Rimasi a fissare il flacone nella busta trasparente per qualche secondo, ma nella mia testa le cose stavano già cambiando forma.
Fino a quel momento avevo pensato a Patrizia come a una donna crudele, invadente, ossessionata dal controllo. I lividi sui polsi di Anna confermavano una violenza concreta. Ma il sedativo introduceva qualcosa di diverso.
Metodo.
Preparazione.
E soprattutto una domanda: perché rendere mia figlia così debole da non riuscire nemmeno a prendere in braccio suo figlio?
L’agente Serra mi osservò con attenzione.
«Colonnello, devo chiederle di non trarre conclusioni prima degli accertamenti.»
«Non lo farò.»
Era vero solo in parte.
Non avrei agito senza prove. Ma avevo già smesso di credere alle coincidenze.
Quando Anna si svegliò un’ora dopo, la dottoressa Ferri ci permise di entrare a turno. Matteo insistette per essere il primo.
Io aspettai nel corridoio.
Dall’altra parte della porta non sentivo le parole, soltanto il tono spezzato di lui e, ogni tanto, la voce debole di Anna. Dopo dieci minuti Matteo uscì con gli occhi arrossati.
«Non sapevo niente.»
Non risposi.
«Marco, te lo giuro. Pensavo che mamma fosse pesante, non… questo.»
«Anna ti aveva mai detto di avere paura di lei?»
Abbassò lo sguardo.
Quello mi bastò.
«Che cosa ti aveva detto?»
«Che mia madre la controllava troppo. Che entrava senza bussare. Che criticava come teneva i soldi, come cucinava, come si vestiva.» Deglutì. «Una volta Anna mi disse che Patrizia cercava nei suoi cassetti.»
«E tu?»
«Le dissi di ignorarla.»
Sentii una rabbia sorda, ma non serviva umiliarlo. Non ancora.
«Il viaggio di lavoro.»
Matteo mi guardò.
«Cosa?»
«Chi ha deciso che dovevi partire proprio pochi giorni dopo il parto?»
«Non l’ho deciso io. È saltato fuori all’ultimo.»
«Da chi?»
Esitò.
«Mia madre mi aveva detto che non potevo rifiutare. Che in azienda avrebbero pensato che non fossi affidabile.»
«Tua madre lavora con te?»
«No.»
«Allora come faceva a saperlo?»
Matteo aggrottò la fronte.
«Il viaggio me l’ha comunicato il direttore commerciale.»
«Quando?»
«Il giorno prima.»
«Per telefono?»
«Con una mail.»
Lo vidi irrigidirsi quasi impercettibilmente.
«Che c’è?»
Matteo prese il telefono e iniziò a scorrere.
«Non lo so.»
«Matteo.»
«La mail…»
Mi mostrò lo schermo.
Il mittente sembrava aziendale, ma qualcosa non tornava. Non ero un tecnico informatico, però anni di comunicazioni operative mi avevano insegnato a guardare i dettagli.
Il dominio aveva una lettera in più.
Quasi invisibile.
«Hai chiamato il tuo capo dopo averla ricevuta?»
«No. Mamma continuava a dirmi che se avessi fatto storie avrei perso la promozione.»
«Chiamalo adesso.»
Matteo lo fece.
Si allontanò di qualche passo. Parlò per meno di un minuto.
Quando tornò, aveva il viso bianco.
«Non mi hanno mandato loro.»
Non dissi niente.
«Il mio capo dice che non esisteva nessuna trasferta obbligatoria. Dice che aveva approvato per me una settimana di congedo.»
La porta della stanza di Anna sembrò improvvisamente molto lontana.
«Chi ha prenotato l’albergo?»
«Io, usando il link nella mail.»
«E chi sapeva che saresti partito?»
Matteo chiuse gli occhi.
«Mia madre.»
L’agente Serra tornò proprio in quel momento e Matteo le raccontò tutto. Lei fotografò la mail e chiese che non venisse cancellato nulla.
