Divertimento

Mia figlia sussurrò: «Mi ha fatto male di nuovo.» Venti minuti dopo ero nella villa di mio genero

Riccardo fissò la fotografia fino a quando le dita cominciarono a tremargli.

Carlo De Santis.

L’uomo che per anni gli aveva stretto la mano davanti ai suoi uomini.

L’uomo che aveva firmato encomi, autorizzazioni e rapporti di servizio.

L’uomo che aveva partecipato al matrimonio di sua figlia senza che Riccardo sapesse quale legame lo unisse davvero a Matteo.

Moretti prese il telefono.

«Non possiamo inseguire alla cieca.»

Riccardo alzò gli occhi.

«Hanno Elena.»

«Proprio per questo dobbiamo capire dove la stanno portando.»


Sofia si avvicinò.

«La lista.»

«Cosa?»

«Se De Santis è coinvolto, allora Matteo non vuole soltanto Elena.»

Riccardo la fissò.

«Vuole sapere dove ha nascosto la lista.»

Sofia annuì.

«O vuole assicurarsi che non l’abbia mai copiata.»

Moretti ordinò ai tecnici di analizzare la fotografia.

La targa era invisibile.


I finestrini posteriori oscurati.

Ma in un angolo dell’immagine si intravedeva qualcosa.

Una struttura rossa.

Un vecchio serbatoio industriale.

Sofia lo riconobbe.

«Aspettate.»

Si avvicinò allo schermo.

«C’è un deposito che Matteo usava anni fa per conservare hardware sequestrato dalle aziende fallite.»

«Dove?»

«A nord di Prato. Vicino a un vecchio impianto tessile.»


Moretti controllò la mappa.

Il serbatoio rosso appariva nelle immagini satellitari.

Riccardo era già diretto verso la porta.

«Questa volta vieni con noi», disse Moretti. «Ma fai esattamente quello che ti dico.»

Riccardo non rispose.

Non ce n’era bisogno.

Durante il tragitto, un agente consegnò a Moretti il primo rapporto sull’archivio recuperato nel tunnel.

«Abbiamo aperto la cartella Ferri.»

Riccardo si voltò.

Moretti lesse rapidamente.


Poi rallentò.

«Che c’è?»

Il questore esitò.

«Matteo aveva raccolto documenti sul tuo ultimo incarico operativo.»

Riccardo sentì lo stomaco chiudersi.

«Quali documenti?»

«Una fornitura militare annullata sette anni fa.»

Riccardo la ricordava.

Componenti informatici destinati a un sistema di comunicazioni protette.

Aveva bloccato personalmente il contratto dopo aver notato anomalie nei certificati di sicurezza.


«Il fornitore era collegato a Salvi», disse Moretti.

Riccardo capì.

«E De Santis voleva che firmassi.»

Moretti annuì.

La memoria tornò nitida.

De Santis gli aveva detto che stava creando problemi inutili.

Che il contratto era già stato approvato.

Che nessuno avrebbe controllato dettagli tecnici insignificanti.

Riccardo aveva rifiutato.

Pochi mesi dopo era stato trasferito.


«È cominciato allora», disse.

«Probabilmente.»

«Matteo è entrato nella vita di Elena per controllarmi.»

Sofia parlò dal sedile posteriore.

«E forse per trovare qualcosa con cui ricattarti.»

Moretti aprì un secondo file.

«L’hanno trovato.»

Riccardo si voltò bruscamente.

Sul documento compariva la sua firma.

Un’autorizzazione di pagamento per una società collegata a Salvi.


«Non ho mai firmato questo.»

«Lo so.»

«Come puoi saperlo?»

Moretti mostrò un’analisi allegata.

«Il file originale è stato creato tre anni dopo la data riportata sul documento.»

Riccardo rimase in silenzio.

Ecco la prova che Elena aveva temuto.

Una firma falsa.

Un documento costruito per far sembrare suo padre corrotto.

Se fosse diventato pubblico senza analisi tecnica, avrebbe distrutto una carriera intera.


«Matteo gliel’ha mostrato», disse Riccardo.

Sofia annuì.

«E le avrà detto che se parlava, lo avrebbe consegnato alla stampa.»

Riccardo guardò fuori dal finestrino.

Elena aveva sopportato tutto pensando di proteggere lui.

Il convoglio si fermò a circa quattrocento metri dal deposito.

