Per alcuni secondi nessuno si mosse.
Il telefono di Daniele continuava a illuminare il suo volto pallido.
USCITA FALLITA. MORETTI È ANCORA DENTRO.
Il generale Rinaldi glielo strappò quasi dalle mani.
«Chi ha accesso a questo numero?»
Daniele scosse la testa. «Non lo so.»
«Risposta sbagliata.»
«Generale, lo giuro.»
Lo fissai.
Conoscevo quella voce.
Non stava mentendo completamente.
Ed era proprio questo il problema.
«Daniele», dissi, «quando hai incontrato quell’uomo due sere fa, gli hai dato il tuo numero personale?»
Abbassò lentamente lo sguardo.
«Sì.»
«Cos’altro gli hai dato?»
«Niente.»
«Non ti credo.»
«Giulia—»
«Non chiedermi di crederti proprio adesso.»
La frase gli fece più male di qualsiasi accusa.
Lo vidi nel modo in cui le sue spalle cedettero.
Ma non potevo permettermi di essere sua moglie in quel momento.
Il generale consegnò il telefono all’aiutante.
«Portatelo alla squadra tecnica. Isolatelo immediatamente.»
L’aiutante annuì e si allontanò.
Vittoria si mosse verso Daniele.
Uno dei carabinieri le bloccò discretamente il passo.
«Non può trattenermi», protestò.
«Nessuno l’ha arrestata», risposi.
«Allora posso andarmene.»
«No.»
Mi guardò con odio.
«Ti diverti, vero? Finalmente hai trovato il modo di umiliarci davanti a tutti.»
Quasi sorrisi.
Non per divertimento.
Per incredulità.
Persino adesso pensava ancora che tutto ruotasse intorno al prestigio.
«Qualcuno ha appena tentato di farmi uscire da un edificio militare pochi minuti prima di un’operazione di sicurezza», dissi. «E tu eri la persona che cercava di farmi cacciare.»
«Perché non ti volevo al tavolo.»
«Questo lo abbiamo capito.»
«Allora di che altro mi accusi?»
Prima che potessi rispondere, Carolina parlò.
«Vittoria mi aveva detto che Giulia sarebbe andata via da sola.»
Il generale si voltò lentamente verso sua figlia.
«Spiegati.»
Carolina sembrava sul punto di piangere.
«Mi aveva detto che bastava farla sentire fuori posto. Che dopo la fila di saluto Daniele avrebbe dovuto restare con me abbastanza a lungo perché Giulia si offendesse e lasciasse il ballo.»
Daniele la fissò.
«E tu hai accettato?»
«Pensavo volesse solo mettervi in difficoltà.»
«Perché?»
Carolina esitò.
«Perché…»
Guardò Vittoria.
Quel singolo sguardo fu sufficiente.
«Perché mia madre voleva che io lasciassi Giulia?» chiese Daniele.
Vittoria serrò le labbra.
Carolina sussurrò: «Voleva convincerti che il vostro matrimonio era già finito.»
Daniele rimase immobile.
Io no.
Io guardavo Vittoria.
«Da quanto tempo?»
«Non significa niente.»
«Da quanto tempo stavi preparando questa serata?»
«Sei ridicola.»
«Una settimana? Un mese?»
«Giulia, basta.»
«Sei mesi?»
Il colore scomparve dal suo volto.
E il generale Rinaldi lo vide.
Anch’io.
Sei mesi.
Lo stesso periodo dell’indagine su Daniele.
Il generale fece un cenno al responsabile della sicurezza.
«Controllate tutte le comunicazioni autorizzate della signora Ferri relative all’evento.»
Vittoria sbatté una mano sul tavolo.
«Non potete perquisire la mia vita perché ho cercato di salvare mio figlio da un matrimonio infelice!»
Daniele la guardò come se non la riconoscesse.
«Salvare me?»
«Lei ti trattiene.»
«Giulia?»
«Hai smesso di essere ambizioso da quando l’hai sposata.»
Quasi nessuno nella sala respirava.