Poi arrivò un’altra informazione.
La dottoressa Ferri aveva fatto ripetere alcuni esami perché i valori di Anna non erano compatibili soltanto con il recupero post parto.
«È fortemente disidratata», spiegò, «e mostra segni di alimentazione insufficiente. Ma c’è qualcosa di più.»
Mi indicò alcuni valori.
«La sostanza sedativa potrebbe essere stata somministrata più di una volta.»
Matteo si appoggiò al muro.
«Come?»
«Non possiamo ancora stabilirlo con certezza. Ma la concentrazione e i metaboliti fanno pensare a esposizioni ripetute nelle ultime quarantotto ore.»
Mi tornò in mente la voce di Patrizia al telefono.
Anna sta dormendo.
Per tre giorni.
Sempre la stessa frase.
«Le tisane», dissi.
La dottoressa mi guardò.
«Cosa?»
«Anna ha detto che Patrizia le dava delle tisane.»
Serra annotò immediatamente.
Quando potemmo parlare di nuovo con Anna, le chiesi di raccontarmi esattamente cosa aveva bevuto.
«Camomilla», disse. «O almeno diceva che era camomilla. Me la portava già preparata.»
«Aveva un sapore strano?»
Anna rimase in silenzio.
«Amaro.»
Matteo si coprì la bocca con una mano.
«Perché non mi hai chiamato?»
Anna lo guardò e nei suoi occhi vidi qualcosa che non avevo mai visto prima.
Non rabbia.
Delusione.
«Ti ho chiamato.»
Matteo impallidì.
«No.»
«Tre volte.»
«Anna, non ho ricevuto—»
«Mi hai risposto.»
La stanza si immobilizzò.
Matteo scosse lentamente la testa.
«Non è possibile.»
Anna lo fissò.
«La prima volta mi hai detto di smetterla di litigare con tua madre. La seconda mi hai detto che ero esausta e che stavo esagerando. La terza…»
La sua voce si spezzò.
«Mi hai detto che se non ero capace di occuparmi di Luca, forse tua madre avrebbe dovuto farlo al posto mio.»
Matteo fece un passo indietro come se fosse stato colpito.
«Io non ho mai detto una cosa del genere.»
«Era la tua voce.»
«Anna, ti giuro—»
Serra intervenne.
«Ha ancora il telefono?»
Anna annuì.
«Patrizia me l’ha tolto ieri sera.»
La poliziotta si voltò verso Matteo.
«Controlli il registro delle chiamate.»
Lui lo fece.
Non c’era nessuna chiamata da Anna in quei giorni.
Ma ce n’erano tre da un numero che Matteo aveva salvato anni prima e dimenticato.
“Casa mamma”.
Matteo fissò lo schermo.
Poi alzò lentamente gli occhi verso di me.
«Quel telefono fisso è nella camera degli ospiti.»
Anna inspirò bruscamente.
«Io ero nella camera degli ospiti.»
Fu allora che capimmo la parte peggiore.
Patrizia non aveva soltanto impedito ad Anna di chiedere aiuto.
Aveva telefonato a suo figlio dalla stessa stanza, mentre Anna era sedata e confusa, facendole credere che suo marito la stesse abbandonando.
E per la prima volta vidi Matteo smettere di difendere sua madre.
«Voglio andare a casa», disse all’agente Serra. «Voglio mostrarvi tutto.»
Serra scosse la testa.
«Ci andrete quando avremo l’autorizzazione.»
Poi il telefono di Matteo vibrò.
Un messaggio.
Patrizia.
Lui lo lesse, e il suo volto cambiò.
Mi porse lo schermo.
C’erano solo poche parole:
“Non dire niente alla polizia sulla casa. Ricordati cosa c’è in quei documenti.”
Matteo sollevò lo sguardo verso di me.
«Io non so di quali documenti stia parlando.»







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