Per un istante nessuno si mosse.
I colpi provenienti dal seminterrato continuarono.
Tre rapidi.
Una pausa.
Poi altri due.
«Aiuto!»
La voce del bambino era debole, spezzata dal pianto.
Riccardo sentì ogni muscolo del corpo irrigidirsi.
Moretti tenne la pistola puntata su Matteo.
«Dov’è la chiave?»
Matteo non rispose.
Il suo volto aveva perso il sorriso, ma nei suoi occhi non c’era ancora paura.
Solo calcolo.
«State facendo un errore enorme», disse lentamente. «Quella porta non vi riguarda.»
Elena fece un passo avanti e quasi crollò.
Riccardo la afferrò prima che toccasse terra.
«Piano.»
«Papà, aprila.»
«Chi c’è là sotto?»
Elena guardò Matteo.
Per la prima volta da quando Riccardo era entrato nella villa, sul volto di suo genero comparve qualcosa che somigliava davvero al panico.
«Non lo so», sussurrò Elena. «L’ho sentito soltanto stamattina.»
Moretti ordinò a uno degli agenti appena arrivati di ammanettare Matteo.
Quando il metallo si chiuse intorno ai suoi polsi, Matteo reagì.
«Daniele, pensaci bene.»
Moretti gli rivolse uno sguardo duro.
«Ti consiglio di non chiamarmi per nome.»
«Sai quante persone posso trascinare con me.»
«Allora comincia a fare l’elenco.»
Matteo tacque.
Riccardo accompagnò Elena fino a una sedia nel corridoio.
Solo allora vide quanto tremavano le sue mani.
«Cosa è successo stamattina?»
Elena inspirò lentamente, trattenendo una smorfia di dolore.
«Matteo era uscito presto. Mi aveva detto che doveva andare in ufficio.»
Si interruppe.
«Verso mezzogiorno ho sentito un rumore dal seminterrato. Pensavo fosse il cane.»
Un altro colpo risuonò sotto di loro.
Elena chiuse gli occhi.
«Poi ho sentito un bambino piangere.»
Riccardo sentì lo stomaco stringersi.
«Hai provato ad aprire la porta.»
Lei annuì.
«Matteo è tornato mentre cercavo la chiave.»
Non serviva chiederle cosa fosse accaduto dopo.
Il suo viso lo raccontava già.
Moretti scese verso il seminterrato insieme a due agenti.
La serratura era elettronica.
Un piccolo tastierino nero lampeggiava accanto alla porta.
«Codice», ordinò Moretti.
Matteo sorrise appena.
«Non lo ricordo.»
Riccardo si voltò verso di lui.
Quell’espressione fu sufficiente.
Uno degli agenti prese una leva dalla vettura di servizio.
Al terzo colpo, il telaio cedette.
La porta si spalancò.
L’odore che uscì dalla stanza fece fermare tutti.
Aria chiusa.
Sudore.
Umidità.
E paura.
Una scala stretta conduceva verso il basso.
Riccardo fu il primo a scendere dopo gli agenti.
Il seminterrato non assomigliava a una cantina.
Le pareti erano rivestite con pannelli fonoassorbenti.
C’erano quattro monitor spenti, una scrivania, alcune telecamere e un armadio metallico chiuso.
In fondo alla stanza, rannicchiato accanto a un divano, c’era un bambino.
Avrà avuto nove o dieci anni.
Indossava una felpa grigia troppo grande e stringeva le ginocchia contro il petto.
Quando vide le uniformi, si ritrasse.
«No!»
Moretti abbassò immediatamente l’arma.
«Va tutto bene. Siamo della polizia.»
Il bambino scosse la testa freneticamente.
«Lui ha detto che la polizia lavora per lui.»
Riccardo e Moretti si guardarono.
Matteo aveva usato la stessa menzogna anche con lui.
Riccardo si accovacciò a distanza.
«Come ti chiami?»
Il bambino esitò.
«Nicolò.»
«Nicolò cosa?»
«Serra.»
Moretti impallidì.
Riccardo lo notò immediatamente.
«Conosci questo nome?»
Il questore non rispose subito.
Poi si avvicinò lentamente.
«Nicolò… tua madre si chiama Sofia Serra?»
