Il tunnel odorava di ferro, polvere e acqua stagnante.
Riccardo avanzava dietro due agenti, con Moretti pochi passi alle sue spalle.
Ogni rumore sembrava amplificato.
Il ronzio dei neon.
Il passaggio lontano dei treni.
Il suono delle loro scarpe sul cemento.
Sul telefono di Riccardo il conto alla rovescia continuava.
Nove minuti.
«Matteo vuole che pensiamo a Elena», disse Moretti sottovoce.
«No.»
Riccardo illuminò il corridoio davanti a sé.
«Vuole che io smetta di pensare a Sofia.»
Alla fine del tunnel trovarono una scala.
La porta superiore era socchiusa.
Moretti alzò una mano.
Tutti si fermarono.
Da oltre la porta arrivava la voce di Matteo.
«…cinque minuti, Vittorio.»
Riccardo sentì Moretti irrigidirsi.
Vittorio Salvi.
Matteo stava parlando con lui.
«Non m’importa come», continuò Matteo. «Devi tirarmi fuori da qui.»
Pausa.
«No. Non hai capito. Moretti ha trovato l’archivio.»
Silenzio.
Poi Matteo abbassò la voce.
«Se aprono la cartella Ferri, siamo finiti tutti.»
Riccardo guardò Moretti.
Il questore aveva sentito ogni parola.
Un agente collegò rapidamente un piccolo registratore alla radio tattica.
Matteo riprese.
«Elena non sa ancora niente. E deve rimanere così.»
Riccardo sentì il sangue gelarsi.
Poi una seconda voce arrivò dal vivavoce.
Distorta.
Ma chiara abbastanza.
«Allora fai quello che dovevi fare sei anni fa.»
Matteo rispose:
«Non posso più controllarla.»
«Non parlavo di Elena.»
La chiamata terminò.
Riccardo comprese prima ancora di vedere l’espressione di Moretti.
Stavano parlando di lui.
Il questore sussurrò:
«Ora abbiamo anche la voce di Salvi.»
Riccardo indicò la porta.
«Prima salviamo Sofia.»
Gli agenti entrarono.
Il magazzino era enorme.
Vecchi macchinari industriali occupavano metà dello spazio.
Tra colonne di cemento e scaffalature arrugginite, una lampada illuminava una sedia vuota.
Le corde erano ancora lì.
Ma Sofia era sparita.
«Controllate tutto!» ordinò Moretti.
Riccardo vide qualcosa sul pavimento.
Una goccia di sangue.
Poi un’altra.
Una traccia sottile conduceva dietro alcune casse.
La seguirono.
Trovarono Sofia accovacciata in un vano stretto.
Aveva le mani ancora legate, ma era riuscita a fuggire dalla sedia.
Quando vide Riccardo, sollevò un dito sulle labbra.
«Lui è ancora qui.»
Moretti tagliò le corde.
«Dove?»
Sofia indicò una porta laterale.
«Ha sentito qualcosa nel tunnel. È andato verso il piano superiore.»
«Sei ferita?»
«Non abbastanza da fermarmi.»
Riccardo le porse una mano.
Sofia la afferrò.
«Nicolò?»
«È al sicuro.»
Per la prima volta il volto della donna cedette.
Chiuse gli occhi e cominciò a piangere.
«Grazie.»
Riccardo non ebbe il tempo di rispondere.
Dal piano superiore arrivò un tonfo.
Poi uno sparo.
Gli agenti si mossero immediatamente.
Moretti ordinò a due uomini di rimanere con Sofia e corse verso le scale.
Riccardo lo seguì.
«Resta indietro!»
Riccardo ignorò l’ordine.
Al piano superiore trovarono una porta spalancata e una finestra rotta.
Uno degli agenti era a terra.
Vivo.
Il proiettile aveva colpito il giubbotto.
Fuori, Matteo correva lungo una passerella metallica parallela ai binari.
«Fermo!» gridò Moretti.
Matteo non si voltò.
Un treno merci stava arrivando.
Riccardo vide subito cosa stava tentando di fare.
Dall’altra parte dei binari c’era un parcheggio.
Un SUV nero aspettava con il motore acceso.
«Ha qualcuno che lo aspetta.»
Moretti parlò alla radio.
«Bloccate il parcheggio est!»
Il treno attraversò il tratto tra loro e Matteo.
Per quasi quaranta secondi non videro più niente.
Quando l’ultimo vagone passò, il SUV era ancora lì.
Ma Matteo no.
«Dove diavolo è andato?» disse un agente.
Riccardo guardò il terreno.
Una botola di manutenzione era aperta.
«Sotto.»
Moretti imprecò.
Ma prima che potessero seguirlo, il telefono di Riccardo vibrò.
Un messaggio.
NON PUOI SALVARE ELENA DALLA VERITÀ.
Poi un file allegato.
