Moretti fu il primo a muoversi.
«Chiudete il cancello. Nessuno entra, nessuno esce.»
Gli agenti si dispersero immediatamente.
Riccardo salì al piano superiore e trovò Elena in piedi accanto al divano, pallida ma lucida.
«Che succede?»
Lui non le mentì.
«Matteo non è arrivato in questura.»
Elena smise di respirare per un istante.
«È scappato?»
«Non lo sappiamo ancora.»
«Papà…»
Riccardo le prese entrambe le mani.
«Ascoltami. Adesso fai esattamente quello che ti dicono gli agenti.»
Nicolò era seduto vicino alla finestra con una coperta sulle spalle.
Quando sentì il nome di Matteo, abbassò immediatamente lo sguardo.
Moretti entrò nella stanza.
«Trasferiamo entrambi.»
«Dove?» chiese Riccardo.
«Non in ospedale. Almeno non con un percorso registrato normalmente.»
Elena lo fissò.
«Perché?»
Moretti non rispose subito.
«Perché qualcuno conosce i nostri spostamenti.»
Riccardo capì il significato reale di quelle parole.
«Qualcuno dentro la polizia.»
Moretti annuì.
«È possibile.»
«Possibile? Una pattuglia scompare mentre trasporta l’uomo che stavate indagando da otto mesi.»
Moretti strinse la mascella.
«Ed è precisamente per questo che da questo momento considero compromessa ogni comunicazione ordinaria.»
Prese una radio diversa dalla cintura di un agente della scientifica e diede istruzioni brevi.
Niente nomi.
Niente indirizzi.
Niente telefoni personali.
Dieci minuti dopo, Elena e Nicolò vennero fatti salire su due veicoli separati.
Riccardo insistette per accompagnare sua figlia.
Moretti non provò nemmeno a fermarlo.
Attraversarono Firenze evitando le arterie principali.
Elena guardava fuori dal finestrino senza parlare.
Poi, improvvisamente, disse:
«Papà, la pistola.»
Riccardo la guardò.
«Cosa?»
«Matteo sapeva che l’avresti presa.»
«Sì.»
«Ma io non gliel’ho mai detto.»
Quella frase rimase sospesa nell’auto.
Riccardo ricordò il documento.
FERRI ARRIVERÀ ARMATO.
Ricordò anche la fotografia del vecchio mobile.
«Qualcuno è entrato a casa mia.»
Elena scosse la testa.
«O qualcuno ti osserva da molto più tempo di quanto pensiamo.»
Il luogo protetto era un piccolo edificio della Guardia di Finanza fuori dal centro, apparentemente anonimo.
Lì Elena venne finalmente visitata da un medico.
Due costole incrinate.
Una contusione al volto.
Diversi lividi, alcuni recenti, altri più vecchi.
Ogni ferita venne fotografata e documentata.
Questa volta Elena non inventò nessuna caduta.
Non nominò nessun mobile.
Non parlò di incidenti.
Disse semplicemente:
«È stato mio marito.»
Riccardo rimase accanto alla porta mentre lei firmava la dichiarazione.
Quando uscì dalla stanza, Moretti lo stava aspettando.
Aveva il volto teso.
«Abbiamo trovato la pattuglia.»
Riccardo sentì immediatamente il peso di quelle parole.
«Dove?»
«A circa dodici chilometri dalla villa. Su una strada secondaria.»
«Gli agenti?»
«Vivi.»
Riccardo espirò.
«E Matteo?»
Moretti lo guardò.
«Scomparso.»
«Cos’è successo?»
«L’auto è stata fermata da un veicolo con lampeggianti blu. Gli agenti pensavano fosse un’unità di supporto.»
Riccardo non disse nulla.
«Due uomini sono scesi con documenti apparentemente autentici», continuò Moretti. «Hanno detto che Rinaldi doveva essere trasferito per ordine della procura.»
«E i tuoi uomini gli hanno creduto?»
«Solo per alcuni secondi.»
«Abbastanza.»
Moretti annuì.
«Poi uno dei due ha estratto un’arma. Hanno immobilizzato gli agenti, preso Matteo e distrutto le radio.»
Riccardo incrociò le braccia.
«Quindi non stiamo parlando di improvvisazione.»
«No.»
«Stiamo parlando di persone che conoscono procedure, documenti e tempi.»
«Sì.»
Riccardo lo fissò.
«Adesso dimmi il terzo nome.»
Moretti esitò.
«Non posso.»
Riccardo fece un passo verso di lui.
«Mia figlia è quasi stata uccisa. Un bambino è stato rinchiuso in un seminterrato. Mio genero ha preparato un piano per farmi entrare armato in casa sua. E adesso è stato portato via da uomini che imitano un’unità ufficiale.»
La voce di Riccardo rimase bassa.
«Non dirmi più che non posso sapere.»
Moretti abbassò gli occhi.
Poi aprì una cartella cartacea che teneva sotto il braccio.