Il bambino sollevò gli occhi.
«Sì.»
Moretti inspirò bruscamente.
«Sofia Serra lavorava per Rinaldi Cybersecurity», spiegò a Riccardo. «Responsabile amministrativa. È scomparsa quasi tre mesi fa.»
Riccardo si voltò verso la scala.
Matteo era ancora al piano superiore.
«E il bambino?»
«Secondo la denuncia, era scomparso insieme a lei.»
Nicolò cominciò a piangere.
«Mamma non è scappata.»
Il silenzio cadde nella stanza.
Moretti si inginocchiò.
«Dove si trova tua madre?»
Nicolò indicò l’armadio metallico.
«Non lì.»
Deglutì.
«Lì dentro ci sono le cose che lei voleva portare alla polizia.»
Riccardo si avvicinò all’armadio.
La serratura era molto più robusta della precedente.
Sul pavimento, accanto alla scrivania, vide una piccola scheda di memoria.
La raccolse senza toccarla direttamente e la mostrò a Moretti.
Il questore chiamò immediatamente la scientifica.
«Nessuno tocca più niente.»
Dal piano superiore arrivò improvvisamente la voce di Matteo.
«Nicolò!»
Il bambino ebbe una reazione immediata.
Si rannicchiò contro il muro e si coprì la testa con le mani.
Riccardo non aveva bisogno di altre spiegazioni.
Salì le scale.
Matteo era sorvegliato da un agente, ancora ammanettato.
«Non sai in cosa ti stai mettendo», disse Matteo.
Riccardo gli si fermò davanti.
«No. Ma tu stai per scoprirlo.»
Matteo inclinò la testa.
«Pensi che basti una lettera di tua figlia e un bambino spaventato?»
«Basterà la verità.»
Per la prima volta Matteo rise.
Non era una risata sicura.
Era nervosa.
«La verità?»
Guardò Moretti, che era appena risalito.
«Diglielo, Daniele.»
Moretti rimase immobile.
Matteo continuò.
«Digli perché sei davvero venuto così in fretta.»
Elena sollevò lo sguardo.
Riccardo si voltò verso il questore.
«Cosa significa?»
Moretti strinse la mascella.
Poi estrasse lentamente il telefono.
Sul display c’era una fotografia.
Mostrava Matteo seduto al tavolo di un ristorante insieme a tre uomini.
Uno di loro era Moretti.
La data indicata nell’angolo inferiore risaliva a sei mesi prima.
Elena diventò pallida.
«Te l’avevo detto, papà.»
Matteo sorrise di nuovo.
«Vedi?»
Moretti non distolse lo sguardo.
«Quella fotografia fa parte di un’indagine sotto copertura.»
Il sorriso di Matteo vacillò.
«Da otto mesi stiamo cercando prove sufficienti per incriminarlo.»
Riccardo rimase immobile.
«Per cosa?»
Moretti guardò verso il seminterrato.
«Non soltanto per quello che ha fatto a Elena.»
In quel momento Nicolò comparve in cima alle scale, accompagnato da un’agente.
Stringeva qualcosa nel pugno.
Un piccolo telecomando nero.
«Questo era della mamma.»
Moretti lo prese.
Nicolò indicò i monitor del seminterrato.
«Lei mi aveva detto che se fosse successo qualcosa dovevo premere il pulsante rosso.»
Moretti scese di nuovo.
Riccardo lo seguì.
Il telecomando accese contemporaneamente tutti e quattro gli schermi.
Comparvero decine di cartelle video.
Date.
Nomi.
Registrazioni provenienti da stanze diverse.
Poi Riccardo vide una cartella che gli fece gelare il sangue.
ELENA FERRI.
Accanto ce n’era un’altra.
RICCARDO FERRI.
E sotto quella…
una cartella datata soltanto tre giorni prima.
OPERAZIONE PASQUA.
Riccardo fissò lo schermo.
Matteo non aveva semplicemente aspettato che lui arrivasse.
Aveva previsto il suo arrivo.
Forse lo aveva persino preparato.
E improvvisamente Riccardo capì che quella telefonata non aveva dato inizio al piano di Matteo.
Lo aveva soltanto fatto scattare.
**Continua — premi Parte 4 per leggere il seguito.**







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