Un certificato di matrimonio.
Matteo Rinaldi ed Elena Ferri.
Sei anni prima.
Riccardo non capiva.
«Che cos’è?»
Moretti prese il telefono.
Scorse il documento.
Poi notò qualcosa.
«Guarda il testimone.»
Riccardo lesse.
Vittorio Salvi.
Il cuore gli si fermò per un istante.
«Elena mi aveva detto che Matteo aveva portato due colleghi.»
«Questo non prova ancora nulla.»
«No.»
Riccardo aprì il secondo allegato.
Era una fotografia.
Matteo.
Elena.
Salvi.
Scattata tre mesi prima del matrimonio.
Dietro di loro compariva un uomo che Riccardo riconobbe immediatamente.
Generale Carlo De Santis.
Era stato il superiore diretto di Riccardo negli ultimi anni di servizio.
Riccardo sentì il mondo restringersi.
«Questo non ha senso.»
Moretti lo guardò.
«Lo conosci.»
«Mi conosceva meglio quasi di chiunque altro.»
Dal piano inferiore arrivò Sofia.
Camminava sostenuta da un agente.
Quando vide la fotografia, impallidì.
«Dove l’avete presa?»
«Matteo me l’ha appena mandata.»
Sofia chiuse gli occhi.
«Allora sa che non può più nasconderlo.»
Riccardo le si avvicinò.
«Nascondere cosa?»
Sofia esitò.
«Io lavoravo sui conti di Matteo. All’inizio pensavo che Salvi fosse solo un investitore occulto.»
«E poi?»
«Ho trovato pagamenti molto più vecchi della società.»
«Quanto vecchi?»
«Prima ancora che Matteo conoscesse Elena.»
Riccardo rimase immobile.
Sofia continuò.
«Quei pagamenti erano destinati a persone che raccoglievano informazioni su ufficiali dell’Esercito.»
Moretti la fissò.
«Perché?»
«Accessi. Appalti. Rapporti personali. Vulnerabilità.»
Riccardo comprese lentamente.
«Matteo non ha incontrato Elena per caso.»
Sofia abbassò lo sguardo.
«No.»
La rabbia di Riccardo diventò improvvisamente fredda.
«L’ha sposata per arrivare a me.»
Sofia annuì.
«All’inizio, sì.»
Quelle due parole lo colpirono più di tutto.
«All’inizio?»
«Poi Elena ha scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.»
«Cosa?»
Sofia guardò Moretti.
«Una lista.»
«Che lista?»
«Nomi di funzionari pubblici, dirigenti e ufficiali che Salvi aveva comprato o ricattato.»
Riccardo pensò a De Santis.
Alle fotografie.
Alla sorveglianza.
Alla pistola nella sua casa.
«Elena l’ha vista?»
«Due anni fa.»
La busta.
Due anni prima Elena gli aveva consegnato quella busta sigillata.
Riccardo capì.
Non era stato soltanto il momento in cui aveva deciso di documentare le violenze.
Era stato il momento in cui aveva cominciato a temere qualcosa di molto più grande.
«Perché non mi ha detto niente?»
Sofia lo guardò con dolore.
«Perché Matteo le aveva mostrato una prova che avrebbe distrutto la tua reputazione.»
Riccardo sentì Moretti voltarsi verso di lui.
«Che prova?»
«Non lo so. Elena non me l’ha mai detto.»
In quel momento il telefono di Moretti squillò.
Era il medico del luogo protetto.
Il questore rispose.
Ascoltò per alcuni secondi.
Poi il suo volto cambiò.
«Quando?»
Riccardo sentì il cuore accelerare.
«Che succede?»
Moretti terminò la chiamata.
«Elena è scomparsa.»
Silenzio.
«Cosa significa scomparsa?»
«Un uomo si è presentato con credenziali della procura. Ha ordinato il suo trasferimento.»
La stessa tecnica usata per liberare Matteo.
Riccardo sentì un peso enorme nello stomaco.
Moretti continuò:
«Elena è salita volontariamente in macchina.»
«Perché avrebbe dovuto farlo?»
Moretti lo fissò.
«Perché l’uomo le ha detto che eri stato ferito.»
Riccardo chiuse gli occhi.
Matteo non aveva mai avuto bisogno che lui scegliesse tra Sofia e la verità.
Aveva soltanto avuto bisogno di tenerlo abbastanza lontano da Elena.
Il telefono vibrò ancora.
Questa volta c’era soltanto una fotografia.
Elena sedeva sul sedile posteriore di un’auto.
Accanto a lei c’era il generale Carlo De Santis.
E sotto l’immagine Matteo aveva scritto:
ADESSO CHIEDI A TUA FIGLIA CHI ERA DAVVERO IL TUO NEMICO.
**Continua — premi Parte 8 per leggere il seguito.**







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