«Il terzo nome è Vittorio Salvi.»
Riccardo lo conosceva.
Chiunque avesse seguito la cronaca economica degli ultimi dieci anni lo conosceva.
Presidente della Fondazione Salvi.
Imprenditore.
Finanziatore di campagne benefiche.
Consulente informale di diversi enti pubblici.
Un uomo fotografato accanto a ministri, magistrati, generali e dirigenti.
«Che rapporto ha con Matteo?»
«Ufficialmente nessuno.»
«E realmente?»
«Abbiamo bonifici mascherati, società intermediarie e consulenze fittizie. Niente che bastasse da solo.»
Riccardo indicò idealmente la villa.
«E i file nel seminterrato?»
«Potrebbero bastare.»
Il telefono sicuro di Moretti vibrò.
Lesse il messaggio.
Il suo volto cambiò.
«Che c’è?»
«La scientifica ha aperto l’armadio metallico.»
Riccardo aspettò.
«Dentro c’erano hard disk, documenti contabili e una cartella personale di Sofia Serra.»
Elena, che era appena uscita dalla stanza medica, si fermò sulla soglia.
«Avete trovato lei?»
Moretti scosse la testa.
«No.»
Nicolò comparve poco dopo insieme a un’agente.
Aveva sentito.
«Mia mamma è viva.»
Nessuno ebbe il coraggio di contraddirlo.
Moretti si abbassò alla sua altezza.
«Perché ne sei sicuro?»
Nicolò infilò una mano nella tasca della felpa.
Ne tirò fuori un piccolo foglio piegato più volte.
«Perché me l’ha dato prima che Matteo mi chiudesse sotto.»
Moretti aprì il foglio.
C’era una serie di numeri.
E una frase scritta a mano:
SE SUCCEDE QUALCOSA, CERCA IL POSTO DOVE MATTEO NON PUÒ SPEGNERE LE TELECAMERE.
Riccardo lesse due volte.
«Sai cosa significa?»
Nicolò annuì lentamente.
«Mamma diceva che Matteo controllava tutte le telecamere della villa.»
«Tutte?»
«Quasi.»
Il bambino indicò il foglio.
«Ma non quelle della sua azienda.»
Moretti si raddrizzò.
«Rinaldi Cybersecurity.»
Nicolò scosse la testa.
«Non quella grande.»
«Quale, allora?»
«Quella vecchia.»
Riccardo aggrottò la fronte.
Il bambino continuò.
«Mamma la chiamava il primo ufficio. Diceva che Matteo non ci andava più perché gli ricordava quando non era ancora importante.»
Moretti prese immediatamente il telefono.
«Dove si trova?»
Nicolò chiuse gli occhi per ricordare.
«Vicino a Prato. C’è una fabbrica abbandonata accanto. E sul muro c’è ancora il vecchio simbolo blu dell’azienda.»
Moretti impartì un ordine.
Riccardo lo afferrò per un braccio prima che si allontanasse.
«Vengo con te.»
«No.»
«Conosco Matteo.»
«Proprio per questo no.»
Riccardo lo lasciò andare.
«Se l’Operazione Pasqua aveva il mio nome, allora io sono già dentro questa storia.»
Moretti lo fissò a lungo.
Poi Elena parlò.
«Papà deve andare.»
Riccardo si voltò.
Lei era pallida, ma il suo sguardo era fermo.
«Matteo mi ha sempre detto che tu eri il problema.»
Si avvicinò al padre.
«Forse aveva paura che fossi tu a vedere quello che tutti gli altri fingevano di non vedere.»
Quaranta minuti dopo, un piccolo convoglio senza insegne si fermò davanti a un edificio industriale dismesso alla periferia di Prato.
Il vecchio logo blu di Rinaldi Cybersecurity era ancora visibile sulla facciata.
La porta principale era socchiusa.
Nessuna luce.
Nessun rumore.
Moretti fece cenno agli uomini di entrare.
Riccardo rimase dietro la prima squadra.
All’interno trovarono scrivanie coperte di polvere.
Server spenti.
Scatoloni.
Poi un agente chiamò da una stanza sul retro.
«Questore.»
Su una parete c’erano dodici monitor.
Undici erano neri.
Il dodicesimo era acceso.
Mostrava un’immagine in diretta.
Una stanza vuota.
Una sedia.
Una donna legata.
Moretti si avvicinò allo schermo.
Nicolò aveva ragione.
Sofia Serra era viva.
Ma mentre Riccardo fissava il monitor, qualcuno entrò nell’inquadratura.
Matteo.
Non sembrava un prigioniero.
Non aveva più le manette.
Guardò direttamente verso la telecamera.
Poi sollevò un foglio.
C’erano scritte soltanto sei parole:
COLONNELLO FERRI, SAPEVO CHE SARESTI VENUTO.
**Continua — premi Parte 6 per leggere il seguito.**







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