Gli agenti circondarono l’area.

Nessuna sirena.

Nessuna luce.

Moretti e Riccardo avanzarono dietro la squadra d’intervento.


Da una finestra laterale arrivavano voci.

Una era quella di Elena.

«Non so dove sia.»

Poi De Santis.

«Non mentire.»

Riccardo riconobbe immediatamente quel tono.

Calmo.

Controllato.

Lo stesso che usava durante gli interrogatori operativi.

Matteo intervenne.


«Lei lo sa.»

Elena rispose:

«Anche se lo sapessi, non ve lo direi.»

Riccardo chiuse gli occhi per un istante.

Sua figlia aveva paura.

Ma non stava cedendo.

Moretti indicò due ingressi.

Gli agenti si divisero.

Poi dall’interno arrivò un rumore violento.

Un tavolo rovesciato.

Elena gridò.

Riccardo non aspettò.

Entrò con la prima squadra.

«Polizia! Nessuno si muova!»

De Santis era accanto a Elena.

Matteo si trovava vicino a una scrivania con un portatile aperto.

Per un secondo nessuno reagì.

Poi Matteo afferrò Elena per un braccio.

Riccardo avanzò.

«Lasciala.»

«Fermo.»

Matteo aveva una pistola.

La puntò contro Elena.

Moretti comparve dall’altro ingresso.

«È finita, Matteo.»

«No.»

La voce di Matteo tremava.

De Santis, invece, rimase immobile.

«Riccardo», disse. «Ascoltami. Tu non capisci cosa stai distruggendo.»

Riccardo lo guardò.

«Ho capito abbastanza.»

«Quella lista coinvolge persone che tengono in piedi istituzioni intere.»

«Allora cadranno insieme a voi.»

De Santis abbassò lentamente lo sguardo.

E Riccardo vide qualcosa che non aveva mai visto negli anni di servizio.

Paura.

Elena parlò.

«Papà.»

Riccardo la guardò.

«La lista non è nascosta.»

Matteo strinse la presa.

«Stai zitta.»

Elena continuò.

«Sofia mi aveva insegnato come copiarla.»

De Santis impallidì.

«Dove l’hai mandata?»

Elena guardò Moretti.

«A nessuno.»

Matteo rise nervosamente.

«Allora non hai niente.»

Elena scosse la testa.

«L’ho programmata.»

Silenzio.

«Se non annullo l’invio entro mezzanotte, parte automaticamente verso tre procure e due giornalisti.»

Matteo perse per un istante la concentrazione.

Fu sufficiente.

Elena gli pestò il piede e si abbassò.

Moretti gridò.

Gli agenti si lanciarono avanti.

La pistola cadde sul pavimento.

Matteo venne immobilizzato.

De Santis tentò di raggiungere un’uscita laterale, ma due uomini lo bloccarono contro la parete.

Riccardo attraversò la stanza e raggiunse Elena.

Lei gli si gettò tra le braccia.

«Pensavo fossi ferito.»

«Sto bene.»

«Mi dispiace.»

Riccardo la strinse più forte.

«Non devi chiedermi scusa per niente.»

Dietro di loro, Moretti mise le manette a De Santis.

Matteo, a terra, sollevò la testa.

«Non capisci, Elena. Se quella lista esce, non colpirà soltanto noi.»

Lei lo guardò.

«È esattamente quello che voglio.»

Matteo sorrise amaramente.

«Allora chiedi a tuo padre cosa successe davvero sette anni fa.»

Riccardo si immobilizzò.

De Santis chiuse gli occhi.

Moretti guardò entrambi.

Matteo continuò:

«Perché la firma falsa non era il segreto più grande.»

Elena si voltò verso suo padre.

«Papà… di cosa sta parlando?»

Riccardo non rispose subito.

Perché improvvisamente ricordò un dettaglio di quella vecchia fornitura.

Una notte.

Un incidente.

Un soldato ferito gravemente durante un test che ufficialmente non avrebbe mai dovuto svolgersi.

E un ordine di De Santis che Riccardo aveva accettato di non rendere pubblico per proteggere il reparto.

Matteo vide il riconoscimento nei suoi occhi.

«Eccolo», sussurrò.

«Il vero motivo per cui pensavano di poterti controllare.»

**Continua — premi Parte 9 per leggere il finale.**

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