Quando Serra tornò, quasi due ore dopo, non aveva più l’aria di una poliziotta che stava raccogliendo pezzi separati.
Aveva l’espressione di qualcuno che aveva appena visto quei pezzi incastrarsi.
Chiuse la porta della stanza di Anna e posò sul tavolo una cartellina nuova.
«Chiara ha consegnato una copia di alcuni file che aveva salvato sul proprio computer.»
Matteo si alzò subito.
«Perché li aveva?»
«Perché sua madre le chiedeva di prepararli.»
Anna strinse Luca contro di sé.
«Quindi era coinvolta.»
Serra annuì.
«Sì. Ma non come pensavamo.»
La guardai.
«Spieghi.»
«Chiara ha ammesso di aver creato la falsa mail che ha mandato Matteo fuori regione. Ha modificato documenti, preparato bozze e copiato firme digitalizzate.»
Matteo chiuse gli occhi.
Anna invece rimase immobile.
«E adesso vuole farci credere di essere innocente?»
«No. Non ha chiesto di esserlo.»
Serra aprì il fascicolo.
«Ha detto di aver aiutato sua madre per anni perché dipendeva economicamente da lei. Patrizia pagava parte del suo affitto, le aveva procurato il lavoro e le ricordava continuamente che avrebbe perso tutto se avesse smesso di collaborare.»
«Non è una giustificazione», dissi.
«Non lo è.»
Serra fece scorrere verso di noi una stampa.
Era una mail vecchia di quasi un anno.
Da Patrizia a Chiara.
“Se Matteo sposa quella donna, prima o poi lei lo porterà via da noi. Dobbiamo fare in modo che ciò che appartiene alla famiglia resti nella famiglia.”
Seguivano riferimenti a conti bancari, una futura casa e una polizza.
Matteo lesse in silenzio.
«Quindi tutto questo era già iniziato prima della gravidanza.»
«Sì.»
Ma Serra non aveva finito.
La seconda mail era molto più recente.
Risaleva al giorno in cui Anna aveva comunicato alla famiglia di essere incinta.
Patrizia aveva scritto:
“Ora abbiamo qualcosa che Anna non potrà portarsi via senza combattere.”
Anna sbiancò.
«Luca.»
Serra annuì.
Fu allora che compresi il vero centro del piano.
Patrizia non aveva mai considerato mio nipote soltanto un bambino.
Lo considerava un legame.
Un patrimonio.
Una possibilità di tenere Matteo vicino a sé anche se il matrimonio fosse finito.
«Chiara ha detto altro?» chiesi.
Serra esitò.
«Ha detto che all’inizio pensava si trattasse soltanto di mettere al sicuro i beni di famiglia. Poi sua madre ha iniziato a parlare di dimostrare che Anna fosse inadatta.»
«E Chiara ha continuato ad aiutarla», disse Anna.
Non c’era pietà nella sua voce.
«Sì.»
«Anche dopo che mi ha vista stare male.»
Serra abbassò appena lo sguardo.
«Sì.»
Anna chiuse gli occhi.
Matteo fece un passo verso il letto, ma lei alzò una mano.
«Non adesso.»
Lui si fermò.
Quella piccola frase disse più di qualunque litigio.
Poco dopo arrivò la notizia che Patrizia era stata formalmente interrogata.
Negava tutto.
Sosteneva che Anna soffrisse di depressione post partum, che i lividi fossero dovuti al fatto che aveva cercato di impedirle di cadere e che i farmaci fossero finiti nella sua borsa per errore.
Quanto alla polizza e ai documenti, accusava Chiara.
«Dice che sua figlia ha agito da sola», spiegò Serra.
Matteo rise senza allegria.
«Naturalmente.»
Ma Patrizia commise il primo errore serio quello stesso pomeriggio.
Chiamò Matteo.
La polizia aveva autorizzato la conversazione e l’agente Serra era accanto a lui quando rispose.
«Pronto?»
La voce di Patrizia arrivò così forte che riuscivo quasi a sentirla anch’io.
