Quelle parole cambiarono il modo in cui guardai Matteo.
Non perché pensassi che stesse mentendo.
Perché, per la prima volta, vidi nei suoi occhi la paura di chi si rende conto che una parte della propria vita è stata amministrata da qualcun altro senza che lui se ne accorgesse.
L’agente Serra prese il telefono, fotografò il messaggio e lo restituì.
«Non risponda.»
«Ma se la facciamo parlare—»
«Se sospetta che stiamo raccogliendo prove, cancellerà ciò che può.»
Matteo annuì lentamente.
Io pensai alla casa.
Mesi prima Patrizia aveva insistito perché venisse acquistata intestandola a lei, usando i risparmi di Anna. Allora mi era sembrata avidità. Adesso quella pretesa appariva diversa.
Forse non voleva soltanto denaro.
Forse voleva controllo giuridico.
«Che documenti potrebbero riguardare la casa?» chiesi.
Matteo si passò entrambe le mani sul viso.
«Prima del matrimonio mia madre mi aiutava con tutte le pratiche. Banca, assicurazione, contratti. Diceva che io ero troppo disordinato.»
Anna emise una risata breve e amara dal letto.
«“Aiutava”.»
Matteo abbassò lo sguardo.
«Sì.»
«Aveva accesso ai tuoi conti?»
«A uno vecchio. Credo.»
«Credi?»
«Non lo uso quasi più.»
Serra intervenne subito.
«Non acceda a nulla da qui. Ci fornirà i dati e faremo le verifiche.»
Quella sera rimasi in ospedale.
Matteo pure.
Anna dormì quasi sempre, mentre Luca veniva riportato da pediatria in perfette condizioni. Quando lo presi in braccio, così piccolo e inconsapevole, provai una sensazione che conoscevo bene: il bisogno di proteggere qualcosa che non poteva proteggersi da solo.
Ma questa volta non bastava mettere il corpo tra il pericolo e chi amavo.
Dovevo capire il terreno.
La mattina seguente Serra tornò con un collega della sezione investigativa e un mandato per acquisire alcuni dispositivi e documenti presenti nell’abitazione.
Anna non poteva muoversi.
Matteo e io li accompagnammo.
Appena entrammo, la casa sembrava diversa.
Non perché fosse cambiata.
Perché adesso ogni oggetto poteva essere una prova.
Il tavolino era ancora coperto di piatti. Sul divano mancavano Patrizia e Chiara. La polizia ci informò che entrambe erano state rintracciate e invitate a presentarsi per essere ascoltate.
Nella cucina trovammo una scatola di tisane aperta.
Accanto, in un mobile alto, c’era un mortaio da cucina con residui bianchi.
Serra non toccò nulla.
Chiamò la scientifica.
Matteo guardò il mortaio come se non l’avesse mai visto.
«Mamma non usa mai quello.»
«Come fai a saperlo?» chiesi.
«Dice che è roba da vecchi.»
Non era una prova definitiva.
Ma era un’altra crepa.
Nella camera dove avevo trovato Anna c’era ancora il telefono fisso.
Sul comodino, sotto alcune riviste, un quaderno.
La polizia lo aprì davanti a noi.
Non era un diario.
Era un elenco.
Orari.
Poppate.
Farmaci.
Telefonate.
Accanto ad alcune righe comparivano annotazioni scritte con una grafia netta.
“Troppo agitata.”
“Ha chiesto di Matteo.”
“Ha tentato di alzarsi.”
“Dose ore 22:15.”
Matteo si piegò in avanti.
«Dose di cosa?»
Nessuno rispose.
Serra fece fotografare ogni pagina.
Poi indicò una riga.
“Giorno 4. M. fuori. A. ancora contraria. Serve firma.”
Sentii lo stomaco contrarsi.
«Firma su cosa?»
Matteo diventò improvvisamente pallido.
«Aspettate.»
Attraversò il corridoio e raggiunse uno studio piccolo vicino all’ingresso.
Aprì un cassetto.
Vuoto.
Ne aprì un altro.
Poi un armadietto.
«Qui tenevo una cartellina blu.»
Serra gli chiese cosa contenesse.
«Documenti della casa. Preventivi. La proposta che mamma aveva preparato mesi fa.»
«Quella che Anna aveva rifiutato?»
«Sì.»
«C’erano firme?»
Matteo esitò.
«La mia, su alcune richieste preliminari. Non quella di Anna.»
Io lo guardai.
«Sei sicuro?»
«Sì.»
La certezza durò meno di cinque secondi.
Poi trovammo la cartellina.
Non nello studio.
Era nascosta sotto il materasso della camera degli ospiti.
Dentro c’erano copie di documenti bancari, una bozza di acquisto immobiliare e una procura.
Serra iniziò a leggerla.
Poi si fermò.
«Signor Parisi, questa firma è sua?»
Matteo guardò.
«Sì.»
La sua voce era quasi inesistente.
«Sa cosa autorizza?»
«Pensavo fosse una delega per parlare con la banca.»
Serra gli porse il foglio.
«Non soltanto.»
La procura consentiva a Patrizia di rappresentarlo in alcune operazioni patrimoniali.
E allegato c’era un secondo documento.
Una dichiarazione secondo cui Anna avrebbe acconsentito all’utilizzo di una parte consistente dei propri risparmi familiari per l’acquisto di un immobile.
In fondo compariva una firma.
Anna Parisi.
La riconobbi subito.
O meglio, riconobbi ciò che qualcuno aveva cercato di imitare.
«Non è sua.»
Matteo mi guardò.
«Come fai a saperlo?»
«Perché mia figlia firma Marco con una M troppo stretta anche quando firma Benedetti per errore sui vecchi documenti. Ha sempre fatto la A di Anna allo stesso modo.»
Indicai il foglio.
«Questa A non è la sua.»
Serra non commentò, ma fece imbustare anche quello.
Poi trovammo qualcosa che spiegava il messaggio di Patrizia.
Una ricevuta di deposito presso un notaio.
Data: due giorni dopo la nascita di Luca.
Oggetto: documentazione patrimoniale familiare.
Matteo scosse la testa.
«Io non sono mai andato da un notaio.»
«Forse non serviva che ci andasse lei», disse Serra.
Sul retro della ricevuta c’era un appunto scritto a mano.
“Dopo la firma di A., tutto passa come previsto.”
Non serviva più molta immaginazione.
Patrizia aveva isolato Anna.
Aveva allontanato Matteo con una falsa trasferta.
L’aveva indebolita.
Forse sedata.
E nel frattempo stava preparando qualcosa che richiedeva una firma.
La domanda era una sola.
Quanto lontano sarebbe arrivata pur di ottenerla?
Serra chiuse la cartellina.
«Dobbiamo verificare subito il notaio.»
Matteo annuì, sconvolto.
Io invece fissavo ancora il quaderno.
Una pagina era stata strappata.
Solo una.
Sul bordo rimasto, sotto la luce, si distingueva l’impronta della penna.
Tre parole quasi invisibili.
“Se rifiuta ancora…”
Il resto era scomparso.







No comments yet