Anna mantenne la promessa.
Il giorno seguente, nonostante fosse ancora debole, rese una deposizione completa. Non lasciò che fossi io a parlare per lei. Non lasciò che Matteo correggesse i dettagli o cercasse di proteggerla dalle domande più dolorose.
Raccontò tutto.
Le tisane.
La fame.
Le mani di Patrizia sui suoi polsi.
Il telefono sottratto.
Le frasi che aveva creduto provenissero da Matteo.
Persino la vergogna di aver pensato, per alcune ore, che forse sua suocera avesse ragione e che lei fosse davvero una madre incapace.
Io rimasi fuori.
Era una sua scelta.
E per quanto ogni parte di me volesse entrare in quella stanza e stare al suo fianco, capii che proteggerla, in quel momento, significava anche permetterle di riprendersi la propria voce.
Quando uscì, camminava lentamente, ma teneva la schiena dritta.
«Come stai?» le chiesi.
«Arrabbiata.»
Annuii.
«È un miglioramento.»
Quasi sorrise.
Quello stesso pomeriggio Matteo fece qualcosa che avrebbe dovuto fare molto tempo prima.
Revocò ogni delega bancaria concessa a Patrizia, comunicò alla banca che tutte le operazioni sospette dovevano essere bloccate e consegnò alla polizia le credenziali dei vecchi conti perché potessero ricostruire i movimenti.
Poi telefonò al suo avvocato.
Non a quello che sua madre gli aveva consigliato anni prima.
A uno scelto da lui.
Anna ascoltò senza intervenire.
Tra loro non c’era riconciliazione.
C’era qualcosa di più fragile.
La possibilità che Matteo iniziasse finalmente ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Verso sera arrivò Serra.
«Patrizia ha cambiato strategia.»
Lo disse senza preamboli.
Anna sollevò gli occhi.
«In che senso?»
«Questa mattina è stata depositata una segnalazione urgente ai servizi sociali.»
Sentii il corpo irrigidirsi.
«Contro chi?»
Serra guardò Anna.
«Contro di lei.»
Matteo scattò in piedi.
«È assurdo.»
«Lo è. Ma è stata presentata con allegati.»
Serra aprì il fascicolo.
Fotografie della casa.
Messaggi stampati.
Una relazione sulla presunta instabilità di Anna.
E un video.
Serra posò un tablet sul tavolo.
«Prima che lo guardiate, sappiate che conosciamo già il contesto.»
Partì la registrazione.
Anna era seduta sul bordo del letto.
Pallida.
Gli occhi quasi chiusi.
Luca piangeva nella culla.
Una voce femminile, fuori campo, diceva:
«Anna, devi prendere il bambino.»
Anna tentava di alzarsi.
Non riusciva.
«Non ce la faccio.»
La voce insisteva.
«Sei sua madre.»
Il filmato durava meno di un minuto.
Poi finiva.
Matteo sembrava sul punto di vomitare.
Io avevo già capito.
«L’hanno registrata dopo averla sedata.»
Serra annuì.
Anna fissava lo schermo.
«Chi riprendeva?»
«Chiara.»
Silenzio.
«Lo ha ammesso?»
«Sì.»
Anna chiuse gli occhi.
Non disse altro.
Serra spiegò che la segnalazione non significava che Luca sarebbe stato portato via immediatamente. L’ospedale aveva già fornito documentazione medica incompatibile con la versione di Patrizia, e la polizia aveva informato le autorità dell’indagine.
Ma Patrizia aveva ottenuto una cosa.
Un’udienza urgente.
La mattina successiva un giudice avrebbe dovuto valutare le richieste provvisorie riguardanti Luca.
«Quali richieste?» chiese Matteo.
Serra esitò.
«Patrizia chiede che il bambino venga temporaneamente affidato a lei finché non sarà chiarita la capacità genitoriale di Anna.»
Matteo colpì il tavolo con il palmo.
«Lei è indagata per aver drogato mia moglie!»
«Ed è proprio per questo che probabilmente la richiesta fallirà.»
«Probabilmente?»
Serra mantenne la calma.
«Il tribunale non decide sulla base della nostra rabbia. Decide sui documenti.»
Quella frase mi riportò alla realtà.
Patrizia lo sapeva.
Era per questo che aveva passato mesi a costruirli.
Non aveva bisogno che la sua storia fosse vera.
Aveva bisogno che esistesse abbastanza a lungo da creare dubbi.
Poi Serra tirò fuori l’ultimo allegato.
«E questo è il motivo per cui l’udienza non può essere ignorata.»
Era un documento che non avevamo mai visto.
Portava una data di circa un mese prima della nascita di Luca.
In fondo c’erano due firme.
Matteo.
Anna.
Quella di Anna, questa volta, era autentica.
La riconobbi subito.
Lei prese il foglio.
«Io ho firmato questo.»
Matteo la guardò.
«Cosa sarebbe?»
Anna impallidì.
«Patrizia mi disse che era un modulo per l’ospedale. Disse che serviva a indicare una persona autorizzata a occuparsi del bambino se durante il parto fosse successo qualcosa.»
Serra indicò il testo.
«In parte era vero.»
Ma la clausola successiva andava molto oltre.
In caso di incapacità temporanea di entrambi i genitori, Patrizia veniva indicata come persona preferenziale per la custodia del minore e la gestione delle spese collegate.
Non le dava automaticamente Luca.
Ma offriva alla sua richiesta qualcosa che fino a quel momento non aveva avuto.
Una firma autentica di Anna.
«L’ha ingannata sul contenuto», dissi.
«Lo dimostreremo», rispose Serra.
Anna continuava a fissare il documento.
«Avevo appena fatto gli esami preparto. Ero stanca. Lei arrivò con una cartellina piena di moduli.»
Poi sollevò la testa.
«Chiara era presente.»
Serra annuì lentamente.
«Lo sappiamo.»
«Allora può testimoniare.»
«Può.»
«Lo farà?»
Questa volta Serra non rispose subito.
Fu Matteo a capire.
«Che è successo?»
Serra inspirò.
«Chiara ha ricevuto una telefonata da sua madre stamattina, prima che potessimo impedirlo.»
«E?»
«Da allora ha smesso di collaborare.»
Anna strinse il documento.
«Perché?»
Serra posò sul tavolo la trascrizione parziale della chiamata.
Non avevano l’audio completo, soltanto ciò che Chiara aveva riferito inizialmente a un agente prima di cambiare versione.
Una frase.
Patrizia le aveva detto:
“Se parli in tribunale, dirò chi ha procurato davvero le pillole.”
Matteo rimase immobile.
Io guardai Serra.
«Le pillole erano prescritte a Patrizia.»
«Sì.»
«Ma qualcuno deve averle ritirate.»
Serra annuì.
«Abbiamo chiesto i dati alla farmacia.»
«E?»
Mi guardò direttamente.
«La prescrizione era di Patrizia.»
Fece una pausa.
«Ma la persona ripresa dalle telecamere mentre ritirava il farmaco era Chiara.»
Anna smise di respirare per un istante.
Il cerchio si stringeva.
Chiara non era soltanto la testimone che poteva distruggere la versione di sua madre.
Era anche la persona che Patrizia poteva trascinare con sé.
E la mattina seguente, davanti a un giudice, avrebbe dovuto scegliere da quale parte stare.







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