«Non muovetevi.»
La mia voce non fu alta.
Non ne aveva bisogno.
Il generale Rinaldi seguì il mio sguardo e individuò immediatamente il cameriere che si dirigeva verso l’uscita.
«Chiudete quella porta.»
Due militari si mossero.
L’uomo li vide.
Non corse.
Fu proprio quello a confermare i miei sospetti.
Un innocente avrebbe esitato.
Lui cambiò semplicemente direzione.
Lasciò il vassoio su un tavolo, attraversò un gruppo di ospiti ancora confusi e sparì dietro una colonna laterale.
«Daniele, resta qui.»
«Giulia—»
«Non discutere.»
Partii.
Il generale venne dietro di me insieme a due uomini della sicurezza.
Quando raggiungemmo la colonna, il cameriere era già entrato nel corridoio che conduceva alle cucine.
Non lo vedevo più.
Ma sentivo il rumore delle porte oscillanti.
Poi qualcosa cadde a terra.
Metallo.
Accelerai.
Attraversai la cucina tra cuochi immobili e personale spaventato.
Una porta sul retro si stava richiudendo.
La spinsi.
Il corridoio oltre era vuoto.
A sinistra conduceva ai magazzini.
A destra alle scale tecniche.
Mi fermai.
«Perché si è fermata?» chiese uno dei militari.
Non risposi.
Ascoltai.
Nessun passo.
Troppo silenzio.
Poi sentii il ronzio di un montacarichi.
«Giù.»
Corremmo verso il vano di servizio.
L’indicatore mostrava il piano interrato.
Il generale parlò nella radio.
«Bloccate il parcheggio sotterraneo.»
La risposta arrivò disturbata.
«Generale, il sistema di accesso non risponde.»
Mi voltai verso Rinaldi.
«È preparato.»
Scendemmo per le scale.
Quando raggiungemmo il livello inferiore, trovammo la porta tagliafuoco aperta.
Oltre c’era il parcheggio.
Un’auto nera stava accelerando verso la rampa.
«Fermi!»
Uno dei militari alzò l’arma.
«No!» ordinai.
Troppi civili sopra di noi.
Troppa poca visibilità.
L’auto raggiunse il cancello.
Ma invece di fermarsi, deviò bruscamente verso una corsia laterale.
Il conducente abbandonò il veicolo ancora acceso e uscì dalla portiera opposta.
Lo vidi soltanto per un istante.
Guanti bianchi.
Camicia da cameriere.
Poi sparì dietro una fila di mezzi di servizio.
Lo inseguimmo.
Quando arrivai dall’altra parte, trovai una porta aperta verso il cortile logistico.
Fuori non c’era nessuno.
Solo un grembiule nero gettato a terra.
E i guanti.
Il generale imprecò.
Io raccolsi con lo sguardo ogni dettaglio senza toccare nulla.
«Non voleva davvero scappare con quella macchina.»
«Allora perché usarla?»
«Per portarci qui.»
Rinaldi si irrigidì.
Il mio telefono sicuro vibrò.
Questa volta non era un messaggio.
Era una chiamata.
Risposi.
«Moretti.»
La voce dall’altra parte parlò per meno di dieci secondi.
Quando la comunicazione terminò, rimasi immobile.
«Che cosa è successo?» chiese Rinaldi.
«Hanno completato la prima verifica nel suo ufficio.»
«Cosa manca?»
«Niente.»
Il generale aggrottò la fronte.
«Allora avevamo ragione. Hanno aggiunto qualcosa.»
Annuii.
«Un dispositivo.»
«Che tipo?»
«Trasmissione passiva. Piccolissimo raggio. Progettato per attivarsi quando domani verranno aperti determinati terminali.»
Il volto di Rinaldi diventò duro.
Non volevano rubare un documento.
Volevano ascoltare tutto ciò che sarebbe passato attraverso quella stanza.
«Quindi il cameriere è entrato nel mio ufficio durante il blackout.»
«Probabilmente.»
«E Vittoria?»
«Una distrazione.»
Mi voltai verso le scale.
Poi mi fermai.
Qualcosa non tornava.
Se l’uomo aveva avuto abbastanza tempo per raggiungere l’ufficio, installare il dispositivo, tornare al piano inferiore e poi restare nella sala…
Perché rischiare di farsi riconoscere?
«Generale.»
«Sì?»
«Quanto tempo è durato esattamente il blackout?»
«Diciotto secondi, forse venti.»
«Impossibile.»
Rinaldi capì.
«Non avrebbe potuto fare tutto.»
«No.»
Il cameriere non aveva installato il dispositivo.
Aveva soltanto attirato la nostra attenzione su di sé.
Qualcun altro era entrato nell’ufficio.
Qualcuno che non aveva bisogno di correre.
Qualcuno che poteva muoversi in quell’edificio senza destare sospetti.
Tornammo immediatamente al piano superiore.
Quando entrammo nel salone, Daniele era accanto a Vittoria.
Carolina sedeva poco distante, sotto lo sguardo di un ufficiale.
L’aiutante del generale stava parlando con il responsabile della sicurezza.
Li osservai.
Poi guardai il palco.
Poi il corridoio.
«Generale, chi aveva una copia della chiave elettronica che Carolina portava con sé?»
«Nessuno dovrebbe averla.»
«Non è quello che ho chiesto.»
Rinaldi rimase in silenzio.
Poi guardò il suo aiutante.
«Maggiore Conti.»
L’uomo si voltò.
«Signore?»
«Chi ha programmato quella chiave?»
Per la prima volta vidi qualcosa attraversare il suo volto.
Non paura.
Calcolo.
«Il reparto tecnico.»
«Nome.»
«Non ricordo.»
Mentiva.
Lo sapevo prima ancora che finisse la frase.
Mi avvicinai.
«Maggiore, consegni il telefono.»
Lui sorrise appena.
«Vicedirettrice, credo che questa situazione stia diventando irrazionale.»
«Il telefono.»
Daniele mi guardava dall’altro lato della sala.
Vittoria sembrava incapace di respirare.
Conti infilò lentamente una mano nella giacca.
Due militari si irrigidirono.
Estrasse il telefono.
Poi lo lasciò cadere.
Lo schermo si frantumò sul pavimento.
Nello stesso istante cercò di raggiungere la porta.
Non arrivò a tre metri.
I carabinieri lo bloccarono contro una parete.
Il generale Rinaldi lo fissava come se avesse ricevuto un pugno.
«Da quanto tempo?»
Conti non rispose.
«Da quanto tempo tradisci questo comando?»
L’uomo sorrise.
«State facendo la domanda sbagliata.»
Mi avvicinai.
«Qual è quella giusta?»
Finalmente mi guardò.
«Dovreste chiedervi perché qualcuno abbia investito sei mesi per avvicinarsi a un capitano che non possiede informazioni abbastanza importanti.»
Daniele diventò pallido.
Conti continuò.
«Ferri non era il bersaglio.»
Il suo sorriso si allargò appena.
«Era il ponte.»
Sentii il silenzio cadere nella sala.
«Verso chi?» domandò Rinaldi.
Conti non distolse gli occhi da me.
E non ebbe bisogno di rispondere.
In quel momento capii.
Daniele non era stato scelto per quello che sapeva.
Era stato scelto perché era mio marito.
E qualcuno aveva costruito l’intera operazione per arrivare a me.
Continua — premi Parte 8 per continuare a leggere.







No comments yet