Divertimento

Mia Figlia Era Appena Diventata Madre, Ma Sua Suocera Aveva Già Preparato Un Piano Per Portarle Via Suo Figlio

Il notaio ricevette gli agenti quella stessa mattina.

Io non potei entrare durante l’acquisizione formale dei documenti, così rimasi seduto con Matteo in una sala d’attesa troppo elegante per il motivo che ci aveva portati lì. Pareti color crema, una macchina del caffè, riviste immobiliari disposte in ordine perfetto.

Matteo non aveva detto quasi nulla durante il tragitto.

A un certo punto sussurrò:

«Pensavo che volesse soltanto la casa.»

Lo guardai.

«Anch’io.»

Era la verità.

Ed era proprio ciò che cominciava a preoccuparmi.

Patrizia aveva fatto troppo per una semplice compravendita. Una falsa trasferta. Telefonate manipolate. Sedativi. Una firma falsificata.


Il rischio era enorme.

Il guadagno doveva esserlo altrettanto.

Dopo circa quaranta minuti Serra uscì dall’ufficio del notaio con una cartellina sottile.

La sua espressione non mi piacque.

«Dobbiamo tornare in ospedale.»

«Che avete trovato?» chiese Matteo.

Serra guardò prima lui, poi me.

«Preferisco che ci sia anche sua moglie.»

Anna era più lucida quando rientrammo. Aveva mangiato qualcosa e teneva Luca contro il petto mentre lui dormiva. Per qualche secondo osservai mia figlia e mio nipote e provai un sollievo quasi doloroso.

Poi Serra chiuse la porta.


«Signora Parisi, le farò vedere alcuni documenti. Se si sente stanca, ci fermiamo.»

Anna annuì.

Il primo foglio era quello che già conoscevamo: la dichiarazione con la firma falsa.

Il secondo no.

Era una relazione dattiloscritta.

In alto lessi le parole:

“Condizioni psicofisiche materne nel periodo puerperale.”

Anna aggrottò la fronte.

«Che cos’è?»

Serra le porse il documento.


La relazione descriveva una donna emotivamente instabile, incapace di gestire il neonato, soggetta a crisi di confusione, rifiuto del cibo e comportamenti potenzialmente pericolosi.

Quella donna avrebbe dovuto essere Anna.

Matteo lesse sopra la sua spalla.

«Ma è falso.»

«Quasi certamente», rispose Serra.

Io notai una frase.

“Episodi di sedazione spontanea e prolungata durante le ore diurne.”

Sentii la pelle delle braccia irrigidirsi.

Sedazione.

Avevano trasformato l’effetto del farmaco in un sintomo attribuito ad Anna.


«Chi ha scritto questa relazione?» chiesi.

«Non è firmata da un medico», disse Serra. «È una bozza.»

Anna voltò pagina.

Sul foglio successivo compariva una richiesta preparatoria per una consulenza legale relativa alla tutela di Luca.

Il silenzio diventò assoluto.

«Tutela?» disse Anna.

La sua voce era cambiata.

Serra si sedette.

«Non risulta presentata al tribunale. Almeno non ancora. Ma il materiale trovato dal notaio dimostra che qualcuno stava raccogliendo documentazione per sostenere che lei non fosse temporaneamente in grado di occuparsi di suo figlio.»

Anna strinse Luca più forte.


«Patrizia voleva portarmi via mio figlio.»

«Sembrerebbe più complesso.»

Serra estrasse un terzo documento.

Questa volta Matteo lo riconobbe.

«Quello è il contratto della casa.»

«Una versione modificata.»

Serra indicò una clausola.

Lessi due volte prima di comprenderla.

L’immobile non sarebbe stato acquistato semplicemente a nome di Patrizia.

Era previsto che diventasse l’abitazione stabile di Luca, con Patrizia indicata come soggetto incaricato della gestione patrimoniale fino alla maggiore età del bambino nel caso in cui i genitori fossero risultati “temporaneamente o permanentemente impossibilitati”.


Guardai Matteo.

