dava il latte artificiale quando voleva lei. Diceva che il mio latte non bastava.»
«Era vero?»
Anna mi guardò.
«Non lo so. Non mi lasciava decidere.»
In quel momento bussarono.
Entrarono due agenti, un uomo sulla cinquantina e una donna più giovane. Si presentarono, ma ricordo solo il cognome della donna: Serra.
Mi chiesero di uscire durante la prima parte della deposizione.
Obbedii.
Nel corridoio trovai Matteo.
Stava arrivando di corsa dall’ascensore, ancora con la valigia in mano.
«Dov’è Anna?»
Gli andai incontro.
«Dentro.»
«Sta bene? Patrizia mi ha chiamato dicendo che tu hai fatto una scenata e l’hai portata via senza motivo.»
Lo fissai.
«Tua madre ti ha detto questo?»
«Sì.»
«E tu le hai creduto?»
Si fermò.
«Marco, che succede?»
«Tua moglie è disidratata, debilitata, ha lividi ai polsi e la polizia le sta facendo delle domande.»
Il colore gli sparì dal viso.
«Lividi?»
«Tua madre l’ha afferrata.»
Matteo scosse la testa quasi subito.
«No. Dev’esserci un equivoco.»
Quella frase mi fece più male di quanto avrei voluto ammettere.
«Un equivoco?»
«Mamma è difficile, lo so, ma non farebbe mai—»
«Non finire quella frase.»
La mia voce rimase bassa.
Lui mi guardò e finalmente capì che non stavo parlando come un padre arrabbiato.
Stavo parlando come un uomo che aveva visto abbastanza per sapere quando qualcuno era in pericolo.
«Anna ha parlato.»
Matteo si passò una mano sul volto.
«Dio.»
Poi tirò fuori il telefono.
«Devo chiamare mamma.»
Gli afferrai il polso prima che componesse il numero.
Non forte.
Abbastanza.
«No.»
«Marco—»
«No. Prima ascolti tua moglie.»
In quel momento l’agente Serra uscì dalla stanza.
«Signor Parisi?»
Matteo annuì.
«Dobbiamo farle alcune domande. E le consiglio di non contattare sua madre per il momento.»
Lui abbassò lentamente il telefono.
Poi Serra si voltò verso di me.
«Colonnello Benedetti, possiamo parlare un attimo?»
La seguii di qualche metro lungo il corridoio.
«Sua figlia ha raccontato episodi che potrebbero configurare maltrattamenti e privazione di assistenza. Faremo gli accertamenti necessari.»
«Capisco.»
«C’è però un’altra cosa.»
Estrasse una piccola busta trasparente.
Dentro c’era un flacone di compresse.
«Questo era nella borsa di sua figlia.»
Guardai l’etichetta.
Il nome di Anna non compariva.
«Cos’è?»
«Un sedativo.»
Alzai gli occhi.
«Anna lo prende?»
«Dice di no.»
Per la prima volta da quando ero entrato in ospedale sentii un gelo diverso attraversarmi la schiena.
«Di chi è la prescrizione?»
Serra ruotò la busta.
Lessi il nome.
Patrizia Conti.
Rimasi immobile.
«Perché era nella borsa di Anna?»
«È esattamente ciò che vogliamo scoprire.»
Poi la dottoressa Ferri uscì dalla stanza con un foglio in mano.
«Colonnello.»
La sua espressione era tesa.
«Abbiamo ricevuto i primi risultati degli esami tossicologici.»
Mi bastò il suo tono.
«Ditemelo.»
«Sua figlia ha nel sangue una sostanza sedativa compatibile con quel farmaco.»
Guardai attraverso il vetro della porta.
Anna dormiva, pallida, mentre Matteo sedeva accanto al letto con le mani tra i capelli.
La dottoressa abbassò la voce.
«E la concentrazione è troppo alta perché si tratti di un’assunzione accidentale minima.»
In quell’istante capii che i lividi non erano il problema più grave.
Qualcuno non si era limitato a umiliare mia figlia.
Qualcuno aveva cercato di renderla incapace di reagire.







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