«Matteo, devi smetterla di comportarti come un bambino.»
Lui mi guardò.
Serra fece cenno di continuare.
«Mamma, Anna è in ospedale.»
«Perché tuo suocero ha trasformato una situazione familiare in uno scandalo.»
Matteo strinse il telefono.
«Le hai dato dei sedativi?»
Silenzio.
Poi Patrizia cambiò tono.
«Tua moglie non dormiva. Era agitata. Il bambino aveva bisogno di tranquillità.»
Serra alzò immediatamente gli occhi.
Matteo impallidì.
«Quindi glieli hai dati.»
«Non mettermi parole in bocca.»
«Mamma.»
«Ho fatto quello che nessun altro aveva il coraggio di fare.»
La stanza divenne gelida.
Matteo inspirò.
«E cosa sarebbe?»
«Proteggere mio nipote.»
Patrizia ormai parlava più in fretta.
«Anna non era in grado di ragionare. Non mangiava, piangeva, voleva tenere il bambino sempre con sé. Non capisci? Bastava che succedesse qualcosa a Luca e tutti avrebbero dato la colpa a noi per non essere intervenuti.»
Anna la sentiva dall’altoparlante.
Il suo volto non tradiva più paura.
Solo una lucidità terribile.
Matteo abbassò la voce.
«E la casa?»
Patrizia tacque di nuovo.
Poi disse la frase che distrusse ogni possibilità di fingere.
«Quella casa doveva essere di Luca. Non di lei.»
Serra segnò qualcosa.
Matteo continuò.
«E la firma falsa?»
«Non era falsa. Era ciò che Anna avrebbe firmato se fosse stata ragionevole.»
Serra chiuse lentamente la penna.
Bastava quasi.
Ma Patrizia continuò, incapace ormai di fermarsi.
«Tu non capisci ancora cosa hai rischiato. Tuo padre ha perso tutto per una donna come lei.»
Matteo si immobilizzò.
Io vidi il cambiamento sul suo volto.
«Che cosa c’entra papà?»
Dall’altra parte cadde un silenzio lungo.
Troppo lungo.
Patrizia riattaccò.
Matteo rimase con il telefono in mano.
«Mio padre è morto quando avevo diciassette anni.»
Serra lo guardò.
«Come?»
«Incidente stradale.»
«Sua madre ha mai parlato di problemi economici legati a quel periodo?»
Matteo annuì lentamente.
«Diceva sempre che dopo la sua morte aveva dovuto salvare la famiglia da sola.»
«E quella frase su una donna?»
«Non l’avevo mai sentita.»
Più tardi, mentre Anna riposava, Matteo chiamò un vecchio zio paterno con cui non parlava da anni.
La conversazione durò meno di cinque minuti.
Quando terminò, era pallido.
«Mia madre mi ha mentito.»
Mi alzai.
«Su cosa?»
«Papà non aveva perso soldi per un’altra donna.»
Deglutì.
«Aveva scoperto che mamma spostava denaro dai loro conti comuni su un conto intestato solo a lei.»
Serra si irrigidì.
«Ne è sicuro?»
«Mio zio dice che stavano per separarsi.»
Matteo fissò il pavimento.
«Papà voleva chiedere l’affidamento principale di me e Chiara perché pensava che mamma fosse ossessionata dal denaro e dal controllo.»
Nessuno parlò.
Lui alzò gli occhi.
«Tre giorni prima dell’incidente aveva detto a mio zio che aveva raccolto dei documenti contro di lei.»
Sentii una pressione fredda nel petto.
«Che fine hanno fatto?»
«Sono spariti dopo la sua morte.»
Quella sera capii che Patrizia non stava inventando un comportamento nuovo.
Stava ripetendo uno schema antico.
Prima suo marito.
Poi Anna.
Persone che minacciavano di sottrarsi al suo controllo diventavano improvvisamente irresponsabili, pericolose o incapaci.
Solo che questa volta c’era una differenza.
Noi avevamo cominciato a raccogliere le prove prima che potessero sparire.







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