«Hai firmato questo?»

«Mai.»

Serra indicò l’ultima pagina.

La firma di Matteo c’era.

Lui diventò livido.

«Quella è mia.»

«Quando l’ha messa?»

«Non lo so.»

Poi qualcosa gli attraversò il viso.


«Aspettate.»

Si sedette.

«Tre mesi fa mamma mi portò dei documenti dell’assicurazione. Disse che riguardavano la polizza vita che avevo fatto quando Anna rimase incinta. C’erano molte pagine. Alcune erano solo fogli firma.»

Serra non disse nulla.

Matteo si prese la testa tra le mani.

«Ho firmato senza leggere.»

Anna lo fissò.

Per la prima volta non vidi solo dolore nei suoi occhi.

Vidi rabbia.

«Hai firmato fogli in bianco a tua madre mentre stavamo per avere un figlio?»


«Anna, non sapevo—»

«È proprio questo il problema. Non sapevi mai.»

Matteo abbassò gli occhi.

Non tentò di difendersi.

Serra continuò.

«C’è altro.»

Pensai che non potesse esserci niente di peggio.

Mi sbagliavo.

Dal fascicolo estrasse una copia di una polizza assicurativa.

Contraente: Matteo Parisi.


Assicurata: Anna Parisi.

Beneficiario principale: Matteo.

Beneficiario sostitutivo, in determinate condizioni: Luca Parisi.

Amministratore dei beni destinati al minore: Patrizia Conti.

Anna impallidì.

«Io non ho mai visto questa polizza.»

Matteo la prese.

«Nemmeno io. Cioè… io ho una polizza. Ma su di me.»

Serra annuì.

«Questa è stata stipulata circa cinque mesi fa utilizzando copie di documenti e firme che ora dovranno essere periziate.»


Mi chinai sulla cifra.

Duecentocinquantamila euro.

Provai una sensazione fredda nello stomaco.

«State dicendo che Patrizia voleva ucciderla?»

Serra rispose subito.

«Non sto dicendo questo. Non abbiamo prove di un tentato omicidio.»

Poi guardò Anna.

«Ma abbiamo finalmente un possibile quadro più ampio.»

La casa.

La tutela di Luca.

La polizza.

L’isolamento.

Improvvisamente il denaro non era più il centro.

Era uno strumento.

Patrizia stava costruendo una versione della realtà in cui Anna era una madre instabile, Matteo un figlio incapace di gestire la famiglia e lei l’unica persona affidabile rimasta.

Mia figlia abbassò lo sguardo su Luca.

«Voleva sostituirmi.»

Nessuno rispose.

Perché era esattamente ciò che sembrava.

Poi Matteo sollevò di scatto la testa.

«Chiara.»

Lo guardammo tutti.

«Cosa c’entra Chiara?»

«Mamma non sa usare bene il computer. Non saprebbe creare una mail aziendale falsa. Non saprebbe modificare documenti in PDF.»

Serra si immobilizzò.

«Sua sorella sì?»

Matteo annuì lentamente.

«Lavora nell’amministrazione di una società. Fa contratti, fatture, documenti digitali ogni giorno.»

Mi tornò in mente Anna.

“Era lì.”

“Ha riso.”

Fino a quel momento avevo considerato Chiara una complice passiva, una figlia che seguiva la madre.

Forse avevo sbagliato.

Serra prese immediatamente il telefono.

Ma prima che potesse chiamare qualcuno, bussarono alla porta.

Un agente entrò e le disse qualcosa sottovoce.

Serra cambiò espressione.

«Che succede?» chiesi.

Mi guardò.

«Chiara si è presentata spontaneamente.»

Matteo si alzò.

«Ha confessato?»

«No.»

Serra fece una pausa.

«Ha portato una chiavetta USB e sostiene di poter dimostrare che il piano non è iniziato dopo la nascita di Luca.»

Anna smise quasi di respirare.

«Quando sarebbe iniziato?»

Serra abbassò gli occhi sul fascicolo.

«Prima ancora che lei rimanesse incinta.»

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