«Ti accontenti», continuò Vittoria. «Hai smesso di frequentare le persone giuste. Hai rifiutato incarichi che avrebbero potuto aiutarti.»
Daniele si passò una mano sul viso.
«Perché alcuni di quegli incarichi erano politicamente sporchi.»
«Erano opportunità.»
«Erano favori.»
Il generale Rinaldi sollevò lo sguardo.
«Quali favori?»
Daniele si bloccò.
La domanda aveva aperto qualcosa.
Lo vidi chiaramente.
«Daniele.»
Lui mi guardò.
«Parla.»
«Circa otto mesi fa mia madre mi presentò un uomo a una cena privata.»
Vittoria fece un passo avanti.
«Non osare.»
Uno dei carabinieri le ordinò di restare ferma.
Daniele continuò.
«Diceva di lavorare come consulente per aziende che collaboravano con la difesa. Mi offrì la possibilità di entrare in un gruppo di pianificazione con accesso a incarichi internazionali.»
Il generale Rinaldi irrigidì la mascella.
«Nome.»
«Lorenzo Bassi.»
Il generale non reagì.
Io sì.
Solo dentro.
Conoscevo quel nome.
Non come agente.
Come intermediario.
Un uomo comparso indirettamente in almeno tre dossier che non avrebbero mai dovuto toccare la carriera di un capitano come Daniele.
«Hai accettato?» chiesi.
«No.»
Vittoria emise un suono disgustato.
Daniele si voltò verso di lei.
«Ed è per questo che non hai smesso di tormentarmi, vero?»
«Volevo che tu smettessi di sprecare la tua vita.»
«E due sere fa?»
Silenzio.
Daniele la fissò.
«L’uomo nella fotografia mi ha contattato dicendo che Lorenzo gli aveva dato il mio numero.»
La sala sembrò restringersi intorno a noi.
«Perché non me l’hai detto?» chiesi.
«Perché sapevo cosa avresti pensato.»
«No. Perché sapevi che avrei fatto domande.»
Non rispose.
Il generale Rinaldi si avvicinò a lui.
«Che cosa voleva quell’uomo?»
Daniele inspirò lentamente.
«Informazioni su una riunione.»
«Quale riunione?»
«Una sessione di coordinamento prevista per domani mattina.»
Il generale diventò immobile.
Io sentii il sangue raffreddarsi.
«Che tipo di coordinamento?»
Daniele mi guardò.
Capì dalla mia espressione che ormai non poteva più nascondere nulla.
«Spostamenti di personale. Protocolli di sicurezza. Accessi temporanei.»
«E tu cosa gli hai detto?»
«Che non avrei fornito documenti.»
«Non è quello che ti ho chiesto.»
Abbassò gli occhi.
«Gli ho detto l’orario.»
Chiusi per un istante le palpebre.
Un orario poteva sembrare niente.
Nel mio lavoro, un orario poteva uccidere qualcuno.
Il responsabile della sicurezza tornò rapidamente verso il generale.
Aveva in mano un tablet.
«Signore, abbiamo trovato qualcosa.»
Mostrò lo schermo.
Il generale lesse.
Poi guardò Vittoria.
«Tre giorni fa, dal suo telefono è partita una chiamata verso un numero associato a Lorenzo Bassi.»
Daniele si voltò verso sua madre.
Lei non disse niente.
«E c’è altro», continuò l’uomo.
Fece scorrere la schermata.
«Subito dopo quella chiamata, la signora Ferri ha inviato un messaggio.»
Il generale lesse ad alta voce.
«Sabato sarà presente anche lei. Troverò un modo per farla uscire prima delle ventidue.»
Questa volta Vittoria non impallidì.
Semplicemente crollò sulla sedia.
E mentre Daniele la fissava, distrutto, io capii finalmente che l’umiliazione al Tavolo Nove non era stata l’inizio del piano.
Era soltanto l’ultima fase.
Continua — premi Parte 5 per continuare a leggere.







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