La frase di Conti cambiò tutto.
Daniele non era il bersaglio.
Era il ponte.
Verso di me.
Per anni avevo creduto che la parte più difficile del mio lavoro fosse impedire ai nemici di capire dove colpire.
Quella sera scoprii quanto fosse peggio quando il punto debole aveva un nome, dormiva accanto a te e non sapeva nemmeno di essere stato trasformato in un’arma.
Daniele fece un passo verso Conti.
«Mi avete usato.»
Il maggiore lo guardò quasi con pietà.
«È stato sorprendentemente facile.»
Due carabinieri gli strinsero le braccia.
Daniele impallidì.
«L’uomo che ho incontrato…»
«Non voleva i tuoi segreti.»
Conti sorrise.
«Voleva vedere quanto velocemente tua moglie sarebbe intervenuta se tu fossi entrato nel radar.»
Lo fissai.
«Sei mesi di sorveglianza. Bassi. Vittoria. Il falso reclutamento. Tutto per misurare me.»
«Finalmente.»
Il generale Rinaldi avanzò.
«Per ottenere cosa?»
Conti non rispose.
Mi voltai verso Vittoria.
Era seduta, sconvolta, con una mano premuta contro la tempia.
«Quando hai parlato per la prima volta a Bassi di me?»
«Non lo ricordo.»
«Ricordatelo.»
La mia voce la fece sussultare.
«Forse… dopo Natale. A una cena.»
Sei mesi.
«Che cosa gli hai detto?»
«Che eri riservata. Che lavoravi per lo Stato. Che Daniele non sapeva quasi nulla.»
Chiusi gli occhi per un secondo.
Era bastato.
Per un professionista dell’intelligence, quelle informazioni erano una mappa.
Una funzionaria governativa con accesso classificato.
Un marito ignaro.
Una suocera ossessionata dalla carriera del figlio.
Una crepa familiare abbastanza larga da poterci infilare un’intera operazione.
«Perché volevano che uscissi stasera?» chiese Daniele.
Guardai Conti.
«Non per proteggere te dall’arresto.»
Lui sorrise.
Avevo capito.
«Volevano farmi lasciare il perimetro senza sicurezza.»
Il generale si irrigidì.
«Un prelievo?»
«Possibile.»
Conti smise di sorridere.
Era la prima vera reazione che gli vedevo.
Continuai.
«L’umiliazione avrebbe dovuto provocare una risposta emotiva. Me ne sarei andata da sola, magari senza avvisare nessuno. Fuori dall’edificio sarei diventata prevedibile.»
Daniele guardò sua madre.
«Hai cercato di mandare mia moglie nelle mani di queste persone.»
Vittoria scoppiò in lacrime.
«Non lo sapevo!»
«No», dissi. «Ma eri così ansiosa di liberarti di me che non hai mai chiesto perché uno sconosciuto fosse tanto interessato a quando sarei uscita.»
Lei abbassò il volto.
Quella volta non replicò.
Il mio telefono sicuro vibrò.
Lessi il messaggio.
Poi ne arrivò un secondo.
Il centro operativo aveva identificato un veicolo sospetto che aveva sostato vicino all’uscita laterale del Circolo per quasi quaranta minuti.
Era partito esattamente quando era fallito il tentativo di espellermi.
Ma c’era qualcosa di peggio.
La targa era collegata a una società di copertura già comparsa in un’indagine riguardante la Siria.
La cicatrice sotto le mie costole sembrò bruciare all’improvviso.
Daniele se ne accorse.
«Che succede?»
Non risposi subito.
Conti invece osservò il mio volto.
Poi sorrise di nuovo.
«Adesso ricorda.»
Mi avvicinai a lui.
«Tu non eri in Siria.»
«No.»
«Ma sai cosa è successo.»
«Sappiamo parecchie cose.»
Il generale Rinaldi ordinò ai carabinieri di portarlo via.
«Aspetti.»
Conti si lasciò trascinare per un passo.
Poi si fermò.
«Vicedirettrice, se fossi in lei controllerei perché quella missione di estrazione è quasi fallita.»
La sala scomparve intorno a me.
Dodici anni prima.
Un edificio alla periferia di Aleppo.
Una squadra costretta a cambiare percorso all’ultimo momento.
Un punto di estrazione compromesso.
Due uomini feriti.
Io colpita sotto le costole.
Avevamo sempre creduto che il nemico avesse intercettato le comunicazioni.
«Portatelo via», dissi.
Questa volta non lo fermai.
Quando Conti scomparve oltre le porte, chiamai direttamente la sede centrale.
«Voglio il fascicolo originale dell’operazione Siria. Accessi, modifiche, distribuzione, tutto.»
La risposta arrivò immediatamente.
«Moretti, quel fascicolo è stato riaperto tre settimane fa.»
Mi si gelò il sangue.
«Da chi?»
Silenzio.
Poi l’operatore pronunciò un nome che non conoscevo.
Ma Rinaldi sì.
Quando glielo ripetei, il generale perse colore.
«Quell’uomo è morto quattro anni fa.»
«Allora qualcuno sta usando le sue credenziali.»
Daniele ci raggiunse.
«Giulia, dimmi cosa devo fare.»
Lo guardai.
Per tutta la sera avevo visto il marito che aveva permesso a sua madre di umiliarmi.
L’uomo che aveva nascosto un incontro per paura delle mie domande.
Il capitano abbastanza ambizioso da avvicinarsi a una zona grigia e abbastanza ingenuo da credere di poterla controllare.
Ma adesso vedevo anche qualcuno che aveva finalmente compreso il prezzo della propria debolezza.
«Devi dirmi tutto.»
«Te l’ho detto.»
«No. Mi hai detto ciò che pensavi fosse importante.»
Mi avvicinai.
«Adesso voglio ciò che ti sembra insignificante.»
Daniele chiuse gli occhi.
Poi ricordò.
«L’uomo del ristorante mi ha fatto una domanda strana.»
«Quale?»
«Mi ha chiesto se piove ancora quando ti fa male la cicatrice.»
Non sentii più nulla.
Né le voci.
Né i passi.
Né il brusio della sala.
Quella cicatrice non compariva nei fascicoli amministrativi.
Daniele conosceva la sua esistenza, ma non il motivo esatto.
Vittoria non ne sapeva nulla.
Soltanto pochissime persone coinvolte nell’operazione siriana avevano avuto accesso al rapporto medico completo.
Guardai il generale.
«Non stanno cercando di entrare nella mia vita.»
La verità arrivò con una chiarezza terribile.
«Ci sono già dentro da anni.»
Il telefono sicuro vibrò un’ultima volta.
NUOVO RISCONTRO.
L’operatore che aveva autorizzato il cambio del punto di estrazione in Siria risultava ancora attivo nei sistemi.
E quella sera il suo badge era stato registrato all’interno del Circolo Ufficiali.
Sollevai lo sguardo verso la sala ancora piena di uniformi.
La persona che aveva quasi causato la mia morte dodici anni prima non apparteneva al passato.
Era lì.
Con noi.
Continua — premi Parte 9 per continuare a leggere.







No comments yet